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Se non hai successo, è colpa tua

Se non hai successo, è colpa tua

Daniela Cadeddu
  • Il pensiero positivo non risolve tutte le situazioni
  • I "guru" che propongono metodi e soluzioni sono nella nostra stessa situazione
  • C^è una grossa differenza tra colpa e responsabilità
colpa e giudizio

È iniziato un nuovo anno, e un nuovo ventennio, e in quest’epoca di grandi sfide…Quante volte l’hai letta in questi giorni?

È tutto vero, salvo che non siamo entrat* in una nuova era: semplicemente, viviamo in un flusso di cambiamenti; alcuni reali, altri un po’ artefatti.

Ciò che anche quest’anno non è cambiato è il profluvio di ‘buoni consigli’ per rendere il nuovo anno memorabile.

Devi darti obiettivi: da 3 a 100 (la quantità è variabile)

Devi pianificare: 366 cose da fare (eh sì, quest’anno è bisestile e dovrai lavorare di più).

Soprattutto, ricorda: se non hai successo (nella vita e nel lavoro), è colpa tua.

Perché non ci credi abbastanza, perché non applichi quelle poche, semplici regole che – si sa – vanno bene per tutt*, e quindi anche per te.

Puoi spaziare dallo svegliarti prima delle 5 di mattina, alla meditazione, alle monete elettroniche. Sono tutte storie di successo.

Non ci credi?

Leggi la storia di XY che in questo modo ha triplicato i suoi fatturati in sole due settimane.
Pensi che sia inventata?
Puoi leggere i suoi messaggi in cui ringrazia per avergli salvato la vita…

Poche regole ‘semplici’ che garantiscono il tuo successo.
E se non ci riesci, vuol dire che:

  • non le hai applicate
  • non le hai applicate abbastanza o con la giusta convinzione
  • sei sbagliat*.

Soluzioni semplici a problemi complessi

Tutte soluzioni semplici per avere successo, almeno nell’esposizione.
Soluzioni decontestualizzate, quindi: valide sempre, in ogni circostanza, e immutabili.

E serrate nei tempi, così vedi velocemente il risultato.
E se non lo vedi… è colpa tua.

Non hai abbastanza clienti? Fai così per tre settimane e vedrai.
E se non registri cambiamenti… già sai.

I clienti ci sono ma non pagano?
È colpa tua ché non credi abbastanza nel tuo valore e trasferisci questa convinzione al(la) cliente.

I clienti ci sono, fatturi, hai successo ma non sei felice?
È colpa tua che non hai saputo seguire le tue passioni e sei schiav* del lavoro.

Questa storia della convinzione e della motivazione ritorna un po’ dappertutto, come il pizzico di sale nelle ricette dei dolci.

Io credo molto nella passione, nella motivazione e nella potenza di una convinzione rinforzante, ma non quando è usata come un’arma contro chi dovrebbe beneficiarne.

Ho conosciuto gente distrutta dal senso di inadeguatezza per non essere riuscita ad applicare con successo il ‘metodo’.

Ho visto persone morire di inedia, coccolate dal loro pensiero positivo, come se pensare che andrà tutto bene equivalesse a farlo andare bene davvero.

Ho incontrato persone che ripetono da anni sempre le stesse pratiche – perseverando anche nell’insuccesso – perché convinte che il ‘metodo’ sia giusto e loro sbagliate.

Il problema sono le parole

Voglio chiarire il mio pensiero.

La maggioranza di quest* espert* sono persone serie, preparate, competenti e in buona fede.

Hanno sviluppato modelli più o meno originali che, per alcune persone e in determinati contesti, funzionano e possono anche portare al successo.

Il problema è che – esattamente come i/le loro clienti – queste persone sono professionist* che hanno bisogno di procurarsi clienti e sviluppare fatturato.
E allora fanno tre cose (non tutt* – ovviamente – ma mi si conceda la generalizzazione):

  • semplificano la loro offerta per renderla accessibile a tutt*
  • fanno apparire facile ciò che non lo è per essere attrattiv*
  • scaricano il rischio di fallimento fuori da sé (non ci credi, non ti impegni abbastanza,…)

Parole accattivanti, artatamente scelte per catturare l’attenzione: hai un problema? Ecco la soluzione già confezionata per te.

Motti volutamente provocatori: hai sbagliato, è colpa tua, non hai capito, e una riga dopo – invariabilmente – c’è la via per la redenzione.

La bella e cruda verità (secondo me)

Ognun* di noi ha la propria storia, la propria formazione, le proprie esperienze.

Ognun* di noi è approdat* alla propria professione o impresa attraverso un personalissimo percorso.

Che sia un ‘piano A’ (frutto di una scelta libera e consapevole) o un ‘piano B’ (esigenza di ricollocarsi, attività familiare) poco importa ai fini del risultato: dobbiamo farlo funzionare.

La consapevolezza che abbiamo di noi, delle nostre capacità e opportunità, così come dei limiti, è importante; soprattutto per scegliere gli strumenti e le professionalità a supporto.

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Siamo responsabili di ciò che facciamo e non facciamo, delle persone (la maggior parte) di cui ci circondiamo, del nostro grado di flessibilità e determinazione.

Ergo: se non abbiamo successo è una nostra responsabilità.

È sempre una questione di parole

Responsabilità, non colpa.

Nel senso che ne rispondo io, non necessariamente che ne abbia consapevolmente causato l’avverarsi.

La colpa presuppone un’azione od omissione intenzionali, in violazione di una regola o un precetto.

Per questo nell’accezione teologica è sinonimo di peccato.
Ma nessun* si autosabota intenzionalmente.

Strumenti, non soluzioni

Se mi dici di avere la soluzione al mio problema, io mi aspetto di avere il problema risolto con il minimo sforzo.

Se mi dici che mi metti a disposizione uno strumento che mi aiuterà a risolvere il mio problema, io capisco due cose:

  1. che me lo devo risolvere da sola (nel senso che sono parte attiva nella soluzione)
  2. che tu mi aiuterai mettendo a disposizione le tue competenze ed esperienze.

Se mi dici soluzione, mi aspetto che il problema non ci sia più.

Se mi dici strumento, io mi aspetto che sia qualcosa che mi rimane, che potrò riutilizzare se si dovesse ripresentare quel problema (o uno simile).

Ogni storia è una storia unica

Non ho mai creduto nelle ricette buone per tutt*.

Da facilitatrice, non penso nemmeno che gli strumenti (per quanto neutri e declinabili) siano sempre buoni per tutt*.

Penso che non si dovrebbe mai dire a qualcun* cosa fare, ma che piuttosto l* si debba mettere in condizione di valutare la propria personale situazione e trovare la propria soluzione, mettendo a disposizione una gamma di strumenti e servizi che possa sperimentare e modellare sul proprio caso e la propria personalità.

Penso si debba avere l’onestà umana e professionale di dire a qualcun* che non siamo noi la soluzione al problema: che la soluzione la troverà da sol*, con il nostro aiuto.

E che se non riusciamo ad aiutarl*, non è colpa sua, ma una nostra responsabilità.

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