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Perché in Italia è così difficile trovare (e offrire) lavoro

Perché in Italia è così difficile trovare (e offrire) lavoro

Daniela Cadeddu
Trovare lavoro

So di non dire niente di nuovo se affermo che il posto fisso – quel lavoro che ti tiravi dietro per tutta la vita – è finito.

Lo sanno bene i/le giovani di oggi; lo sapevamo noi che giovani lo siamo stati vent’anni fa. Lo sanno le istituzioni e lo sanno le imprese: e il proliferare di forma stravaganti di contratti di lavoro ne è la prova.

E non è più solo una questione di dove lavori: è proprio una questione di che lavoro fai.

Purtroppo, però, tutta questa consapevolezza non si concretizza in percorsi coerenti né negli studi né nei luoghi di lavoro.

L’istruzione è inadeguata

I nostri corsi di studio sono troppo lunghi e – a livello universitario – troppo specialistici.
Tante nozioni, molta teoria, pochissima pratica.

Soprattutto, la totale assenza di una consapevolezza fondamentale contribuisce a rendere difficile trovare lavoro: i programmi scolastici e universitari non possono cambiare alla stessa velocità delle evoluzioni scientifi­che, tecnologiche, sociali ed economiche.

E se anche trovassero il modo di farlo, il risultato sarebbe comunque inadeguato: anche se oggi una studentessa o uno studente iniziasse un percorso di studi, con un programma perfettamente allineato con la realtà, comunque si affaccerebbe al mondo del lavoro dopo cinque anni e le sue competenze sarebbero obsolete.

Quando venne introdotta la riforma universitaria, coltivavo grandi speranze: avevo immaginato che – sul modello anglosassone – ci fosse un triennio unitario e poi un biennio di indirizzo.

Invece: ogni facoltà si è tenuta il tuo corso triennale (mantenendo quindi una formazione settoriale) e poi sono nati percorsi specialistici con nomi talmente astrusi da non far capire nemmeno che tipo di conoscenze dovrebbero trasferire.

Di più: sono ancora più specialistici e settoriali, relegando gli / le laureat* in nicchie di mercato che – nel frattempo, – a volte si sono già esaurite. Non è un buon inizio chi vuole trovare lavoro.

In ritardo rispetto al mercato

Mi fa tornare in mente un fenomeno che si verificò negli anni ’90.

Venne istituita la facoltà di scienze della comunicazione e subito scoppiò il fenomeno: fiumi di iscrizioni, cambi di facoltà in itinere, articoli osannanti sulla stampa.

Nelle intenzioni, quella facoltà doveva servire a sviluppare professionalità nei media e nella pubblicità, in un tempo in cui le televisioni private esplodevano.

Peccato che quando, dopo cinque anni, uscirono i/le prim* laureat* non riuscivano a trovare lavoro. Motivo: non avevano le competenze richieste dal mercato dei media e della pubblicità. A loro venivano preferite persone laureate in lettere e in economia.

Le imprese sono inadeguate

Avete mai letto un annuncio di ricerca di un(a) stagista? Massimo 3o anni (altrimenti perdono i benefici fiscali), laureat* e con “comprovata esperienza almeno quinquennale… “.

E qui mi sorgono due domande:

1. stabilito che, mediamente, in Italia, ci si laurea intorno ai 25 anni, come può un (a) under 30 aver maturato un’esperienza – in un campo legato alla laurea – superiore a 5 anni? Si lo so, ci sono gli stage curriculari obbligatori, ma sono spesso inadeguati e comunque sempre brevi.

2. soprattutto: perché mai una persona con comprovata esperienza in una determinata attività dovrebbe essere interessata a trovare lavoro come stagista in quella medesima attività? Lo scopo dello stage non dovrebbe essere quello di imparare a fare qualcosa che si conosce solo in teoria?

Passiamo agli annunci di lavoro per posizioni ordinarie: 8 volte su 10 si richiede un curriculum in formato europeo.

Il CV senza personalità

Credo che non esista niente di più sterile, anonimo e poco rappresentativo della persona di un cv europeo.

Lo strumento, tra l’altro, ha una buffa storia: è il risultato di una specie di contest che era servito per trovare una forma di cv utilizzabile in tutti i paesi dell’Unione.

Utile, soprattutto, per partecipare ai bandi europei.

E infatti è strutturato per reperire velocemente titoli di studio, certificati, abilitazioni ed esperienze professionali specifiche. Le commissioni di valutazione dei bandi non devono scegliere persone, ma solo certificare che quelle scelte da altr* abbiano le competenze per cui sono state scelte. La commissione valuta l’ammissibilità, non decide se ingaggiare o assumere una persona.

Non deve decidere se quella persona condivide valori, idee e visioni con le altre coinvolte nel progetto. Non deve valutare se è affidabile, collaborativa e cooperativa. Non deve capire se regge lo stress, se è flessibile, resiliente e propositiva. Insomma, non è un CV per trovare lavoro.

Detto questo, nell’UE – salvo per i bandi – c’è assoluta libertà nella scelta se usare quel formato di cv o meno.

E noi, una delle Nazioni più sanzionate per violazioni di procedure, abbiamo sposato in pieno e senza riserve il cv europeo. Perché? Perché è più facile: si legge velocemente; si può saltare da una sezione all’altra e cercare solo le voci d’interesse. Con un cv narrato o grafico è impossibile.

Peccato che il curriculum in formato europeo non ci racconti niente della persona. Del perché ha seguito certi percorsi di studio, perché ha interrotto certi rapporti di lavoro, perché ne ha stretti altri. Non ci racconta cosa le fa battere il cuore, quali sono le sue aspirazioni, le sue ambizioni.

Il vero peccato è che – tutto sommato – alle aziende non importa.

Le persone vengono selezionate solo sulla base delle loro competenze hard (quello che hanno studiato, i lavori già fatti, ecc.).

Non a caso le persone vengono chiamate e considerate ‘risorse’ al pari d’un macchinario e i loro compensi sono considerati costi, passività.

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Se avessi la bacchetta magica

Se avessi la bacchetta magica, nelle scuole secondarie le/gli studenti non perderebbero ore a tradurre in prosa poemi, né a imparare a memoria per ripetere a pappagallo contenuti e date.

Imparerebbero a scrivere saggi critici (ovvero commenti) sui poemi, magari contestualizzandoli storicamente (la Divina Commedia, si sa, è anche un trattato storico-politico); imparerebbero a creare connessioni tra discipli­ne e pensatori (Svevo scrisse romanzi ispirati dalla psicanalisi).

Sarebbero liberati dal giudizio e dalla competizione generati dalle valutazioni individuali e imparerebbero a lavorare in gruppo, distribuendosi carichi e responsabilità, con livelli di autonomia progressivamente più alti.

Otterrebbero valutazioni di gruppo (che ricadrebbero su ciascun(a) partecipante), imparando la responsabilità e la supervisione reciproche.

Frequenterebbero un’università che rafforzasse queste competenze e introducesse a discipline trasversali, come avviene nella neonata London Interdisciplinary School.

Completerebbero gli studi con almeno due anni di anticipo e dedicherebbero quel tempo a formarsi specificatamente nel settore nel quale vogliono trovare lavoro, attraverso percorsi misti di formazione – lavoro predisposti dalle aziende (anche in collaborazione con università).

Potrebbero contare su percorsi di formazione permanente, finanziati anche – come già accade – dai fondi interprofessionali.

La formazione è una delle soluzioni

Nel mio ‘mondo meraviglioso’ per ciascun lavoratore e ciascuna lavoratrice dovrebbero essere previste tre settimane all’anno di formazione: due su aree professionalizzanti scelte dall’azienda e coerenti con il ruolo ricoperto, e una scelta dalla persona in base alle proprie aspirazioni, incluse le passioni e gli hobby.

Il vantaggio per le aziende sarebbe avere persone sempre preparate e aggiornate – con ricadute positive sulla produttività – e felici – con ricadute positive sul calo di assenteismo, sulla fidelizzazione e quindi, sulla produttivitàe la retention.

In alcune grandi aziende si fa.

Nelle PMI molto meno, anche per l’errata percezione che la formazione sia astensione dal lavoro, invece che lavoro per migliorare il lavoro.

Alcuni segnali in questa direzione, però, si stanno registrando.

E il recente lock down ha aiutato a rivalutare certe opportunità.

Non mi aspetto rivoluzioni. Mi aspetto che, come sempre nei cambiamenti significativi, si proceda per piccoli passi dal basso, grazie al contributo di insegnanti intraprendenti, imprese innovative, lavoratrici e lavoratori onestamente impegnati nella crescita personale e dell’organizzazione di cui fanno parte.

Come accaduto in questi ultimi anni, per esempio con il movimento delle società orientate al “profit for good“, da piccole esperienze si potrebbe sviluppare un’onda virtuosa, sostenuta anche dai consumatori, di cui – alla fine – le istituzioni dovranno tenere conto.

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