Connect with us
Il fenomeno delle foto porno non richieste è sempre più diffuso Il fenomeno delle foto porno non richieste è sempre più diffuso

In primo piano

Quando lo sconosciuto te lo manda per posta

La versione 2.0 del fischio per strada, al passaggio di una ragazza, sembra essere l’invio di foto esplicite non richieste. È un fenomeno sempre più diffuso: 4 donne su 10 rivelano di aver già ricevuto materiale di questo tipo.

Pubblicato

il

Ho appena ricevuto questo messaggio.
È uno dei tanti che ho ricevuto nella vita.

La fotografia allegata è di natura pornografica ed è stata oscurata.

Capita alle donne come me che si sentono bene nel proprio corpo e non hanno timore di parlare della propria sessualità e dell’amore per la seduzione.

Capita anche a chi questo bilanciamento non ce l’ha, e si fa semplicemente delle foto per il piacere di farsi vedere.

Fenomenologia del coglione

Messaggi così sono purtroppo la norma.
Questo genere di approcci social da asociali finiscono nelle caselle di tutte noi.

Ho perso il conto di quanti mi hanno approcciata in questo modo neanche fossi un quarto di manzo da pesare un tanto al chilo.

Perfetti sconosciuti che travalicano la soglia del personale e ti mandano un massaggio diretto convinti di… non lo so. Ditemelo voi di cosa sono convinti, perché anche quando lo chiedo agli uomini, questi qualcuno sono sempre qualcun altro. Eppure c’è, ci deve essere un substrato in cui questa forma di atteggiamento si forgia.

Che cosa infastidisce noi donne? Molte cose, anche quelle apparentemente innocue. Perché i piccoli, microscopici gesti di inquinamento della figura femminile sono molti. Sono tantissimi i dettagli che ogni giorno ci dicono che noi siamo meno, dobbiamo stare al nostro posto, siamo quelle al servizio di qualcuno, mai protagoniste della nostra vita.

Cat calling: perché ti devo sorridere?

Cammini per strada, sei tranquilla, ti fai gli affari tuoi e qualcuno ti fischia dietro.

Ti urla “ciao bella!” e ti chiede di sorridergli.

Se sei una donna, questo ti è capitato almeno un centinaio di volte nella vita. Poco male, direte voi: sono complimenti.

Non esattamente. Entrate una volta tanto nei nostri panni: cammini, ti fai gli affari tuoi e qualcuno ti disturba. Pretende la tua attenzione, ti chiede di essere a sua disposizione sorridendogli perché lui lo desidera, perché tu, donna, sei quella cosa a sua disposizione, fatta per rallegrarlo. Dopotutto perché non dovresti far felice un perfetto sconosciuto che ti sta importunando?

Ma lui è simpatico, e la stronza sei tu, che pretendi addirittura di proseguire sulla tua strada senza prestargli attenzione e senza calcolarlo.

E poi i risvolti li conosciamo. Lo step due è l’insistere se non lo calcoli e poi, immancabili, gli insulti perché non hai risposto a loro, maschi alfa, ai quali dovresti sentirti grata di averti scelta come bersaglio.

Vogliamo sottilizzare ancora un po’? Provate a immaginare cosa si prova ad essere avvicinate in questo modo di notte, o anche solo in una strada isolata.

Perché devo essere cordiale, o peggio, accondiscendente nel continuare a perpetrare il falso diritto a disturbare le donne in questo modo?

Lo so, molti mi dicono “io non ho mica intenti cattivi, non sono mica un maniaco” e invece è tutta lì la riga da tirare per creare il confine tra diritti e non.

È dal momento in cui decidi che mi puoi trattare come una cosa, come qualcuno con meno diritti di te, come qualcosa di debole, di passivo, al tuo servizio per un tuo desiderio, dal momento in cui non mi riconosci come persona, tutto parte da lì.

Vuoi farmi un complimento o mi vuoi abbordare perché hai deciso che vale la pena conoscermi? Ok, facciamo in campo neutro ad armi pari. Trova un modo non forzoso, che mi risulti piacevole. Avvicinati solo in contesti che non mi risultino rischiosi (una cosa è essere avvicinate al tavolino di un bar, un’altra è in un luogo isolato) chiedendo se puoi disturbare, e se la risposta è no, è no. Non ti offendere.

È la vita. Stai entrando in uno spazio mio.

Al lavoro: luoghi dove ti senti dire “si, ma voi donne…”

Ufficialmente a sentire un uomo siamo quelle che hanno la vita facile perché basta una minigonna per ottenere qualcosa, in realtà siamo più qualificate e meno pagate. Abbiamo sempre ruoli inferiori nonostante le competenze.

“Perché non fate qualcosa?” mi sento dire spesso, nonostante le mille lotte femministe, nonostante le proteste.

Ho imparato che vale la pena girare la domanda. “E tu cosa stai facendo perché il diritto delle donne nel tuo posto di lavoro venga rispettato?”

Perché non protesti anche tu?
Perché non lasci spazio o non pretendi che venga lasciato spazio a una collega?
Perché non fai notare quando non ci sono abbastanza donne?

Dire “io non lo faccio, non sono stato io, non è colpa mia” non è abbastanza

Non fare niente significa non alzare un dito perché le cose cambino. Vuol dire che vi va bene esattamente com’è.
E forse sotto sotto per voi va bene così.

Ma se la risposta è un sincero no, per favore, la prossima volta fate qualcosa, perché siete voi uomini quelli in una posizione privilegiata.

E chi è privilegiato deve scegliere: se non fare nulla e partecipare alla cultura patriarcale che vuole le donne perennemente in seconda posizione, oppure fare qualcosa di attivo, perché i diritti delle donne sono i diritti di tutte.

E per favore, smettetela di descriverci come “mogli, mamme, sorelle, figlie”. Prima di tutto siamo persone. Abbiamo una nostra identità completamente  slegata da voi. Fatevene una ragione.

Chiedo alle lettrici che ci seguono: quante volte vi siete sentite in una situazione di disagio o pericolo? È così raro che accada?

Valentina Maran è nata a Varese nel 1977. È una copywriter freelance. Si è formata nelle più grandi agenzie di comunicazione milanesi e dopo un trionfale licenziamento ha scritto “Premiata Macelleria Creativa” (Fandango 2011). Scrive per riviste, committenza privata, blog di ogni tipo e si occupa prevalentemente di questioni di genere, femminismo, parità di diritti nella comunicazione. Con la sua socia Vanessa Vidale ha una piccola agenzia di comunicazione che si chiama NoAgency dalla quale non può licenziare nessuno, tranne se stessa. Da anni è docente in corsi ITS e IFTS post diploma dove insegna creatività.

Crescere

Io sono ciò che mi manca

Possiamo costruire e fare grandi cose da ciò che ci manca o dalle nostre debolezze. Non a casa il successo spesso nasce proprio dal fallimento.

Pubblicato

il

Io sono ciò che mi manca. Vivo la mia vita attorno ad un vuoto e la popolo di un pieno.
Così chi non può correre impara a volare, chi non può volare impara a nuotare.
Chi non può né correre, né volare, né nuotare impara a parlare.
E chi non può neppure parlare, impara a pensare.

A ognuno il suo talento

Ogni essere umano presto o tardi sviluppa un talento, una virtù. Impara a distinguersi per quello che sa fare, dire o pensare. E soprattutto impara a rendersi utile e a farsi apprezzare.

Ma cosa lo spinge a eccellere?

Alcuni ritengono che si tratti del fatto che presto o tardi si prende contatto con il proprio talento, naturale, genetico. Altri, invece, ritengono che il vero click avvenga nel momento in cui si incontra il proprio limite e si comincia a creare attorno ad esso. Nel primo caso alla base di un’eccellenza c’è un pieno, nel secondo caso c’è un vuoto con attorno un pieno.

Probabilmente tutte e due le ipotesi sono vere.
Tuttavia nella vita vissuta, nel lungo periodo, chi ha contattato, percepito, riconosciuto e accettato il vuoto che sta dentro il pieno si distingue per la costanza e la continuità con cui persiste nella sua piccola virtù.

Fallire per riuscire

I migliori atleti non sono quelli che non sono mai caduti, ma quelli che sono caduti e poi hanno saputo rialzarsi.
I più grandi musicisti non sono quelli che hanno sempre stregato il pubblico con le loro composizioni, ma sono quelli che hanno fatto fiasco e in mezzo allo sconforto hanno saputo ritrovare l’ispirazione.

Lo stesso vale per la gente comune. Per il piccolo imprenditore che ha saputo ripartire dopo un fallimento, per il libero professionista che ha imparato a vivere negli alti e bassi di richiesta del mercato.

Questo dettaglio purtroppo l’opinione pubblica fatica a comprenderlo.
È questo il motivo per cui la paura di cadere, di inciampare, di scendere al di sotto di una certa soglia è il più grande limite nella felicità degli esseri umani. Soprattutto in un mondo opulento e viziato come il nostro mondo occidentale.

Le garanzie ci abituano a vivere all’interno di un intervallo garantito. Per noi la parola rischiare non significa metterci in discussione e dubitare di noi stessi, significa solo giocare a fare qualcosa di diverso per vedere che effetto fa.

Chi oggi sarebbe in disposto a dire: “Toglietemi tutto!”. Molti sono disposti a rinunciare a molte certezze, ma non sanno andare oltre il “Toglietemi tutto, ma non … “, soprattutto dopo una certa età (leggi a questo proposito Cambiare vita a 40 anni).
Il grande limite è che neppure per gioco sono in grado di farlo, neppure nel tempo libero dal lavoro, dalla necessità di produrre. Nel “desport”!

Così accade che la vita scorre e se non abbiamo ancora toccato il fondo, non abbiamo ancora capito che il modo migliore per restare a galla è lasciarsi sostenere dall’acqua.
Investiamo ancora sulla nostra capacità acquisita di nuotare, piuttosto che sulla nostra naturale capacità di galleggiare.

Entrare in contatto con la propria debolezza

Una volta ebbi come paziente un pugile, dilettante.
Mi raccontò una cosa che mi colpì molto (è il caso di dirlo). Mi disse che il suo punto debole, come pugile, era che nessuno gli aveva mai rotto il naso. La mia prima reazione fu “Ma come? Questo non significa che sei bravo a difenderti?”.
Lui mi disse “Si! Sono troppo bravo a difendermi in uno sport in cui solo chi sa attaccare e fare punti, vince”.

Non sono esperto di boxe, tuttavia in quel momento ho capito che pur essendo bravo a boxare quell’uomo non poteva fare strada perché alla base del suo talento non aveva una ferita, un vuoto, una mancanza. Quelli bravi sono quelli che proprio perché sono stati colpiti nel loro punto debole hanno costruito attorno ad esso la loro forza.
Lui non era mai sceso abbastanza in basso da contattare la sua debolezza e per questo non era salito abbastanza in alto da contattare tutta la sua forza.  Solo chi ha fatto sentito la necessità, ha sviluppato la virtù.

Come scrive il grande filosofo Ortega y Gasset:
“Tutto ciò che siamo in positivo lo siamo grazie a una qualche limitazione. E questo essere limitati, questo essere monchi, è ciò che si chiama destino, vita. Ciò che ci manca e ci opprime è ciò che ci costituisce e ci sostiene. Pertanto, accettiamo il destino”.

Anche questo è #gowild

Continua a leggere

Comunicare

Le parole per dirlo e per scegliere di includere

Le parole che scegliamo dicono qualcosa di noi, della nostra cultura e delle nostre convinzioni. Ad ogni momento possiamo scegliere di utilizzare parole più inclusive per tutt*.

Pubblicato

il

Scegliere le parole giuste per include tutti

La lingua italiana è composta di almeno 160mila parole, esclusi i dialetti locali.

Questo vuol dire che, al netto di vari livelli di analfabetismo, abbiamo un variegato campionario di termini per esprimere un pensiero, un concetto o un sentimento.

Perciò, sta a noi decidere se vogliamo includere o escludere qualcuno dei nostri ascoltatori o lettori, e trovare le parole per farlo, anche senza dichiararlo.

Non voglio tornare sulle declinazioni di genere dei titoli e degli appellativi (sul tema vi segnalo il bell’articolo di Valentina Maran che trovate qui).

C’è una discriminazione altrettanto tagliente che è legata alle espressioni evocative e a determinate frasi dedicata esclusivamente a una categoria di pubblico: le donne.

Il fenomeno è democraticamente distribuito in qualunque consesso sociale, incluse le scuole e le aziende.

E se in un’informale chiacchierata tra amici, una donna può decidere di soprassedere, in una riunione di lavoro il senso cambia.

Eh sì perché, salvi gravi deficit scolastici o analfabetismi di ritorno, si presume che chi tiene un discorso in una riunione, soprattutto se ricopre un ruolo apicale, quel discorso se lo sia preparato.

Si presume che se lo sia anche riletto, con quel minimo di cura per valutare se le parole e gli esempi scelti siano realmente efficaci per la platea; ovvero: chiari, convincenti e motivanti all’azione.

Qualche esempio dalla mia esperienza aziendale (non tutti subìti)

Mi scuso in anticipo per alcune volgarità, ma riporto le espressioni per come le ho ricevute o ascoltate.
Vabbè, comincio delicata: andiamo per gradi.

1. “Voglio più cameratismo tra voi”

Ora: la camerata richiama al collegio e, più frequentemente, alla caserma.

Le donne, in Italia, non hanno potuto svolgere regolarmente il servizio militare fino al 2000 e anche oggi sono una minoranza (più per disoccupazione che spirito di servizio, tra l’altro); perciò, chiunque sia nata prima del 1982 e cresciuta in casa, non ha esperienza di camerate.

Lo so, qualcuno starà pensando che la mia sia un’esagerazione, perché la parola è di uso comune e il senso è noto.

È vero; ma voglio sottolineare che qui non parliamo di un discorso a braccio, nel quale le idee sono a volte più veloci delle parole e si sceglie il primo termine che viene.

Parliamo di un intervento preparato.

In alternativa, si poteva scegliere: solidarietà, complicità, supporto, collaborazione, spirito di squadra, giusto per citare le prime che mi vengono in mente.

2. “Se fossi un uomo saresti perfetta”

Giuro: me lo sono sentito dire, e voleva pure essere un complimento.
Il senso era che ero preparata, efficiente, organizzata e determinata; quindi quasi perfetta nel ruolo, salvo per l’inconveniente di essere femmina.

3. “Oggi è isterica, c’avrà il ciclo”

Al di là della considerazione che il ciclo è una costante dalla pubertà alla menopausa, e che perciò ce l’avevo anche quando con me riuscivi a confrontarti serenamente, è vero: è governato da cambiamenti ormonali che nel 25% delle donne incidono significativamente sull’umore.

Ma gli sbalzi d’umore dipendono solo dal ciclo?
Non è che posso aver dormito male, discusso con qualcuno o ricevuto una notizia spiacevole?

Ho avuto un manager che, se la domenica la sua squadra del cuore perdeva, il lunedì non veniva in ufficio perché aveva la gastrite…

C’è una versione un po’ più triviale legata all’assenza di regolare attività sessuale, ma direi che si siamo capiti e ve la posso risparmiare.

“4. Dovete tirare fuori le palle”

Scusate: cioè?
No perché qui, con tutto l’impegno e la buona volontà, proprio non posso.

Mi volevi dire che devo essere tenace, determinata, coraggiosa e agguerrita?

Se proprio amiamo le metafore, possiamo dire che dobbiamo tirare fuori i denti o gli artigli?
Perché in molte specie mammifere il maschio caccia (a volte) ma è la femmina a difendere (sempre) i cuccioli e il territorio.

E siccome nell’universale linguaggio fisico animale mostrare le proprie “armi” serve a dichiarare che non si ha intenzione di fuggire e si è disposti a tutto…

Ce ne sarebbero altre (anzi, se vi va, scrivetele nei commenti) ma direi che il senso è chiaro.

I best performer

Per me poi l’apice viene raggiunto con i distinguo.

Caso 1

Parte automatica e incontrollata la frase sessista e, un attimo dopo, “escluse le presenti, naturalmente…”.

Naturalmente? Ne sei sicuro? Hai sperimentato? Hai raccolto prove a sostegno dell’esclusione?
Naturalmente, no.

È solo che, forse, hai parlato senza riflettere e ora cerchi, male, di rimediare.
Può anche darsi, invece, che da fine oratore, vuoi fermare la frase nelle menti dei presenti, sottolineandola proprio con quell’esclusione.

Come si dice: a pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina.

Caso  2

Esce la frase pesantemente volgare e l’autore si rivolge alla prima donna di cui incontra lo sguardo e dice “scusa eh!”
Come se tutti gli uomini fossero indifferenti alla volgarità e fosse solo un problema delle donne.

Davvero?

Guardate che non siamo così delicate.
Le conosciamo anche noi le parolacce, e le diciamo anche.
Siamo capacissime di sfilare le nostre belle coroncine e trasformarci magicamente nel migliore camallo di Marsiglia (con tutto il rispetto per la categoria).

Non dovete proteggerci.
Dovete imparare ad essere educati e rispettosi, anche nella scelta delle parole, verso tutti, altri uomini inclusi.

 

Lo so, può sembrare un’esagerazione e in effetti (un po’) ho volutamente esagerato.
Ma la comunicazione è uno strumento principe per includere o escludere persone.

Oggi ho parlato di donne ma potremmo parlare di disabilità o dell’uso perverso del “buona domenica” e del “buon natale”, come se fossimo tutti cristiani.

La cura con cui scegliamo le parole, le perifrasi, le metafore, gli stili ci racconta di convinzioni profonde e “culture” radicate.

Scegliere di adeguarle al contesto per includere tutti è una scelta.
Così come non farci caso.

Continua a leggere

treding