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Forme al femminile e (ec)citazioni al maschile

Forme al femminile e (ec)citazioni al maschile

Valentina Maran
Usiamo la forma femminile dei mestieri: esiste!

È una frase che mi pare d’aver sentito in qualcuno dei filmati che rimbalzano in rete e ricordo di averla trovata sensata.

Se non sei rappresentata, non esisti.

Ma anche se non sei nominata.

A ottobre dello scorso anno ho avuto una discussione piuttosto accesa con alcuni rappresentanti del mondo “bene” della comunicazione italiana, perché per il lancio di IF! (il Festival internazionale della creatività con base a Milano) non avevano utilizzato ritratti di donna, ma la campagna veniva trionfalmente lanciata solo con i primi 5 ritratti di uomini ritenuti particolarmente significativi.

Ho domandato dove fossero le donne. Mi è stato risposto “sei la solita, pensi sempre male, le donne ci saranno, non le abbiamo ancora ritratte”.

Le donne sono effettivamente arrivate, meno degli uomini e in un secondo tempo, ma per me è stato comunque un problema: esserci solo dopo, solo in seconda battuta, e sempre in numero minore, è un problema. Non è una corretta rappresentazione. Non ci siamo, non esistiamo, arriviamo solo in seconda battuta. Mai alla pari, mai protagoniste, mai tanto quanto.

Idem per il festival di Sanremo

L’avete visto?

Voci femminili in netta minoranza rispetto a quelle maschili (sorvolo magnanima sulla cavolata detta da Renga: penso sia inutile sprecare tempo e parole su certi stupidi stereotipi di genere male argomentati. A Renga consiglio di abbottonarsi meglio la camicia e pure la bocca, quando non canta.)

Funziona così un po’ ovunque: dagli #AllManPanel dove facciamo notare speaker solo uomini alle manifestazioni o comunque in numero sempre sproporzionato rispetto a quello femminile, fino ad arrivare alla rappresentanza politica, dove neanche i partiti rottamatori riescono davvero a mandare all’aria i vecchi stereotipi, la presenza femminile langue un po’ ovunque e non certo perché le donne manchino, ma perché il maschilismo è difficile da sradicare, sia per cultura, sia per colpa della lingua.

Già, perché la lingua italiana non ci aiuta a emergere e tende a oscurarci.

Le donne sono poco rappresentate, e in genere citate al maschile

Un difetto della lingua italiana infatti è questo: che non ci rappresenta perché spesso il maschile nei nomi viene preferito al femminile.

La regola prevede che se c’è una doppia presenza di genere – maschile e femminile – non si citino entrambi, ma prevalga il maschile.

Poca roba, dite voi? Non tanto: non essere mai citate, non essere riconosciute, essere messe sempre nell’ombra non aiuta e inevitabilmente il senso che il ruolo maschile sia meglio del femminile serpeggia silenzioso e si insinua nelle abitudini.

Fateci caso: avvocato al femminile si dice avvocata, ma pochissime avvocate si fanno chiamare così: il timore è di perdere credibilità, come se la femminilizzazione (grammaticalmente corretta) del nome svilisse la loro preparazione.

Architetto si declina in architetta, e prima di dire che suona male e quella tetta finale vi faccia pensare a un seno, ragionate solo su un fatto: i nomi smettono di “suonare male” quando impareremo a usarli e a renderli normali.

Del resto skillare, budgettizzare e swappare non è che suonino meglio, anzi.
Ma l’utilizzo li rende meno ostici.

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Quindi perché scandalizzarsi tanto per la femminilizzazione dei nomi?
Sindaca si usa, ministra anche. Non sentitevi svilite dal femminile: portiamolo con orgoglio.

Impariamo l’uso non sessista della lingua italiana: come fece in modo memorabile la presidente Boldrini quando il leghista Grimoldi la chiamò Signor Presidente e lei, puntuale, gli rispose “Grazie deputata Grimoldi” facendogli notare quanto possa essere fastidioso e stupido essere nominati con un genere diverso dal proprio:

Una questione culturale

Sono piccole accortezze migliorabili, e l’imposizione di mettere i nomi al maschile quando invece sono presenti entrambi i generi è bypassabile citandoli entrambi. Immaginate se, entrando in classe, una maestra o un maestro dicessero anziché “buongiorno bambini” un semplice “buongiorno bambine e bambini”. Non suona già più inclusivo?

Dettagli che non sono un dettaglio e che spiega bene la Dottoressa Giuliana Giusti nelle sue lezioni online su Linguaggio, identità di genere e lingua italiana:

Un approfondimento interessante per chiunque voglia cominciare a praticare un dialogo più equo utilizzando la lingua.
Piccoli accorgimenti che fanno una grande differenza culturale.

Voi siete pro o contro la femminilizzazione dei nomi? Ci avevate mai fatto caso?

 

 

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