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Non c’è nessun cerchio da far quadrare (o la saggezza dei Nativi Americani)

Non c’è nessun cerchio da far quadrare (o la saggezza dei Nativi Americani)

Enrico Chiari

Dividere le persone in categorie è rischioso, perché può farci incappare in scivoloni dolorosi. Quando nel quotidiano generalizziamo, mettiamo in scena una delle azioni più comunicativamente pericolose: la trasmissione di superficialità.

Questa situazione negativa inizia con una lingua commestibile, conosciuta a livelli comuni. Due o più persone discutono, su tematiche di attualità. Ma quando chi parla non si accorge che l’uditore su quell’argomento ne sa di più, finisce per tradirsi. L’incapacità di fare domande – agli altri ma anche a se stessi fa il resto. Discorsi che vanno solitamente a vanvera e teste che annuiscono tra loro, per evitare il rischio di pensarla diversamente.

Il racconto dei viaggiatori

Paradossalmente, spesso generalizziamo dopo aver fatto un viaggio. Dopo essere entrati in contatto con qualcosa di ‘diverso da noi’: la smania di volerlo raccontare al nostro mondo locale…ci frega.

Nelle storie che portiamo a casa, noi semplifichiamo, sintetizziamo, coloriamo, puntualizziamo. Però, nel farlo, pensiamo di aver già capito tutto del popolo che stiamo raccontando, o delle sue usanze o della sua mentalità.

A quel punto, chi ci ascolta può mettersi a fare ‘assemblaggio’. Può mescolare cioè le nostre generalizzazioni con quelle proprie, per un impasto finale piuttosto povero.

Beh ovvio, succede anche il contrario talvolta: raccontiamo anche realtà veramente conosciute e questa è una versione bellissima (che però non fa parte di questo post).

La mia incoerenza personale

A questo punto, lo devo ammettere: mi capita di generalizzare.

Sono un incoerente. Sono incoerente essenzialmente perché ho notato che nel mondo ci sono ‘quelli che’ (come cantava Enzo Jannacci).

Ci sono quelli che vogliono migliorare il mondo, dando un contributo con la propria energia, con il proprio senso di responsabilità. Avviene all’interno della nostra professione o grazie alle nostre qualità messe al servizio di cause sociali. Avviene anche con l’investimento di denaro per scopi filantropici.

Ci sono anche loro comunque. Quelli che questa responsabilità non la vogliono. Assolutamente.

E poi ci sono anche quelli che non sanno cosa vogliono: cioè non hanno ancora capito se intendono migliorare il mondo in cui vivono, oppure no.

Dunque, il dubbio amletico gira intorno a questi due poli: agire per migliorare il mondo o accettarlo così com’è.

Che sembra uno scontro tra titani. Invece è uno scontro tra persone comuni.

Da che parte sto io?

Anche stavolta, la domanda la pongo a me stesso. E la ricerca della risposta mi porta a scegliere una parte. Che non è in contrapposizione con l’altra, ma è semplicemente la parte in cui scelgo di stare.

Una parte che include il minimo comun denominatore valoriale delle mie azioni.

Andando al punto, io sto con quelli che vogliono ‘migliorare le cose’.

Io sto con quelli che vogliono cambiare in meglio il contesto in cui vivono. Quelli che vogliono evolvere qualitativamente come persone, disobbedire a regole arcaiche, costruire ciò che desiderano ma ancora non c’è, disegnare dove non si vede ancora nessun foglio di carta.

Parola-chiave: congruenza

A questo punto, cosa succede? Arrivano applausi per me che scrivo belle parole? Arrivano applausi per il mio ego, che così va a letto sereno?

No. Ed è bene così.

A questo punto, arriva una chiamata alla congruenza.

Dopo le parole che motivano e che uniscono, ci dev’essere congruenza. Altrimenti le nostre ambizioni, sono buonissimi gelati al sole.

A questo punto, allora, azione, effetto, riscontro, perseveranza, cambiamento.

E via così.

Che cosa faccio io?

Nel mio piccolo, faccio la mia parte. Che non ha un suono speciale, non ha un colore particolare e non ha una forma che si differenzia dal contesto.

FACCIO LA MIA PARTE.

Una mia scelta consapevole. Precisa e testarda. Anche antipatica.

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Questa scelta ha lo scopo di agire per generare bellezza connettiva. Non ha nessun obbligo e nessuna prescrizione medica l’ha imposta.

Way of Council

Lo strumento che sto utilizzando per fare la mia parte si chiama Way of Council.

È una pratica di comunicazione empatica tra persone e avviene nella forma più consona per creare un contatto emotivo vero: il cerchio.

Deriva dalla cultura dei Nativi Americani, ma la si trova in diverse tradizioni popolari (India, Tibet, Nuova Zelanda).

La mia immensa fortuna è semplice: anni fa sono venuto a contatto con persone speciali, che mi hanno fatto conoscere questa modalità aggregativa.

Da lì, senza che nessuno mi indicasse una strada, a un certo punto ho scelto di cambiare ruolo. Da partecipante sono diventato ‘imparante’. E da imparante sono diventato organizzante, iniziando a gestire e facilitare gli incontri, sceglierne i temi, curarne i dettagli.

Dopodiché, la storia è diventata una pallina su un piano inclinato e la gravità non è più riuscita a fermarla.

Riconnessione dimenticata

Quando le persone partecipano, trovano un modo per riconnettersi con se stesse. Un modo forse dimenticato o forse mai conosciuto.

In un’epoca di stress, frenesia, bisogni indotti, aspettative insoddisfatte, relazioni instabili, comunicazioni giudicanti e tensioni, è uno strumento che può fare la differenza. In positivo.

Negli Stati Uniti, per esempio, l’hanno capito. Esistono programmi sia in alcune carceri sia in scuole elementari, dove questi metodi vengono utilizzati. E gli effetti si dimostrano sensibilmente positivi.

Personalmente, io credo che sia la semplicità che ci lascia spiazzati. Cioè questo metodo è così semplice che… non lo facciamo più.

Tutto quello che le persone mi hanno ‘restituito’ negli ultimi due anni è molto emozionante e potente. Non esiste qualcosa di paragonabile, nella mia scala di emozioni.

La volontà di continuare a conoscermi si connette alla necessità di conoscere gli altri. E poi, senza darci troppo peso, uno magari si rende conto che la propria parte è davvero stupenda.

Agisci come se quel che fai facesse la differenza. La fa.

WILLIAM JAMES

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