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S.

S.

Quando penso a S., penso a mille cose. Mille – anche perché in due anni insieme, a vivere a poca distanza l’uno dall’altra, quante cose si mettono insieme. Si è bellissimi e patetici, si è tragici e lirici, si è affamati come la morte, come ci accadde una sera alla festa della birra, avevamo cinquemila lire in due, forse; come in quel racconto di Murakami, quando lui dice

A few minutes later, the pangs struck with the force of the tornado in The Wizard of Oz. These were tremendous, overpowering hunger pangs.

E poi…

Ma poi non è vero niente. Che cialtroni che siamo, in amore, quanto siamo falsi; quanto siamo ridicoli, imbellettando concetti per timore che l’unico vero possa apparire meno splendente di quanto lo sentiamo splendere lì dentro. Mio nonno diceva che a volte non val la pena estrarre un diamante: si rischia di scoprire che alla fine era solo un vetro. E poi si sa: il cuore dentro è tutto, fuori è solo un muscolo sanguinante, no?

E allora non è vero che penso a mille cose. Ne penso a una sola: ai mandarini. S. per me è profumo di mandarini, lei che mi fece uno dei complimenti più belli della mia storia, annusandomi il collo sull’argine (“Sai di aria, Ivano. Profumi di aria”); lei con cui facemmo l’amore seduti su una sedia nel suo casotto di campagna, mi disse: Togliti i pantaloni, si aggiustò su di me dopo che tutti se n’erano andati e avevano salutato e noi eravamo stati zitti di quello stare zitti che significa: Ho bisogno di te, ora; ed emise un sospiro, lento, e quel sospiro pure non l’ho dimenticato.

Il mio amico non la sopportava. Ho sempre avuto amici stronzi, nella storia – quelli che ho adesso no, ma adesso forse sono diventato stronzo io, forse sono diventato incauto; sono di quelli che la chitarra elettrica imparano a suonarla a sessantacinque anni -, e questo era invidioso delle mie storie d’amore. Ne aveva anche lui, più di me; eppure mal tollerava che potessi essere qualcosa di diverso rispetto alla ruota di scorta delle sue avventure. E allora un giorno mi chiese: Ma la trovi bella?

Eravamo in un bar di Novellara, tanta gente fuori dal locale, tanta gente dentro – come si chiamava? Ci si ascoltava musica ad alto volume. Andavano gli Eiffel 65, quell’anno, Anastacia; a me piaceva Lady – Hear me tonight, di Modjo. Lo guardai, serio; gli risposi, sorridendo: A me piace.

Pensavo stamattina correndo a questa cosa del sorriso, etimologicamente significa qualcosa del tipo: ridere di meno, con una tonalità inferiore; per me è il contrario, non è sotto ridere, ma ridere sotto, più dentro, scaldarsi il nocciolo in profondità. E lei mi piaceva perché faceva teatro, perché non si vergognava di toccarmi, disponendo per la prima volta del mio corpo come di un prato in periferia; mi piaceva perché le si arrossavano le gote, amava il cibo.

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All’epoca studiavo a Bologna, era il 2000, lo so per certo; noleggiavo i cd al Sesto Senso di via Petroni e li grabbavo in studentato, usavo WinMix, mi pare, usavo WinAmp, usavo ICQ; scrivevo su blog che cambiavo ogni sei mesi come un parassita che si lasci dietro gusci vuoti. Il nostro amore durò due anni, più o meno, e fu amore di candele e di musica, di cene di nascosto, di lunghi baci e lenti, lettere. Un giorno mi venne a trovare in studentato, dividevo la camera con Pier, bellissimo percussionista colombiano appassionato di musica anni ’70 e astronomia; l’ultima volta che ho avuto sue notizie ho scoperto che era tornato a Bogotà, rideva seduto in terra suonando qualcosa che non so come si chiami. Esautorammo Pier del suo posto letto, lui si ridusse a dormire sotto il tavolo in cucina, con Dario che si faceva su una canna dopo l’altra, Paki che si lamentava, e quel ragazzo di Pisticci – come si chiamava? – che dormiva di giorno e studiava di notte, aveva una ragazza americana bellissima che ci girava nuda per casa. S. venne da me, ho detto, e per tre giorni facemmo di continuo l’amore e mangiammo mandarini; ancora oggi quando sbuccio un mandarino mi annuso le dita, sanno del suo sesso, forse, o forse no.

Ci rivedemmo anni dopo, ci abbracciammo. Io le dissi: Resterò comunque quello che ti ha toccato le tette. Lei rise. Io sono stato uno stupido in amore, troppe volte – ma troppe; e una sola è di troppo, lo sappiamo -, ma qualche pregio ce l’ho, mi è rimasto.

Uno di quelli, aver capito che le persone hanno bisogno di ridere, tanto; e quando il riso si smorza e diventa sorriso, se non è amore siamo lì in zona, sai?

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