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M.

M.

Dieci anni dopo arrivò M.

Ho fatto un liceo atipico, di provincia, uno stabile scaricato lì in mezzo alla nebbia padana, di notte, grigio industria nel grigio. Niente politica se non in qualche Unità arrotolata, qualcuno fumava sigarette, in classe c’era una sola coppia e si baciavano contro il termo per salvarsi dal freddo; o forse sono io che ho vissuto un’adolescenza atipica, punto. A sedici anni leggevo con voracità qualsiasi cosa mi finisse tra le dita, gelate, qualsiasi cosa potesse darmi contatto col mondo, e avessi potuto avrei fumato anch’io; avevo vissuto il turbine dell’epilessia rotolandomi a terra un giorno d’aprile, mi pare, elettrizzato da Blanka nel bar delle corriere. Ero vergine e lo sarei stato a lungo, non avevo provato la droga e non l’avrei provata a lungo, mi ero sbronzato una volta con un bicchiere di birra; il mio contatto col mondo delle donne era stata Anna che aveva scritto una volta all’oratorio “Ivano CBCR”, spiegò: Cresci Bene Che Ripasso, a me parve un contentino perché ero stato il dodicesimo CBCR della lista, ‘sta stronza, manco avevo capito cosa significasse Ripassare. Avevo appreso come ci si masturbasse a causa di un prete che ora è morto in un incidente idiota, e questa cosa l’avrei contestualizzata solo tanti anni dopo, guardando Amarcord. Mi aveva detto, don Paolo, che masturbarsi era peccato mortale soprattutto se ci si masturbava su donnine che non si conoscevano, così le aveva chiamate, donnine; ero corso in biblioteca a cercare informazioni su cosa significasse quella parola, masturbarsi, da lì avevo cominciato a leggere il marchese de Sade e tutti gli altri della lunga fila dell’erotismo francese, la prima volta che venni dissi: Questa cosa meravigliosa non la devo dimenticare mai, grazie don, grazie.

M. la conobbi in terza liceo. Era in un’altra classe, mi odiava (poco) cordialmente, (poco) cordialmente la detestavo; frequentavamo gli stessi compagni, ci avevano diviso la seconda in due terze, io ero nella B e lei s’era inserita nella C, a ricreazione si stava tutti insieme.

In gita – Perugia? Perugia – feci lo stupido finché non persi la voce, non so perché; lei mi prese bene, non so perché. Iniziammo a chiacchierare, le chiacchiere durarono e durarono, le voci s’abbassavano e s’affondarono come i colpi di batteria in Before the beginning di John Frusciante, ascoltàtela, se non avete mai amato come quei colpi di batteria che avete campato a fare?; scommettemmo che saremmo andati, noi maschi, nella camera delle femmine e avremmo fatto l’amore con loro, andammo davvero, io mi tolsi la maglia, non so perché, lei disse: Parliamo di sesso, che ci serve, non so perché.

Aveva un pigiama orribile, una roba dorata che la indossasse oggi un’amante mi vestirei e sparirei; ci addormentammo abbracciati dopo un suo massaggio ai bordi della colonna vertebrale, due dita, tac e tac a salire, che bella pelle hai, Ivano, io quelle dita me le sento ancora addosso.

Due giorni dopo ci baciammo in un bar del centro di Viadana, per me quel bar era stato creato apposta per quel motivo lì, tirato su perché ci baciassimo, mattone su mattone, le pareti perché ci baciassimo, un orrendo acquario per quello, i tavolini anni ’80 per quello, il piano del pianobar per quello; fu il mio primo bacio, me lo diede dopo aver fumato, non ho mai dimenticato la sensazione primigenia che può dare una lingua, fumata, su una lingua.

La lingua fumata sulla lingua, lenta così, è la chitarra di John Frusciante; ascoltàtela se non avete mai baciato così, diocristo.

Mio padre se ne accorse subito; mi prese da parte un giorno, per me il cielo era lì a un dito, bastava allungarlo per toccare la felicità, ma noi non saremo mai quelli che allungano il dito; mi disse: Rispettala.

Quando lei mi chiese di far l’amore, a una cabina del telefono, le dissi: Non è ancora il momento.

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Quando il giorno dopo mi disse: Basta, a una cabina del telefono, sentii i miei denti come mattoni che cadevano, uno a uno, e il rumore là giù non era udibile, plausibile. Come la fine di Before the beginning.

Solo tanti anni dopo, morto mio padre, capii che il suggerimento era giusto, l’intenzione sbagliata. Avrei dovuto rispettarla, tanto, morendo nelle sue cosce, dilagando, perdendo tutte le sconfitte del mondo, patendo l’inconsolabilità nelle sue consolazioni di quelle dita che mi hanno tenuto per anni la spina dorsale. Che bella pelle hai, Ivano.

E invece no, invece avrei dovuto aspettare tanto. Avrei dovuto aspettare S., per amare ancora.

Ma di S. non posso parlare ora, ogni fine di un amore è un lutto e come tale va celebrato. Quindi vado sulla tomba di M., ora. Alla prossima.

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