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Stupidità funzionale: riconoscerla e cercare alternative (o affogare provandoci)

Stupidità funzionale: riconoscerla e cercare alternative (o affogare provandoci)

Enrico Chiari

Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana. Ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi.

Albert Einstein

Simpatico Einstein. Ma a parte la simpatia, aveva un’altra grande qualità: una scorta di dubbi utilissimi.

La stupidità umana normalmente non piace. Le preferiamo l’intelligenza dei singoli e quella delle organizzazioni. Tendiamo a pensare che l’intelligenza faccia girare i pensieri, le decisioni, le azioni e i risultati. Quelli positivi, ovviamente.

Leggendo il libro Il paradosso della stupidità dei docenti universitari Mats Alvesson e André Spicer, mi sono reso conto di aver sottovalutato la diffusa presenza di azioni stupide negli ambienti di lavoro.

L’essenza della stupidità funzionale

La stupidità descritta dai due accademici è quella funzionale, che riguarda la tendenza a ridurre la portata del proprio pensiero e a concentrarsi sugli aspetti limitati e tecnici del lavoro.

È quella tendenza, spesso inconsapevole, di impedire alle persone di pensare seriamente a ciò che fanno al lavoro. A quel punto accade l’inevitabile: quelle persone – con esperienza e dedizione – sono in grado di svolgere il proprio lavoro, ma smettono di porsi domande cruciali su di esso.

Invece di porre domande, obbediscono agli ordini. E quando sono in balìa di questo tipo di stupidità, diventano eccellenti “nel fare cose che producano una buona impressione”.

La ricerca della stupidità e l’ossessione per le buone notizie

È curioso notare come la stupidità funzionale venga perseguita, sposata e divulgata da chi riveste ruoli di management. Esistono aziende che copiano altre organizzazioni (che ritengono ‘di successo’), ma non hanno alcuna idea del perché le emulino. Di solito, queste sono aziende ‘religiose’: hanno sviluppato una fede ardente (e anche cieca) verso la leadership. E anche l’autocelebrazione, purtroppo.

Sul breve termine, ha comunque dei risvolti positivi. Chiedere alle persone di “spegnere il cervello ed eseguire le direttive ricevute” funziona essenzialmente perché aumenta l’efficienza e dà maggiore certezza sull’attuazione delle decisioni. Ma sul medio-lungo termine, no. Alla lunga la stupidità funzionale inficia quella che è la reattività delle aziende, distratte dalla concorrenza e dalle mutevoli condizioni del mercato.

Diverse aziende, poi, sentono l’esigenza di riportare sotto controllo le ambizioni dei dipendenti, quando sembrano diventare “eccessivamente indipendenti”. È in quel momento che rischia di imporsi la tremenda cultura dell’ottimismo a tutti i costi (‘only good news’) che non ammette obiezioni pessimistiche.

Così facendo anche i dipendenti più indipendenti (intellettualmente) si adeguano – o se ne vanno – e le organizzazioni perdono sia la visione d’insieme sia lo spirito critico che serve per non snobbare le idee dei concorrenti e le esigenze dei consumatori.

L’ossessione di sembrare non stupidi e il fraintendimento sull’apprendimento

A livello individuale invece, a prescindere dalle situazioni professionali, siamo spesso concentrati nel voler dimostrare di non essere stupidi. Così esibiamo conoscenza e intelligenza, mostrando quella che a volte assomiglia a saggezza e altre volte a capacità di analisi. Ma questa guerra alla stupidità è come un gigantesco boomerang degli aborigeni australiani: ci torna indietro.

La psicologa statunitense Carol Dweck dice che “quando le persone temono di sembrare stupide, tendono a perdere l’opportunità di imparare”. Ma l’apprendimento della conoscenza – inteso in senso olistico – è qualcosa di diverso da un treno che passa una volta a settimana, in un orario prestabilito. Esistono molti più treni, tutti i giorni, in diversi momenti. Ma ci sono anche biciclette, autobus, aerei e navicelle spaziali. E, soprattutto, possiamo muoverci a piedi.

I 10 processi per orientarsi verso rotte meno ottuse

In conclusione, Alvesson e Spicer indicano dieci possibili processi per spingere le persone verso il pensiero critico. E, soprattutto in ambito aziendale, per oltrepassare i ‘territori di stupidità’.

Routine riflessive
All’interno di un gruppo di lavoro o di studio, perché non cercare di fare domande critiche o di riflessione una volta alla settimana o al mese?

Gli avvocati del diavolo
È difficile riuscire a fare domande critiche, perché spesso il nostro giudice interiore le elimina prima ancora di ‘pubblicarle’. Perché non nominare un critico di professione, noto anche come ‘avvocato del diavolo’, con il ruolo di mettere tutto in discussione per aumentare la qualità di analisi?

Post-mortem
Raramente impariamo dai nostri errori, perché quando le cose vanno male, cerchiamo il modo di nasconderle. Perché allora non guardare ciò che è andato storto da una distanza maggiore. Per cosa? Per notare che magari è un buon punto di partenza per un altro sentiero.

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Le statistiche possono ingannare?

Pre-mortem
Se le cose vanno come ci auguriamo, perché non immaginarne la fine? Perché, proprio quando le vele sono gonfie, non immaginarsi gli errori possibili che potrebbero portare a un esito infausto?

Nuovi arrivati
Nelle organizzazioni capita che le persone nuove portino aria fresca, cioè visioni che i veterani non sono in grado di scorgere. Perché non interrogare queste persone, mettendole nella condizione di sottolineare proprio i dettagli da migliorare?

Estranei
Talvolta le organizzazioni possono trarre benefici dall’apprendimento da un estraneo. Perché non sforzarsi di capire cosa vede un estraneo nella nostra organizzazione (o, semplicemente, chiederglielo)?

Coinvolgere i propri critici
Se siamo interessati davvero a comprendere le stupidità sistemiche all’interno della nostra azienda, perché non coinvolgere i critici già presenti nell’organizzazione?

Gare e giochi
I giochi sono uno strumento eccezionale per sradicare la stupidità. Il ‘bingo delle cazzate’ ne è un esempio: perché non incentivare le persone a fare attenzione ai cliché e alle affermazioni insensate quando ‘passano da quelle parti’?

Anti-slogan
Le parole del management sono spesso una trappola linguistica. Perché non proviamo a essere dei ‘disturbatori della cultura’ e cominciamo a sviluppare un tipo di lingua anti-management?

Task-force anti-stupidità
Progetti. Strutture. Sistemi. Procedure. Budget. Analisi. Che due pa… ops, scusate.
Si intende dire che, talvolta, la discontinuità o la cancellazione di attività e provvedimenti può avere un risvolto sorprendentemente utile.

A volte, perché no?

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