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Mangiare gli animali e trovare lavoro sono problemi simili

Sino a quando useremo dire “mangio carne” anziché “mangio animali” non cambierà mai niente. Non solo per gli animali ma anche per noi.

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Due giorni fa sono stato da Fico. Per la seconda volta. E per la seconda volta ho pensato le stesse cose: siamo ciò che ci raccontiamo. Ciò che ci siamo raccontati per anni, per millenni.

Siamo ciò che abbiamo fatto in passato, che altri hanno fatto in passato, siamo ciò che si è sempre fatto così. Ma, pensandoci bene, siamo ciò che scegliamo di essere. E dunque si c’è speranza. Perché dipende davvero da noi. Da che storia scegliamo di raccontare e raccontare a noi stessi.

Ma andiamo per ordine. Oppure no. Ecco un paio di spunti e analogie che mi sono venute in mente passeggiando tra stand zeppe di salumi e persone che probabilmente stanno cercando la propria strada.

Cadaverini… ma dai

Qualche mese fa mi trovavo al bar per un aperitivo con 3 amici, uno di questi era il mio socio, vegetariano da oltre trent’anni o forse più. Arrivano gli snack per accompagnare la nostra bevuta e immancabilmente arrivano focaccine ricche di salumi di ogni genere – eravamo nella generosa Emilia Romagna.

Per galanteria mi viene in mente di porgere proprio quel vassoietto lì all’unica donna del tavolo. Lei mi guarda, mi ride (quasi mi ride) e mi dice “No grazie, per me niente cadaverini.”

Rimango di stucco mentre il mio socio ride di gusto e annuisce con la testa. Nel piatto loro vedono cadaveri. Tra loro si capiscono. Illuminati astensionisti. Illuminati non mangiatori di carne, anzi di animali.

Cambia tutto e lo sappiamo

È passato un po’ di tempo da quel buffo episodio e… incredibilmente e contro ogni pronostico neanche io mangio più carne… cadaverini. Oggi sono ben 76 giorni.

Il che mi fa vedere le cose in maniera diversa. E mi dà quella lucidità per capire che dipende davvero dalle storie che ci raccontiamo.

Chi mangia salumi e bistecche con gusto (lo facevo anche io e sinceramente mi manca anche un pochino) parla sempre di carne.

Perché fa chiaramente differenza dire “sì, io mangio la carne” piuttosto che “si, mangio gli animali”.

Perché siamo stati abituati a vederla sempre così. Allo zoo o in fattoria ci sono il bue, la pecora, il maiale, le mucche. I bambini imparano a fare muu, il verso del gallo, gattonare come i cagnolini. E quando gli si regala qualcosa amiamo (e amano) regalare orsetti, giraffe e cavallini.

Perché la storia che si insegna tacitamente ma con grande effetto è che c’è il cibo e ci sono gli animali. Rispettiamo gli animali anche se li mangiamo. Perché c’è il cibo e ci sono gli animali. Perché quando finisce in un panino si perde il contesto, si perde tutto. Diamine, è solo un hamburger!

Questi due uomini fanno schifo perchè uccidono gli animali (?)

La e non va mai preceduta dalla virgola, e i cani non si mangiano

Meno di un anno fa ebbi una gran discussione, si fa per dire, con un cliente. I miei testi non andavano bene e l’uso delle virgole prima della “e” denotava scarsa attenzione o scarsa conoscenza della grammatica.  A suggerirlo al cliente era stata la moglie, insegnante di inglese alle elementari, la quale si era anche confrontata con amici e colleghi insegnanti. Perché è così.

Ora, premesso che sono il primo a conoscere le mie lacune e violazioni della grammatica (alcune giuro volontarie!), il punto è esattamente questo: noi non sappiamo quasi nulla, non decidiamo quasi nulla. Il più delle volte ascoltiamo e obbediamo alle leggi immutabili di ciò che altri prima hanno pensato, detto e “legiferato”.

Come quando di fronte a due quadri o due vestiti sappiamo che uno ci piace più dell’altro ma non sappiamo spiegarne il perché. Quasi uguale. Sappiamo, diciamo, facciamo senza saperne il motivo.

Anzi, nel primo caso c’è un motivo profondo e intimo, nel secondo non c’è un briciolo di motivo.

L’unico, da non ammettere però, è la convinzione di non farcela con le nostre gambine e testoline.

Una scarsa fiducia in quello che pensiamo noi e una cieca in ciò che hanno pensato gli altri. Anche se questi altri vivevano in grotte o non avevano i problemi che abbiamo noi con questi oggettini buffi chiamati smartphone e queste piazze chiamate social.

Adottiamo idee e consigli e suggerimenti, e regole grammaticali, fuori contesto. Senza chiederci quanto senso ci sia e quanto davvero ci siano utili.

I cani ad esempio non si mangiano. Per la stessa ragione.

Perché i cani no… sono animali, esseri viventi, gli manca solo la parola…

I maiali, le mucche, l’agnellino… che vuoi farci è sempre stato così.

Mezza eccezione per il cavallo, in alcune regioni e città mangiato allegramente, in altre visto come attentato all’umanità.

Anche qui, frammenti di cultura e ragion di folla, secondo la bolla in cui siamo cresciuti. A ognuno la sua.

La verità è che ci piace o ci fa comodo

La verità, come ha scritto Leo Babauta su temi simili, è che “non ci piace pensare che il nostro modo di vivere sia sbagliato, che le nostre convinzioni non siano vere, che partecipiamo alla crudeltà o all’ingiustizia.”

Vale quando mangiamo un gelato (latte), quando mangiamo un hamburger, quando compriamo giocattoli di basso costo economico ed alto umanitario.

Ci piace sentirci slegati da ciò che succede agli altri.

Ci piace quel rassicurante senso di non essere i soli peccatori del mondo, di essere invece nella maggioranza e che questa maggioranza, dopo averci abbondantemente meditato, non abbia trovato alcuna alternativa o visto gravi controindicazioni.

La verità è che ci piace mangiare animali e non che ci sia bisogno.

Da quel che ho letto, dopo la mia “conversione”, non ci sono vere giustificazioni neanche in termini di salute. Certo potrebbe richiedere più attenzione, più tempo, più soldi ma si può vivere benissimo anche senza. In altre parole, come per altre questioni, non dobbiamo ma vogliamo.

Solo che questo… questo non ci piace.

Cecità selettiva

 

Adottiamo così l’arte di essere sordi o ciechi secondo la circostanza e la convenienza. Non sentiamo, non vediamo, le urla di un agnellino tolto dalla madre o della madre macellata. Rimbomba invece l’urlo di un cane lasciato in appartamento per una giornata intera.

E, su questioni diverse e più importanti (perché penso che le persone debbano comunque venire prima) non vediamo la sofferenza di milioni di persone ridotte in miseria ma ci straziamo vedendo un corpo in spiaggia.

Ce ne freghiamo allegramente dell’amico che senza soldi e senza scopo si trascina durante le sue giornate, fingiamo di inorridire di fronte a una fabbrica che chiude e lascia per strada 50 operai.

Oppure: chi si preoccupa di quanto è dura la vita dei freelance? Tutti pronti alla battaglia dei rider, dei laureati senza lavoro…

O, di contro, tutti contro gli imprenditori stronzi che pagano poco o niente i dipendenti. E nessuno contro gli imprenditori che diventano stronzi perché non vengono pagati…

Cecità selettiva. La stessa che ci fa credere di morire se non mangiassimo animali e fare spallucce di fronte al fumo (ma non le canne), alcol, sedentarietà, depressione.

Cecità selettiva della quale in fondo, e questo è il problema, siamo responsabili solo in parte. Perché deriva da un sistema derivante da un sistema derivante da un sistema… in altre parole “siamo fatti così, si è sempre fatto così!”

Se non ce la faccio io non ce la farai (devi fare) neanche tu

Altra cosa che abbiamo imparato chissà quando è che se non ce la faccio io non devi riuscirci neanche tu. E così di fronte a chi sta portando avanti una battaglia cerchiamo in tutti i modi di presentare idee, statistiche e obiezioni.

Forse vivo in modo esagerato questa storia ma gli ultimi 76 giorni sono stati davvero difficili. Non tanto per rinunciare a salumi e hot dog ma per ciò che intorno mi sono sentito dire.

Tutti esperti nutrizionisti, filosofi, profondi conoscitori dell’umanità. Tutti con il proprio bagaglio di certezze in una mano e panino al salame nell’altra. Tutti, più o meno ingenuamente, a fare il tifo contro. Sperando mangiassi infine un arrosticino o con la convinzione che presto o tardi succederà.

Che poi è quello che succede su altri fronti. Come quando ho iniziato a lavorare sperando di ritrovarmi davvero con un lavoro.

Senza laurea, senza titoli, senza amici illustri. Io e il mio pc verso la conquista del mondo e il mondo che sapeva che non ce l’avrei fatta mica.

Perché? Perché è così. Perché Tizio, Caio, “io” (cioè loro) non ce l’ho mica fatta. Perché è bello, lenitivo, sapere che non si può fare anziché essere messi di fronte alle proprie responsabilità.

Non si può risolvere il mondo, dunque niente

Faber est suae quisque fortunae, l’uomo è artefice del proprio destino. Pare l’abbia detto Sallustio. Ma pare anche che “l’uomo non vuole essere artefice del proprio destino” sarebbe stata più azzeccata.

Ciò dal quale fuggiamo quasi tutti, quasi quotidianamente, è la responsabilità delle nostre azioni e la potenza delle nostre azioni.

Vale in termini di panini/animali quanto in termini di azioni/vite nostre e degli altri.

Si basa sulla convinzione che o tutto o niente. E che se un’azione non risolve subito e tutto allora sia inutile.

Un po’ la storia del tizio stupido che prendeva le stelle marine e le rigettava in mare.

Le puoi mica salvare tutte? Non fa differenza?

“Chiedilo a quelle che sono di nuovo in mare se fa differenza…”

Fuor di metafora, c’è che siamo programmati per essere localmente ottimisti e pessimistici a livello globale. Se ci pensiamo, siamo sempre più o meno convinti di sapere, fare bene, meritare ma sempre disfattisti quando tocca fare i conti con l’umanità.

Gli uomini sono cattivi, la politica malata, i concorsi truccati, il lavoro per niente democratico.

Tradotto: io sarei anche bravo ma loro no.

Un ragionamento che, a sentirlo, difficilmente raccoglie obiezioni non perché davvero corretto ma perché usato da tutti. E non vuoi mica dire che lui si sbaglia, cioè che anche tu ti sbagli!

Tutto o niente

O l’Everest o niente?

Per lo stesso motivo mi consigliano di ingozzarmi di wurstel perché tanto l’industria alimentare va comunque avanti. E perché comunque anche le scarpe che indosso, l’auto che guido, il pc che utilizzo per lavorare fa male…

Il che è chiaramente vero. Non sbaglia affatto chi dice queste cose.

Tranne per un particolare: a volte, quasi sempre, non puoi risolvere tutto ma anche poco fa la differenza.

Non solo per il mondo ma anche per te.

76 giorni che non mangio animali sono un inezia per il genere animali ma hanno molto significato per me. Perché siamo fatti di significato e viviamo di significato.

Sapere di impegnarsi per qualcosa spesso è dirompente e potente a dispetto del risultato conseguito.

E se così non fosse nessuno raggiungerebbe niente.

Ci vuole fede in ciò che si fa.

C’è sempre un momento in cui pare di non raccogliere niente, non avere un impatto, non fare la differenza. Ma è un momento.

E il cambiamento non è mai una cosa lineare. Non è 1,2,3,4,5,6…

È 0,0,0,0,1,3,0 e poi a un tratto 10.

Per arrivare a 10 ci vuole fede e il categorico rifiuto di farsi categorizzare.

Categorie

Ancora un passaggio sulle mie vicende personali. Ho detto che non mangio animali ma ho mentito. In realtà mangio ancora il pesce sebbene mi impegni a mangiare pesce locale e non allevato intensivamente.

Qui si potrebbe aprire una polemica che infatti spesso si apre. Allora non sei vegetariano, allora non sei vegano?

Ho una storia ragionata per spiegarne i motivi ma qui è più importante ragionare su altro.

Sul fatto che ad esempio i vegetariani non subiscono lo stesso trattamento dei pescatariani (vegani che mangiano pesce) nonostante è risaputo che il consumo di latticini sia causa di svariate disumanità verso gli animali. Non succede perché anche “gli illuminati” hanno bisogno delle proprie etichette.

Che è il vero problema.

Al pari di uomo + donna = famiglia altrimenti no. Giovane uguale inesperienza e vecchio uguale inutile.

Etichette che ci aiutano a districarci nella complessità ma che non fanno mica bene. Etichette che pensandoci, come detto prima, non sono nemmeno le nostre.

Le storie che ci raccontiamo valgono più di ciò che ci hanno raccontato

Dunque, dicevo all’inizio, ero da Fico. I bambini hanno insistito per andare a salutare gli animali che ci sono fuori.

Io mi accendo una sigaretta pensando di essere fuori. Si avvicina una signora che con gentilezza mi indica un cartello. C’è scritto “Per il bene degli animali si prega di non fumare…”

Ooops. Spengo la sigaretta.

La signora sembra soddisfatta della mia diligenza. Prende la mano al bambino e indica tutta contenta il recinto di fronte.

C’è una vacca mamma che allatta il suo piccolo.

La mamma donna è contenta di aver offerto la scena al bambino. Le stringe la mano, l’abbraccia per la tenerezza e… quasi si sporca con il panino.

Panino con carne… mica animali.

Cosa c’entra il lavoro?

Ho quasi concluso…

Potrebbe rimanere il dubbio su cosa c’entri il lavoro con questa storia. C’entra perché si tratta sempre di storie.

Le storie che ci hanno raccontato, quelle che raccontiamo, e le nostre quelle intime e vere.

Sino a quando useremo dire “mangio carne” anziché “mangio animali” non cambierà mai niente.

Così come sin quando diremo “il lavoro non c’è” anziché “non ho saputo cogliere il cambiamento e sono rimasto fuori ma adesso aspetta che mi rimetto in pista” non cambierà mai niente.

Il cambiamento? Il cambiamento si è inevitabile. Ma di ancora più inevitabile c’è il fatto di prenderne consapevolezza ed essere sinceri con noi stessi.

Non dirlo a nessuno ma se sei arrivato sin qui ragiona e rispondi sinceramente alla domanda “è davvero così che deve andare?”

Deve andare = il destino ha deciso e non c’è niente da fare.

Risposte diverse per quanto dolorose possono invece aprire mondi nuovi e inesplorati forse anche più felici.

Come dice il mio amico e mentore Sebastiano, “Per quanto appaia complicato, ci sono solo due domande da farsi. Quale sarà il prossimo capitolo della tua vita? E chi lo scriverà?

Ecco, “chi lo scriverà” è il punto di tutta la questione.

Lo scriverai tu? Usando le tue idee e le tue aspirazioni o usando parole e idee di chi ti è venuto prima?

Da 76 giorni non mangio animali e mi piace questa follia del sacrificarsi per qualcosa che per me è importante. Ma sono sicuro che avrai capito che in fondo non si parla, solo, di questo. Si parla di me. Di te. Di scegliere.

Scegliere da che parte stare. Dalla tua o da quella degli altri?

Tornando agli animali… Penso che i tempi siano maturi per rispettare gli animali, non ucciderli e non mangiarli. Ma forse mi sbaglio.

Penso che i tempi siano maturi per essere noi stessi, raccontare e vivere la storia che davvero ci appartiene e non quella che altri hanno scelto per noi. Forse mi sbaglio anche qui ma spero di no.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

Granelli Zen

[interludio uno] Abbiamo case di cemento armato

La vita è fatta di cicli: dalla semina al raccolto del grano passano 9 mesi; la Luna compie una rivoluzione attorno alla Terra in 27 giorni, 7 ore, 43 minuti e 11 secondi; un pitone digerisce un topo in 132 ore; un sabato ogni sei, i racconti Zen di Fabio Martinez diventano interludi, sempre gustosi e ugualmente graffianti.

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Abbiamo case di cemento armato, macchine elettriche e poi, per arrivare a fine mese, devi chiedere aiuto a mamma e papà. Il venerdì più bello dell’anno è anche quello più nero. La Chiesa non vuole che lavoriamo di Domenica ma si compiace di quando i seguaci di Cristo raccoglievano spighe di grano di Sabato. Il giovedì c’è X-Factor, Cattelan mette le Jordan col vestito e l’occupazione femminile Italiana è la più bassa d’Europa. A me piacciono un mare, le Jordan e anch’io le metterei col vestito e di uscire la sera con chi ha capito tutto della vita non ne ho voglia. Io della vita non so nulla se non che voglio un figlio e potergli dire che va tutto bene. Riesco ad andare a mangiarmi la pizza da Clara, ascoltando Celine Dion e a ritorno Marilyn Manson senza alcun cd, ma tutti dicono che ormai siamo grandi e che non possiamo fare il lavoro dei nostri sogni, che è lavoro e quindi deve essere brutto. Il mio amico fa il medico, perché lo ha voluto sua madre, per un’autopsia prende quasi quanto me in un mese, se lavoro, e io sorrido e lui si lamenta. Guardo le mie mani, sono nude, come quando mi sentivo solo un povero ma stavo scrivendo un romanzo. Guardo le mie mani e guardo il tuo petto, ti manca un seno, perché hai avuto un tumore a 30 anni ma non trovi un lavoro. E io mi sento ricco. Ho sempre le mani nude e mi sento ricco, perché guardo il tuo petto, il tuo sorriso e sorrido anch’io, anche se sto piangendo.

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La dura vita di chi vuole farcela sul serio

Bilanci di fine anno e buoni propositi: come fissare gli obiettivi professionali per cominciare gennaio col piede giusto?

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obiettivi raggiunti

È tempo di bilanci (di nuovo!) e di scrivere gli obiettivi (di nuovo!), ma serve?

Quando per mestiere aiuti le persone che si affidano a te come formatrice e coach, a individuare strategie funzionali alla soluzione dei loro problemi o al raggiungimento dei loro obiettivi, devi essere credibile.

E per essere credibile è consigliabile che abbia sperimentato tu stessa, nel tuo lavoro e nella vita, le strategie che proponi. Il più possibile. Se predichi bene e razzoli male, la gente se ne accorge.

Prove tecniche di credibilità

Ogni anno, da parecchi anni, il primo gennaio scrivo i miei obiettivi per il nuovo anno.
Al di là delle più affermate teorie, per me è un modo per dare forma ai pensieri, per rendere concrete le mie aspirazioni, per tracciare il sentiero.

Ogni anno cerco di affinare la tecnica, seguendo a mia volta consigli di altri formatori e formatrici e coach, affinché i miei obiettivi siano realmente “smart”: specifici, misurabili, raggiungibili (achievable, in inglese), rilevanti e tempificati.

Quest’anno mi è costato più fatica del solito

Sono arrivata allo scorso Natale così stanca e spremuta che anche pensare a cosa mi sarebbe piaciuto ottenere dal nuovo anno mi sembrava uno sforzo erculeo. Ero svuotata, di energia e di pensieri. Allora mi sono fatta un regalo: ho rinunciato a una settimana in montagna con la famiglia per starmene a casa da sola, senza orari, senza vincoli, senza richieste, senza pretese, senza obiettivi. Che meravigliosa libertà!

Dovremmo farceli spesso questi regali: vivere fuori dal tempo, per qualche giorno, in compagnia di noi stessi, se ci va, o in anestesia di pensiero, se serve.
Infatti è servito e nel giro di poco, le muse sono tornate.

Il primo gennaio 2019, prima di iniziare l’elenco, mi sono guardata un video di Luca Mazzucchelli che mi era arrivato via mail qualche giorno prima e ho seguito le sue indicazioni, che – a memoria – erano queste:
Scrivi 25 obiettivi che vorresti raggiungere nella vita. Scrivili tutti, uno dietro l’altro. Sono tanti venticinque, ma non devi saltarne nemmeno uno.

Una volta scritti, seleziona i cinque obiettivi più importanti, quelli che hanno maggior valore per te, gli obiettivi Game Changing.

Ora – passaggio fondamentale – devi dire addio agli altri venti.
Mettili da parte, perché altrimenti ti distrarranno dalle tue cinque priorità.

Mira alla Luna, perché anche se la manchi ti troverai tra le stelle (Norman Vincent Peale)

Non è sempre facile individuare gli obiettivi smart, perché quando scrivi ci metti sempre dentro anche un po’ di desideri, di voglia di fare di più, di ambizione, di speranza, di sogno, quindi c’è il rischio di alzare troppo l’asticella. Nel tempo, però, impari e trovi una misura; anche se a volte capita che assecondi il desiderio e punti troppo in alto, e già solo per questo finisce che ottieni più di quanto avresti fatto puntando in basso.

Il bello però inizia dopo, dopo averli scritti e scremati e selezionati questi benedetti obiettivi!
Dopo, che si fa? Come si traduce il pensiero in azione? Come si tiene alta la motivazione nei dodici mesi a venire?

Eventi precipitanti che sovvertono la scaletta

Non tutto dipende da noi, mettiamocela via.
In un’epoca in cui il delirio di onnipotenza si impossessa di molti, restare lucidi e ancorati al piano di realtà può essere complicato.
La vita ha i suoi accadimenti e non sempre coincidono con le nostre aspettative o bisogni o desideri.

Sono rientrata al lavoro il 7 gennaio, carica di voglia di fare, con un progetto annuale scritto o almeno abbozzato, con i miei 5 obiettivi “game changing”, con il chi fa cosa ben impresso nella mente. Avevo già fissato la riunione con i miei colleghi e partner per la settimana, ero tutta orientata a farcela.
A partire con il piede giusto.

Non sapevo che ci fosse una buca profonda ad attendermi dietro l’angolo.

Una mia cara amica e collega, nei gelidi giorni che hanno dato avvio al nuovo anno, ha deciso di lasciarci. Tutto era diventato troppo e il peso le dev’essere parso insostenibile. La notizia mi ha raggiunto di prima mattina e mi ha stordita. La parole mi rimbalzavano nella testa come una pallina impazzita in un flipper. Alcune le capivo, altre le perdevo, altre ancora le immaginavo, le traducevo in angoscianti immagini. È l’effetto dello shock, quando il trauma irrompe nella tua vita e tu non sei preparata.

Il tempo si è di colpo fermato. La lista delle priorità, dei bisogni, dei desideri, dei pensieri, delle aspettative si è azzerata. Un’unica domanda riempiva ogni spazio: perché? A cui seguiva: come ho fatto a non capire? A non cogliere? Non sentire?

La verità è che il disagio l’ho avvertito, ma mai avrei immaginato. Proprio mai.
Il susseguirsi di emozioni, forti e contrastanti e violente, che mi hanno attraversato in quei giorni, mi ha impedito di pensare o fare qualsiasi cosa. Nulla mi pareva avesse più senso. I miei obiettivi mi sembravano così ridicoli, che quasi me ne vergognavo.
Mi sentivo travolta da una verità troppo grande, troppo scomoda.

Uno dei vantaggi di fare il mio mestiere e che sei immersa in una rete di professionist* dell’aiuto, che puoi chiamare quando hai bisogno di affidarti in mani sicure e così ho iniziato a elaborare. Una improvvisa forza propulsiva è riapparsa in me e ho preso una decisione: avrei portato gli obiettivi prefissati. Lo dovevo a me e anche a lei, che ne faceva parte.

Il magico potere delle abitudini

Non riuscendo a fare leva solo sulla motivazione, che, in quanto fattore dinamico della personalità, non è costante, ho scelto di puntare sulle abitudini. Mi sono obbligata alla disciplina, più di quanto avessi mai fatto prima. Cose banali forse, come continuare ad andare in palestra due volte alla settimana, essere sempre ben vestita, curata e truccata anche quando sarei uscita in pigiama, andare in studio a scrivere e progettare anche quando le muse non si presentavano alla porta, fare telefonate “muovi energia” anche se avevo la carica al contrario, accettare nuovi incarichi, aprire un gruppo Facebook e gestirlo quotidianamente, continuare a leggere, studiare, scrivere. Ogni giorno. Voglia o non voglia.

“Tutta la nostra vita, in quanto ha una forma definita, è soltanto una massa di abitudini pratiche”, scriveva William James nel 1892, e una ricerca del 2006 della Duke University conferma che oltre il 40% delle azioni compiute dalle persone ogni giorno non sono frutto di decisioni, ma di abitudini. Tanto vale sfruttare questo nostro automatismo.

Più che creare nuove abitudini – sappiamo bene quanto, come essere viventi, siamo resistenti al cambiamento, ancorché desiderato -, si tratta di cambiare vecchie abitudini, palesemente disfunzionali, e sostituirle con altre più funzionali. Ciò che va modificata è la routine, il comportamento, fino a farlo diventare una nuova abitudine. Senza alibi.

Previsioni e bilanci: il prima e il dopo

Se li guardo ora, dodici mesi dopo, i miei 5 obiettivi game changing, mi faccio qualche domanda: erano veramente quelli o ho confuso i bisogni con i desideri e le ambizioni? Com’è successo che li ho realizzati solo in parte e ne ho invece portati a termine altri dei 25 iniziali?

Mi sono distratta e ho disperso tempo e risorse o ho sbagliato qualcosa nella selezione? Oppure gli accadimenti della vita spostano le leve della motivazione, del coraggio, della paura, della determinazione, a prescindere da noi?

In questo momento non so rispondere. Ci devo pensare.
Ho ancora qualche giorno, giusto?

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