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Nuvole a forma di cavallo

Nuvole a forma di cavallo

gestire la crisi

Ieri, seduto in un bar, bevevi una media e guardavi il cielo. È successo ieri o l’altroieri?, ti chiedi leccandoti le labbra. Avresti voglia di una birra e di un tavolino, ora; di essere in una località diversa da quella in cui stai, di mettere la tua maglietta più brutta per il gusto di dire che tutto questo ti ha insegnato che puoi cominciare a vivere, magari fare un tatuaggio solo perché si veda dalla maglietta; di berti quella birra lasciando due euro di mancia. Sei chiuso in casa, e invece vorresti essere lì, in un bar qualsiasi, non è importante o forse sì, sono i posti che preferisci, i posti non importanti o forse sì. Sarebbe il tuo modo di costruire il mondo, in un momento in cui ti sembra di essere fuori asse rispetto al mondo. Tutti dicono: Quando uscirò voglio stare in mezzo alla gente. Tu pensi: No, io voglio stare laterale rispetto alla gente, voglio che la gente scorra silenziosa, come un fiume pieno di cadaveri galleggianti, come in quei riti del Sud Italia che avevi studiato all’università; ma che nessuno ti caghi. Poi arriverà il tempo della socialità; ma prima, prima, vuoi berti una birra e guardare le nuvole. Tuo padre diceva che costruiva lui le nuvole, te l’eri sempre immaginato in cima a una scala di legno intento a risolvere i meccanismi di transizione mancanti tra uno stato e l’altro, una tartaruga e un coniglio. Era lui responsabile delle tartarughe e dei conigli che si formavano in cielo. Veniva a trovarti a letto, tu e tua sorella stavate per dormire; diceva Oggi vi ho fatto una testa di cavallo, domani quando sono al lavoro guarda, controlla che la vedi; la vedevi sempre, ancora le cerchi.

Era solo ieri, che eri a quel tavolino. O l’altroieri. Lei ti ha scritto: Non siamo più abituati a non poter soddisfare la curiosità verso l’altro, è anacronistico. Ha una voce che taglia le consonanti, leggi in quel modo tutto quello che ti scrive, anche le canzoni che ti manda. A te è venuto in mente il verso che dice: Niente potrà tornare a quando il mare era calmo. E hai pensato che non vuoi più bere Weiss, l’hai stabilito ieri, ti hanno chiesto se volessi una Weiss e hai pensato che a te le Weiss non solo fanno schifo ma anche che le vendono solo perché sanno di tedesco, Weiss, se le chiamassero Bianche non se le cagherebbe nessuno; e guardavi le sbarre che avevi accanto a te, in quel déhors. Dividevano il cielo in quattordici piccoli segmenti di blu e bianco, li hai contati; seguivano la prospettiva del palazzo di fronte, d’un arancio tendente al rosato, hai controllato. Se chiudevi gli occhi, le prospettive coincidevano completamente.

Hai riletto il messaggio. Ti ha colpito quella parola: anacronistico. Ti ha colpito la prima parola di quel verso: Niente. Ti sei ricordato di quella volta che eri in un bar simile, e non da solo. Lei era bellissima, aveva i capelli corti che ogni tanto le s’infilavano quasi negli occhi, facevi per scostarglieli, ti diceva Non toccarmi. Ogni tanto allungavi la mano inconsapevole, mentre ti parlava; si ammorbidiva sulla tua carezza, come un uovo che si posi sulla mano; diceva Non toccarmi.

Ti disse Mi dimentico le cose, è la mia fortuna.
Le rispondesti Non dimentico più niente, è la mia salvezza.

Le raccontasti dell’epilessia che ti ha cancellato tre anni di vita, le dicesti dell’esame di relazioni internazionali studiato dodici volte, del 23 che prendesti. Non le dicesti di Fabiana, che tornava a casa e trovava la madre sul davanzale, le diceva Non saltare, lei rispondeva No?; non le dicesti di Paola, non la ricordavi più.

Non le dicesti di tuo padre, che costruiva le nuvole e poi ci finì dentro; di quando ti insegnò che per andare a trovare gli alieni basta costruirsi una astronave, è semplice, vieni con me in discarica, troveremo dei pezzi perfetti; e che tu, rincorrendolo mentre pestava quel chiodo là, gli dicesti: Guarda, papà, questo va bene?, tenendo in mano il carter di una vecchia bici.

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A un tratto lei ti disse Basta, così, ti disse Basta – o Finiscila, non ricordi -; ti disse Basta, coprendosi la bocca con il colletto dell’impermeabile e mostrandoti solo gli occhi, coprendoti la bocca con la mano perché potessi baciarla, e pensasti che fosse un Basta bello, un Basta che diceva: Mi stai facendo troppo bene, io questo bene non riesco a gestirlo.

Ti disse Mi dimentico le cose, è la mia fortuna.
Le chiedesti di non dimenticarsi, mai, di lì.

Non hai dimenticato, tu. Non potrai mai dimenticare. Non dimenticarti di nulla, mai; di quel carter, di quel chiodo che tuo padre pestò, non dimenticarti che ti fanno schifo le Weiss, né che le donne bisogna conoscerle senza la paura di essere fuori tempo, perché il loro tempo è sempre in controtempo, se val la pena di conoscerle; sennò, passeranno. Non dimenticarti il déhors. Non dimenticarti che tu hai sempre saputo chi le fa, le nuvole; e che quando ha smesso lui, hai cominciato tu.

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