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(2188 d.C.) L’anno della parità tra donna e uomo

Una donna a capo di una grande azienda fa ancora notizia. Eppure gli indicatori economici parlano chiaro e a favore della leadership “femminile”. La disparità di trattamento si basa su quattro pilastri solidamente ancorati nella nostra società e, in alcuni casi, persino rinforzati dalle donne stesse.

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Le donne al comando fanno ancora notizia.
Perché continuano a rappresentare un’eccezione.
Perché “fa strano” che siano lì.

Un po’ di numeri ci dicono che è strano che sia strano.
Diversi studi (tra cui uno condotto dal Peterson Institute for International Economics di Washington) hanno rilevato che le aziende guidate da donne realizzano mediamente utili più alti di quelle guidate da uomini (+6%).

Va detto che, anche grazie a norme ad hoc che impongono le cosiddette quote rosa, la presenza femminile in ruoli apicali sta progressivamente aumentando.
Tuttavia, si è calcolato che, con questo trend, la piena parità si raggiungerà tra 170 anni.
È possibile che l’umanità si estingua prima della disparità tra i sessi.

E ciò nonostante si sia rilevato che, nel mondo economicamente avanzato, le donne studiano e si preparano più degli uomini, lavorano di più (50 minuti al giorno secondo una rilevazione del World Economic Forum del 2016), hanno biologicamente una maggiore capacità comunicativa, e quindi negoziale e di motivazione (la parte del cervello preposta a queste funzioni nelle donne è più grande).
Il risultato, secondo uno studio del WEF del 2017, è che se ci fosse piena parità tra i sessi nella guida delle aziende, il PIL mondiale potrebbe crescere di 5,3 trilioni di dollari (avete letto bene: trilioni; un trilione è un miliardo di miliardi).

E allora perché?
Perché la disparità si basa su quattro pilastri finora solo in parte scalfiti:
1. Per comandare servono “gli attributi”.
Le donne, si sa, sono emotive, soggette a sbalzi ormonali che influiscono sull’umore, poco inclini allo scontro e troppo alla mediazione.

2. Carriera e famiglia sono inconciliabili.
E se chiedessi a una donna di scegliere tra accudire il proprio bimbo con la febbre o chiudere una trattativa strategica per l’azienda, opterà per il primo.

In sintesi: le donne non sono affidabili.
Luoghi comuni ormai superati?
Paranoie da femministe con la bandana rosa?
Non proprio.

Ho lavorato in aziende per diciotto anni, tredici dei quali ricoprendo ruoli manageriali.
Ho guidato uomini e donne, ma sono stata guidata da donne solo quando erano anche titolari delle aziende, mai in qualità di dirigenti; nonostante che delle sette aziende in cui ho lavorato cinque fossero società per azioni, di cui tre multinazionali.
In una di queste ultime, quando sono diventata manager, dopo un monitoraggio di un anno in un ruolo inferiore e un assessment di tre giorni con cinque valutatori (tutti uomini), il mio capo mi ha dato il benvenuta in ruolo con queste parole “Non preoccuparti se non ce la farai: questo non è un lavoro da donne”.

Vorrei potervi dire che ho riso di lui e della sua misoginia.
La verità è che la sua affermazione – per quanto la sapessi falsa – ha influenzato il mio rendimento in quell’azienda.
Ero costantemente in ansia da prestazione, ingaggiata in una perenne tacita battaglia tra la sua aspettativa che io fallissi e il mio desiderio di non dargliela vinta.

In quattro delle sette aziende in cui ho lavorato mi è stato chiesto se avessi o progettassi di avere figli.
In almeno due casi, so per certo di essere stata preferita ad altre donne, non perché fossi più preparata o più brillante ma perché non ero e non progettavo di diventare madre.

E siccome ho sempre lavorato tra Roma e Milano e non in aree isolate e depresse, e per la maggior parte del tempo in questo secolo, direi che qualche problemino da risolvere ancora ce lo abbiamo.

Gli altri due pilastri, purtroppo, sono costruiti e consolidati dalle donne:
3.  La “sindrome dell’impostore”.
Molte donne soffrono di un senso di inadeguatezza al ruolo che si acuisce al crescere del prestigio.
Con il risultato di autosabotarsi nella crescita professionale.

Generalmente, se un uomo raggiunge un risultato importante nel lavoro, fa in modo che chi di dovere ne venga informato: si mette in evidenza, accetta con orgoglio i complimenti, racconta a tutti l’esperienza di successo e cerca consensi a tutti i livelli.
Una donna – mi si conceda sempre la generalizzazione – lo considera parte dei propri doveri: tende a non vantarsene; se riceve complimenti espliciti e pubblici sminuisce il valore del proprio operato, attribuisce il successo alla fortuna o alla divinità, divide il merito con colleghi e collaboratori.

Nonostante tutti i volgari luoghi comuni sul come le donne facciano carriera, la verità è che le donne non si sanno vendere.

4. Le donne sabotano le altre donne.
Non sempre, ovviamente; ma la sorellanza, nel lavoro, è molto meno frequente di quanto ci piaccia raccontarci.
Un po’ c’entra la “sindrome dell’impostore”: se penso di non meritare la mia posizione, penso anche che chiunque possa usurparmela.
Di più c’entra il “principio della scarsità”: siccome le posizioni apicali accessibili alle donne sono poche, una volta raggiunta la mia farò in modo che nessuna mi possa scalzare, e se ancora non l’ho raggiunta, farò in modo di detronizzare la regina.

Sfruttiamo bene il tempo
Tra due anni la legge Golfo-Mosca, che impone ai consigli di amministrazione delle aziende quotate in borsa una presenza femminile minima del 20%, scadrà.
In molti temono che ci sarà una specie di ritorno al medioevo.
Che, terminato l’obbligo, le aziende non solo non potenzieranno la presenza delle donne, ma addirittura, indipendentemente dai risultati, torneranno a privilegiare gli uomini.

Da inguaribile ottimista, penso che molte aziende anteporranno l’utile al cameratismo.
Più concretamente, penso che abbiamo due anni di tempo per replicare le buone pratiche testate in questi anni e per sviluppare e incentivare modelli organizzativi in grado di valutare e valorizzare capacità, conoscenze e competenze, indipendentemente dal genere in cui sono declinate.

Appassionata di crescita e condivisione, affamata di conoscenza e confronto, inguaribile ottimista sulla possibilità di ciascuno di contribuire al bene comune, dopo 17 anni nel mondo sales e marketing, nella mia vita attuale sono trainer e facilitatrice supportando lo sviluppo dei singoli e dei team e la gestione costruttiva dei cambiamenti e delle relazioni.

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Essere stra-ordinario: la diversità nella vita e nel lavoro

Normalità e diversità: due parole che creano una barriera, dividono, escludono e, in qualche modo, cancellano la possibilità di essere non omologati e quindi straordinari.

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Qualche giorno fa sono stato al nuovo evento dedicato all’inclusione che si è tenuto a FICO a Bologna: Global inclusion – Generazioni senza frontiere. Si è parlato molto della rilevanza che l’inclusione può avere sul lavoro, modificando l’impianto sociale, culturale ed economico dell’azienda, ma anche delle persone che la vivono e quindi indirettamente delle loro stesse vite.

L’evento parte nel segno dell’emozione con un video di immagini sulle parole di Pietro Calamandrei che spiega agli studenti milanesi del 1955 l’importanza della seconda parte dell’articolo 3 della Costituzione Italiana.

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica economica e sociale del Paese “

Parole che, lette dopo più di 60 anni, ci scuotono, che ci sbattono in faccia tutto il tempo che abbiamo perso a rincorrere i falsi miti aziendali e le perverse pratiche di leadership fino a oggi imperanti, e ciò che più ne ha risentito è il lavoro, quella pratica che ha il grande pregio di elevare la persona nello sviluppo e nell’effettiva partecipazione all’organizzazione politica economica e sociale dell’Italia. Parole che bruciano e fanno male come alcool sulla sbucciatura del ginocchio di un bambino.

Continua Calamandrei che questo è l’articolo più impegnativo “in parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere.” E ci dobbiamo chiedere, quanto abbiamo fatto? Quanto hanno contributo le nostre azioni, le nostre vite? Perché quella Repubblica di cui parla l’articolo 3 e che ha il compito di rimuovere questi ostacoli siamo noi, sono gli Italiani che lavorano, che mandano i figli a scuola, che viaggiano, che vivono. Quanto siamo inclusivi, non solo in azienda, ma con gli altri?

In due degli hub creativi previsti dal programma, gli organizzatori ci hanno fatto vedere in faccia la verità. Ci accorgiamo subito di quanto la nostra sensazione di “normalità” abbia reso pigra e chiusa la nostra visione del mondo senza permetterle di contaminarsi e di tenersi allenata nell’accettazione e nel coinvolgimento con l’altro.

Normalità e diversità, due brutte parole che classificano in due parti, dividono, o ancora peggio escludono e non trovano il punto di incontro nemmeno all’infinito come succede invece a due rette parallele. E ci accorgiamo che la geometria, così rigida, così precisa e priva d’incertezze è più avanti di noi facendoci meravigliare che una soluzione prima o poi arrivi mentre il nostro essere, per sua stessa natura creativo e adattabile, fa ancora fatica a manifestare le sue innate peculiarità.

I due hub infatti erano co-condotti da persone proprio considerate “diverse”, un professionista affetto da nanismo e una ragazza ipovedente con la passione della lettura. Entrambi facevano fare esperienza di cosa ha rappresentato o rappresenta ancora oggi per loro essere persone stra-ordinarie.

Nel primo caso un commovente racconto in prima persona delle difficoltà e delle situazioni particolari che l’uomo ha dovuto affrontare per potersi considerare tale. La sua narrazione prendeva spunto dalla grafica dell’uomo Vitruviano di Leonardo suddiviso nelle varie difficoltà incontrate anziché nelle misure perfette del corpo umano indicate dal genio di Vinci.

$Nel secondo caso un reading al buio ci ha condotto attraverso la lettura appassionata, veloce e puntuale della ragazza, aiutata da un dispositivo tecnologico noto come barra braille. L’argomento narrato parlava della nuova legge sul fenomeno del cyber-bullismo, ulteriore comportamento derivato da una mancanza o da un’educazione sbagliata di inclusione sociale che tende a distruggere letteralmente una persona, esponendola in tutta la sua vulnerabilità al mondo del web.

L’inclusione, per diventare tale, deve farsi esperienza, perché quello che più è emerso dopo una giornata di testimonianze, formazione e confronti, è che tendiamo a escludere solo perché non conosciamo una determinata situazione “diversa”, differente per l’appunto a quella convenzione sociale che noi stessi ci siamo costruiti.

Ed è tanto difficile per noi superare queste convenzioni, quanto per le persone che si scoprono o diventano “diverse”. Ma occorre smettere parlare di diversità, perché se esiste qualcuno diverso da me significa che io sono più normale di altri, e anche questa visione farebbe emergere un’evidente differenza. E questa presunzione porta a rivalità, individualismo, competizione, rendendo sterile la società facendo del male a chi questo continuo confronto fa soffrire e a noi stessi che dobbiamo esaltare la diversità che ci appartiene, le caratteristiche che ci rendono unici e non omologati agli altri.

Tutti siamo diversi, unicamente diversi.
E se sappiamo riconoscere questo valore non possiamo che accettarci gli uni gli altri e riconoscersi straordinari.

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Ho paura a viaggiare da sola (ed è colpa vostra)

Per una donna sola, alcuni momenti di banale quotidianità, come prendere un mezzo pubblico tardi la sera o ritrovarsi in una stazione di notte, scatenano la paura di essere molestate.

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Questo week end dovrò andare a Firenze da sola e lo ammetto: ho paura.
Mi hanno invitata al Festival della Sessuologia- ne sono onorata e mi intervisteranno sabato alle 18. Tutto bene, in teoria dovrebbe essere una cosa bella, e infatti lo è, ma mi sto rendendo conto che in realtà mi è partita l’ansia.
Non si tratta di emozione, di gioia e felicità, ma di vera e propria ansia.
Ho paura perché dovrò viaggiare sola e odio il mondo perché mi sto sentendo così,

Voi cosa fate per diventare invisibili?

La prima cosa che mi sono detta è “cosa mi metto perché non mi notino in stazione?” E la seconda domanda è stata. “Ma un uomo se li pone questi problemi quando viaggia solo?”
Sì, ho paura che mi possa capitare qualcosa.

Non lo so se è lo stesso per voi, ma io la prima cosa che mi domando è come non dare nell’occhio. Ho fatto la pendolare avanti e indietro da Milano per anni, ho anche preso aerei da sola e devo dire che nei miei viaggi le stazioni sono sempre stati i posti dove mi sono sentita meno al sicuro.
Non è una paura dettata dall’inesperienza: sono abituata a girare per gli affari miei.
È un vero e proprio sistema di difesa – cercare di passare inosservata esattamente come fanno quelle forme di vita dalle capacità camaleontiche che diventano tutt’uno col paesaggio per non farsi vedere da nessuno.

Io so già che mi porterò un cambio per viaggiare a basso profilo, cercando di dare nell’occhio il meno possibile.
Mi muovo con la stessa serenità che ha una preda. È così che mi sento.
Ho già deciso che vestirò pantaloni e scarpe da tennis per camminare veloce e sgattaiolare senza intralci in caso di necessità.
So che cercherò di essere il meno visibile possibile: maglie accollate, probabilmente neanche un po’ di trucco. Sarò sola e questo mi mette a disagio per due motivi: odio sentirmi così e odio l’idea di sentimi salva solo con qualcuno di fianco.
Ma quando ho perso la fiducia nella libertà? Quando questa paura ha cominciato a farsi strada?

Quante volte siete stati molestati?

È per questo che ho paura. Mi piacerebbe non averne. Mi piacerebbe infischiarmene, girare libera, non pormi neanche il problema. Il fatto è che mi è già capitato di essere disturbata a vario titolo da chi aveva intenzioni non esattamente buone nei miei confronti e il risultato è che io, a 42 anni suonati, ho paura di girare da sola. Il fatto è che non voglio sentirmi prigioniera di quest’ansia.
Non voglio sentirmi dire “chiedi a qualcuno di venire con te” perché voglio stare bene, voglio fare quello che mi piace, voglio girare, conoscere, e voglio farlo senza che qualcuno si senta in diritto di disturbarmi, di seguirmi o di provarci con me.
Anche la stazza è un difetto: non essere grande e grossa e avere una figura minuta fa di me qualcosa di appetibile. Ho imparato a negarmi, a rimpicciolirmi ancora di più, se necessario.

Il problema è che non mi fido. Non mi fido degli uomini. Non del genere umano tutto, ma degli uomini, dei maschi, di quelli che mi potrebbero fare del male.
Giro a occhi bassi, cerco di non incrociare lo sguardo di nessuno perché so che un attimo di esitazione potrebbe invogliare un individuo ad avvicinarsi.
Intendiamoci: non sono una pazza asociale che urla al delitto non appena qualcuno le chiede l’ora. No, ci mancherebbe.
Ma il fatto è che, se siete state molestate almeno una volta, sapete esattamente che cosa intendo.
È che ti si sviluppa quella particolare capacità di comprendere cosa c’è dietro un semplice ciao.
Il tono, il modo, il dove si posa lo sguardo dell’altro mentre te lo dice ti fa subito rizzare le antenne e decidere se essere cordiale o tagliare corto e allontanarti.

Mi è capitato di essere molestata da amici di cui mi fidavo e che mi hanno messo le mani addosso senza che ci fosse alcun desiderio da parte mia.
Sono stata molestata da perfetti sconosciuti che hanno provato ad aggredirmi: il taxista che mi portava in ufficio, il tizio che ti chiede informazioni,
In tutte le occasioni non avevo fatto nulla. Non è stata colpa mia.
Ma qualcuno, un uomo, in genere maschio bianco, si è sentito autorizzato ad allungare le mani, a toccarmi, a rivolgermi frasi e parole che non mi hanno lusingata, e che mi hanno fatta sentire in pericolo.
È successo mentre ero in giro sola.

Non mi piace sentirmi così, non mi piace sentirmi spaesata e sotto tiro senza nemmeno che succeda nulla.
Odio l’idea di pensare subito al peggio, ma il problema è che la vita mi ha insegnato a difendermi prima ancora che divertirmi.

Voi che cosa fate per sentirvi al sicuro?

Vi mettete anche voi maglie accollate? E i jeans come devono essere? Evitate di metterli troppo stretti anche quelli? Mica che qualcuno si faccia strane idee?

Non vorrei passare per paranoica, non sono così in ansia da non voler più fare nulla e da non rivolgere parola a nessuno, ma sono onesta: nella vita ho imparato a vagliare con diffidenza qualunque contatto verbale dell’altro sesso.
Se un uomo mi si avvicina quando viaggio sola cerco subito di capire che intenzioni ha.
È orribile ma è così.
Per quanto mi sforzi di essere sicura di me, di darmi nobili motivazioni, so che non riuscirò a girare sola e tranquilla.
Farò il minimo sindacale utile in queste occasioni: eviterò angoli senza luci, stradine strette, eviterò orari tardi. Entro le 10 al massimo sarò a letto, e mi rialzerò al mattina con la stessa voglia di essere invisibile. Tornerò a casa e andrà tutto bene.
Il fatto è che non è normale che io debba agire in difesa.
Se fossi un uomo sarebbe diverso?
Voi maschi l’avete mai provata questa paura?
Anche voi vi preoccupate di passare inosservati? Anche voi siete così diffidenti?

Quelli che mi hanno toccata senza che lo volessi, quelli che hanno rubato e ucciso la mia fiducia come se la passano?
Anche loro hanno paura di girare soli?
Anche loro guardano con diffidenza chiunque si sieda loro accanto?
Anche loro fanno caso, dietro le lenti degli occhiali scuri, a dove uno appoggia le mani, a come respira, a comprendere se sia una persona a posto oppure no?

Ho paura ma non ho intenzione di fermarmi.
So che ho torto: sarà tutto bellissimo, sarà un’esperienza di crescita nuova, troverò persone fantastiche.
Eppure nel tempo è successo che qualcuno abbia approfittato del mio essere sola. E non è possibile che io, cittadina italiana indipendente, matura, abbia subito tutto questo.
Perché i miei diritti primari sono stati messi in discussione da qualcuno dell’altro sesso? Che cosa ha dato diritto a quegli uomini di farmi sentire così?

Vi odio voi che mi avete seguita facendomi accelerare il passo quando ero sola.
Vi odio voi che mi avete toccata senza consenso.
Vi odio voi che vi siete sentiti autorizzati a farmi sentire in difetto, a farmi sentire indifesa, preda, sola, impaurita.
Vi odio tutti, perché anche se non ci siete più, siete in ogni passo dietro alla schiena, in ogni sguardo che mi cade addosso per caso, siete in ogni diffidenza che sento.
Vi odio.
E questo week end viaggerò da sola, in sfregio a quello che mi avete fatto.
E la paura passerà, o se così non dovesse essere vorrà dire che mi farà in qualche modo compagnia.
Ma io ci vado lo stesso. Che vi piaccia oppure no.

Voi quando vi siete sentiti in pericolo?
Che cosa fate per non attirare l’attenzione? Vi trovate mai a dover ragionare così?

 

Nota dell’editore:
Per un caso fortuito, il giorno della pubblicazione di questo articolo di Valentina Maran, abbiamo ricevuto in redazione, tramite Iacopo Melio, una lettera di una ragazza che spiegava di vivere ogni sconosciuto come un potenziale stupratore e di averne paura.
Sono due testimonianze molto simili, drammaticamente simili; e andrebbero lette insieme, perché sebbene non ci piaccia generalizzare, la paura di essere approcciate da un uomo malintenzionato è un sentimento comune a molte donne. E di questo, dobbiamo parlarne. /atv

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