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Chi ha paura del gender?

Gli studi di genere sono ideologici e teorici? E invece: potrebbero aiutarci ad aumentare il nostro prodotto interno lordo del 13%.

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Alcune settimane fa ho scoperto che Ca’ Foscari Challenge School, scuola Executive dell’Università Ca’ Foscari di Venezia offre un nuovo Master in Gender Studies and social changes (Studi di genere e gestione del cambiamento sociale).

Quando studiavo all’Università di Ginevra nella seconda metà degli anni ’90, il dipartimento di lingua e letterature inglesi era fortemente connotato dai gender studies, che offrivano, a livello di analisi letteraria, una ventata di aria fresca rispetto ai corsi delle lingue romanze, dove passavamo ore a discutere di filologia.

Per questo motivo, quando ho sentito per la prima volta l’espressione “gender” in Italia, non ho capito bene perché la utilizzassero in riferimento a un’ideologia. Per me gli studi di genere erano una disciplina accademica, non una ideologia.

Certo, ogni tanto presentavano dei siparietti vagamente osé, ma era anche questo l’aspetto che li rendeva interessanti. I cambiamenti di sesso nell’Orlando di Virginia Woolf battevano a mani legate dietro la schiena qualsiasi apofonia vocale del Duecento, insomma.

Un concetto confuso (e non per caso)

In Italia, invece, la “’ideologia del gender” sembra essere associata quasi esclusivamente al movimento dei diritti degli omosessuali e (apprendo da una ricerca online) sarebbe usata per svalutare la differenza e la complementarità dei sessi.

L’espressione è entrata nell’uso corrente a partire dagli anni 2000, in parallelo ai progetti di legge sulle unioni civili che si sono susseguite dai DICO del 2007 in poi. La preoccupazione degli oppositori a questo tipo di legislazione si è cristallizzata in quella che viene da loro definita l’ideologia del gender, che favorirebbe atti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina.

Questa definizione mi risuona già di più, perché va ben oltre la questione del matrimonio ugualitario: qui si parla esplicitamente di diversità biologica fra maschio e femmina, per cui il mio background in letteratura comparata torna utile. Insomma, è la solita storia: a qualcuno dà fastidio che si sottintenda che uomo e donna sono uguali.

Forse è per questo motivo che, in Italia, solamente l’università Roma Tre e la Statale di Milano hanno finora attivato percorsi dedicati a questa tematica? Che ci sia un po’ di resistenza culturale su queste tematiche?

Gli studi di generi e le implicazioni interdisciplinari

Visto che mi trovavo a Padova per lavoro, ne ho approfittato per fare una capatina a Venezia, dove, come dicevo, è appena nato un nuovo master sugli studi di genere. Con il cognome veneto dalla mia, ho proposto un incontro alla direttrice del master, la professoressa Ivana Maria Padoan, Direttrice del Master in Gender studies, per capire meglio cosa si intenda per gender studies e cosa proporranno concretamente nel loro percorso formativo.

“Quando ci si occupa di studi di genere non si parla solamente di un ambito di ricerca, che magari dall’esterno può sembrare lontano dalla quotidiana delle persone.”, ha subito chiarito la professoressa Padoan. “È una prospettiva anzi molto ampia, che è subordinata ad altre discipline: si può infatti adottare una prospettiva di genere nell’analizzare la politica, la letteratura ma anche l’economia”.

Apprendo così che gli studi di genere, ad esempio, ci hanno aiutato a capire come la crescita economica benefici di un migliore tasso d’impiego femminile. Un’analisi condotta dalle Nazioni Unite mette effettivamente in evidenza che più le donne entrano nel mondo del lavoro e più l’economia prospera. Il mondo del lavoro retribuito, si intende, naturalmente – perché non è che non facciano niente tutto il giorno…

Lo stesso rapporto ha stimato che il prodotto interno lordo della zona Euro aumenterebbe del 13% se la percentuale di lavoro remunerato delle donne fosse la stessa degli uomini.

Non solo donne, anche uomini

 Niente matrimoni gay, quindi?

“Non in maniera diretta. È vero che i queer studies fanno parte degli studi di genere e si concentrano sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, chiarisce la professoressa Padoan. “Ma all’interno del nostro ambito di interesse, oltre ai women’s studies, ovvero gli studi che riguardano donne, femminismo e genere, ci sono anche i men’s studies, ovvero gli studi su uomini e mascolinità. Questo è un aspetto poco conosciuto dal grande pubblico.”

Il percorso di master fornirà ai partecipanti i concetti e gli strumenti per la comprensione e l’analisi della costruzione sociale dei generi, delle tendenze e delle pratiche sociali e istituzionali, viste da una prospettiva interdisciplinare.
Il tutto ruoterà intorno a dei project work, che costituiscono parte integrante del percorso didattico. Insomma, dei lavori pratici su obiettivi di ricerca o di progetti concreti, che le studentesse e gli studenti realizzeranno nel corso dei 18 mesi di durata del master.

Ma tra l’altro, è a tempo pieno?
“No, è un master di secondo livello executive strutturato per permettere a chi lo frequenta di lavorare in parallelo. L’impegno in presenza è di un fine settimana al mese, sono poi previste attività formative on line”.

Ah, ecco. Quasi quasi 😉

Interessa anche a te?

Le iscrizioni sono ancora aperte e i corsi cominciano nel dicembre del 2018.
Per maggiori informazioni, visita la loro pagina:

Master di II livello in Gender studies and social change/Studi di genere e gestione del cambiamento sociale dell’Università Ca’ Foscari di Venezia

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La Violenza contro le donne è meglio del Black Friday

Una donna è vittima solo quando è morta. Ma la violenza si cela anche nelle piccole cose, dai fischi per strada al gap salariale. E gli uomini (TUTTI gli uomini) non fanno abbastanza per cambiare le cose.

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È da poco passato il 25 novembre meglio noto come la giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
È una giornata così, che ha fatto la fine del Black Friday: viene messa nei piani editoriali dei social media manager perché “qualcosa bisogna dire”, va bene tutto, si può associare a tutti i brand, tanto, chi più o chi meno, tutti trovano regolare dire “non si fa”.

Fai alcolici? Anche da sobrio non toccare il fondo, fermati prima.
Fai cucine? Milioni di donne vengono assassinate in casa propria, la casa dovrebbe essere il posto più sicuro dove vivere, e invece…
Fai coltelli, vendi benzina, proponi armi? Beh, qui si vince facile, tanto tra quelle che vengono accoltellate, massacrate, sparate o arse vive è facile farsi venire in mente l’annuncio strappalacrime.

È diventato questa cosa, il 25 novembre. Giusto un giorno da calendario. Poi basta, nonostante le marce che coinvolgono 150.000 donne e di cui non avete sentito parlare nei media nazionali, perché non esistiamo.
Un giorno di calendario per trattarci da vittime, darci delle cordialissime pacche sulle spalle e farci la cortesia del minimo sindacabile: dire che non è giusto ucciderci o farci del male.
Però attenzione: quello che vedrete nei post sono soprattutto le lacerocontuse una donna vale come vittima solo se è morta o se sanguina copiosamente.
Se è tumefatta. Altrimenti no.

Certo, belle le pubblicità create da geniali pubblicitari – gli stessi che hanno fatto mobbing a qualche tua collega, o quelli che ci provano con le stagiste appena arrivate con la scusa del tu fai qualcosa per me e io lo faccio per te.
O quelli fieri di mostrare il lavoro socialmente utile per la giornata mondiale contro la violenza alle donne, peccato che poi facciano lanci di eventi dove le donne non sono presenti nei panel, oppure semplicemente non sono mostrate nei manifesti.

Belle, eh, le campagne sociali. Sì, peccato che non becchino mai il target giusto.
Perché scommetto che il 90% degli uomini non si sente accusato. Il 90% degli uomini non ne fa un problema suo, perché loro mica le fanno tumefatte, le donne. No, al massimo fischiano per strada, anche di notte, pretendendo che tu sorrida loro, ma sì, cosa vuoi che sia, non sarà mica violenza no?
Avete idea dell’ansia di tornare a casa sole? Avete idea della paura e della rabbia a non poter camminare per gli affari propri perché qualcuno si sentirà in diritto di avvicinarsi e chiedere dove vai, cosa fai?

No, non le fate tumefatte, però scommetto che vi siete guardati bene dal protestare quando un vostro collega maschio è stato promosso a una carica immeritevole che poteva tranquillamente essere data a una donna. Non le fate tumefatte quando date per scontato che arrivino dopo di voi, che abbiano ruoli inferiori, che vengano licenziate quando restano incinte, che vengano previsti premi in denaro inferiore.
Non le avete fatte tumefatte, però quante volte avete protestato quando non c’è stato nessun nome femminile in un panel, in un incontro tra amministratori delegati aziendali, tra le firme di qualche ricerca, sulla prima pagina di un giornale?

Avete voluto la parità… mi sono sentita dire un sacco di volte nella vita. La parità è un diritto non ancora acquisito, altrimenti ci pagherebbero nello stesso modo e non avremmo un problema di gap salariale.

No, certo, non siamo tumefatte, non esternamente, ma sono colpi sotto la cintura che giorno dopo giorno ti fanno chinare, ti abbassano l’autostima, ti caricano le spalle di fatica e lavoro in più per ottenere il minimo sindacale che a un uomo viene riconosciuto d’ufficio.
La violenza è nelle piccole cose, quelle che “ma sì, sei la solita, quanto ti arrabbi”. È nel non farci caso, nello sminuire costantemente, nel far apparire la rivendicazione femminile come attacco isterico, o noia. “La solita cosa da donne”.
È violenza non riconoscere il genere femminile nella lingua italiana “perché suona male”. Basta cominciare a usarlo perché vi suoni molto meglio.

La violenza è svilire e quando ve lo si fa notare, dire “Dio come la metti giù dura!”

Stateci voi alle regole fisse di una società che passa il tempo a dirti che devi essere magra, bella piacente, in forma, sana, attenta a te stessa, alla casa e ai figli.
Diventate voi oggetto sessuale vostro malgrado, che una buona fetta di popolazione si sente in diritto di approcciare anche nei modi più beceri, quando vorreste solo essere lasciati in pace.

Andate oltre il minimo sindacale: dire “non ho mai fatto male” è il minimo sindacale. Io mi aspetto l’impegno nel notare le donne, nell’apprezzarle oggettivamente per il talento. Fateci caso.
Fateci caso quando nelle riunioni siete tutti uomini, quando alle donne date solo ruoli subalterni, quando non sono chiamate al tavolo decisionale, quando la loro opinione è richiesta solo su “argomenti da donne”, quando non ci sono perché si trova normale che non ci siano.

Non è normale pensare che sia normale. Nemmeno questo.
Non è normale che non siamo presenti alla metà esatta. E per favore, non fate quelli che “le abbiamo chiamate ma non sono venute” – se è così è perché non vi reputano all’altezza, o non si reputano loro. E qui ci sarebbe molto da capire.

Fate lo sforzo estremo di mettervi nei nostri panni  e quando l’avrete fatto e vi sarete resi conto che sono dannatamente scomodi, vi accorgerete che sì, abbiamo voluto la parità ma siamo ancora ben lontane dall’averla.

Datevi questo compito per il prossimo anno è una cosa facile facile: contate le teste. In qualunque manifestazione, panel, riunione, associazione, vertice apicale, assemblea, prima pagina, ospiti di trasmissione ovunque. Contate le teste. Contate quanti uomini ci sono, e poi domandate a voce alta agli organizzatori dove sono le donne, o perché ce ne sono così poche.

Così, giusto per vedere l’effetto che fa.

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Crescere

Bello e impossibile (se è difficile da avere, non si dimentica)

Ogni giorno abbiamo la scelta: fiorire, e rischiare di essere recisi, o nasconderci, e rischiare di non vivere. Ma c’è una terza opzione che va cercata: essere la versione migliore di noi, ma lontano dallo sguardo degli altri.

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“Non sarò un altro fiore raccolto per la propria bellezza e lasciato morire. Sarò wild, difficile da trovare e impossibile da dimenticare”.

Sono sempre in cerca di nuove definizioni del concetto di GO WILD. E queste parole della scrittrice Erin Van Vuren mi hanno subito colpito.

“Non sarò un altro fiore raccolto per la propria bellezza e lasciato morire”.

Trovo che queste parole siano come un fendente luminoso in una notte buia. La notte buia in cui a volte come persone ci troviamo. Quel momento in cui nessun riferimento del passato sembra più utile o valido. E la tendenza sarebbe di lasciarsi andare, lasciarsi naufragare come le balene che vanno a morire sulle spiagge e attendono lì la morte.
Mi guardo intorno e molti sguardi sembrano suggerire: mi lascio andare. E come ti lasci andare? Ci sono due modi. Il primo è lasciarsi andare alla bruttezza, perché tanto non ha senso farsi belli. Il secondo è lasciarsi andare alla bellezza ingenua, come un fiore che si fa troppo bello e finisce per mettersi troppo in mostra. Così viene raccolto da un passante qualsiasi che è solo in cerca di novità. Affascinato, strappa quello splendido fiore, ma non si accorge che con il gesto con cui lo stima, facendolo suo, al tempo stesso lo colpisce a morte. Il fiore raccolto è il fiore che comincia a morire.

Accade la stessa cosa con gli splendidi sassi che ogni tanto fanno capolino nelle acque del mare o dei torrenti di montagna. Meravigliosi arcobaleni di colori finché sono immersi nell’acqua, diventano cieli grigi quando portati all’asciutto. Rimane la forma, ma si perde tutto il colore.

A questo punto sembra non esserci più via di scampo. Non vale la pena farsi belli per poi finire buttati nell’immondizia. Tanto vale rendersi brutti. Almeno saremo lasciati stare, soli nel nostro grigiume.

Queste sono le due opzioni razionali, quando si pensa che tra bello e brutto non ci sia una terza opzione. Questo è il panorama delle possibilità di scelta, quando si pensa come Aristotele: Tertium non datur. Non c’è una terza possibilità e quindi non c’è scelta, dal momento che, se non c’è una terza opzione, non c’è una reale possibilità di uscire dal solco. Si può solo fermarsi o avanzare ovvero resistere o accettare. Rendersi brutti è resistere al destino ingrato dei belli, rendersi belli è fare la fine dei brutti. E mi riferisco alla bellezza e alla bruttezza in senso ampio: interiore ed esteriore.

Ma dopo averci messi davanti al dilemma, Erin Van Vuren ci fa intravedere una via di uscita. Ci apre ad un’altra possibilità: essere wild. Ossia essere “difficili da trovare, ma impossibili da dimenticare”. Difficili da raggiungere, ma impossibili da abbandonare. Ci propone di affacciarci sul mondo della logica non ordinaria. Un mondo in cui potrebbe valer la pena rendersi belli e al tempo stesso introvabili.

Davanti a questa prospettiva, qualcuno potrebbe cedere e dire “Tanto vale allora non rendersi belli, se poi ci si deve rendere introvabili”. Questo è comprensibile se il concetto di bellezza è ancora vincolato al rendersi belli per gli altri. In una logica wild, invece, rendersi belli, è soprattutto uno spettacolo che si offre a se stessi. Come un diamante che assume la sua stupenda forma nel buio della terra. Lontano dagli sguardi indiscreti dei cercatori di novità, il diamante assembla se stesso e si rende sempre più prezioso. Un po’ come se un uomo o una donna si curassero della loro bellezza anche se sanno bene che passeranno le loro giornate soli davanti ad un monitor.

E qui ricordo le parole di una maestra, a cui molto devo, che per prima mi illuminò sulla reale e concreta differenza tra gioielli e bigiotteria. La bigiotteria è facile da avere, ma altrettanto facile da dimenticare in fondo ad un cassetto. I gioielli, invece, quelli veri, sono difficili da avere, ma una volta avuti, poi è difficile dimenticarli. La bigiotteria è fragile, si adatta solo a pochi abiti. I gioielli veri, invece, sono volubili, hanno tante facce. Li puoi indossare con tutto e stanno sempre bene. Anzi, i gioielli veri sono desiderati da tutti, non perché belli in sé, ma perché valorizzano la bellezza di chi li indossa.

Essere wild è anche questo. Essere come diamanti che perfezionano la propria capacità di valorizzare la bellezza altrui. È per questo che le persone amano i diamanti, perché il diamante vero non prevarica, ma valorizza. Difficile da avere, ma impossibile da dimenticare.

Anche questo è #gowild.

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