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73. Dieci cadaveri

73. Dieci cadaveri

Dieci cadaveri.

– Sei arrivato questa mattina?
– Sì. Lei è uno dei monaci del tempio?
– No. Io sono solo un passante.
– Ah,

– Quello che ti precedeva è stato accolto?
– No, è morto.
– Da quando mi sono trasferito qui vicino, tutti quelli che aspiravano a essere accolti in questo monastero sono morti di freddo o di fame.

– Il maestro che lo regge ha fama di essere molto severo. È da mesi e mesi che non accetta nessuno.
– E cosa ti fa pensare che per te sarà diverso, se anche tu starai qui seduto, giorno e notte, senza fare altro se non sperare che quella porta si apra?
– E cos’altro dovrei fare, scusa?
– Non saprei. Prova a bussare dalla mattina fino alla sera, a entrare con la forza.
– Non è questo lo Zen.
– A cantare e danzare?
– Non è nemmeno questo lo Zen.
– Ci sono! Puoi comporre e leggere degli Haiku, così che il maestro possa cogliere la natura del tuo animo.
– Non è neanche questo lo Zen.

– E che cos’è?
– Non lo so, sono qui appunto per scoprirlo.
– Ma se sai cosa non è, devi per forza sapere anche cos’è. Almeno per esclusione, no?
– Non è così facile.

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– Ti faccio un’altra domanda.
– Ancora? Non hai di meglio da fare?
– Che salvare la vita di un ragazzo? Forse potrei togliergliela.
– …

– Io te la faccio, la domanda, poi non ti obbligo mica a rispondermi. E se in quel monastero non ci fosse più nessuno? E se quel maestro così severo fosse rimasto senza più nessun discepolo e fosse morto anche lui di fame e di freddo, o semplicemente di vecchiaia? Questo spiegherebbe perché mai nessuno viene accolto e perché quella porta non si apre mai.
– …
– Spiegherebbe anche un’altra cosa che lo Zen non è.
– Ossia?
– Non lo so. Quello bravo in questo sei tu. Io di Zen non ne so nulla.

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