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Depressione post partum: quando la maternità è tutto tranne che un mondo rosa

La gioia più grande della vita rischia di trasformarsi in un incubo. Non accontentiamoci della narrativa che una mamma sa cosa fare. Come per tutte le cose, si deve imparare a essere genitore, e ci vuole tempo.

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Ho pensato che diventare madre fosse bellissimo, fino a che non lo sono diventata.

Ci ho messo sei anni, cure, ormoni, pastiglie, iniezioni; sei lunghi anni prima di diventare mamma.

Pensavo sarebbe stato una cosa straordinaria, esattamente come tutti te lo descrivono, come leggi ovunque, come raccontano il blocco delle mamme sui blog.

Pensavo che diventare madre sarebbe stato meraviglioso

O almeno, statisticamente, vista la gioia incalcolabile che vedi sprizzare in ogni dove, pensavo sarebbe stato altrettanto incontenibile per me. Come tutte, nonostante l’ottima carriera lavorativa, ho sentito incombere il tic tac del famoso orologio biologico, la rincorsa alla maternità è stata difficile, molto dolorosa, piena di fallimenti.

Ogni ciclo mestruale che arrivava era una sconfitta dell’anima. Ti domandi perché gli altri sì e tu no, ti chiedi che cosa tu debba espiare, perché una cosa tanto normale a te non capiti e ti tocchi infilarti tubi nella vagina, aghi nelle braccia, e tutto diventi così tremendamente complicato.

Il giorno in cui ho scoperto di essere incinta è stato incredibile. Ma più di tutto il giorno in cui ho partorito mi aspettavo di essere felice, insomma: dopo tutto quel darsi da fare, le cliniche, le cure, la rincorsa allo spermatozoo che finalmente attecchisce, sei tu o sono io, le litigate e le delusioni, finalmente arriva il giorno e tu diventi madre.

Il fatto è che poi, dopo il momento di limbo in ospedale dove anche tu sei coccolata e accudita, finalmente arrivi a casa e ti aspetti che sia tutto ok, ti è anche arrivato il latte e da qui in poi sarà tutto perfetto, perché tu sei una mamma, hai fatto il corso preparto, hai le nozioni che ti servono. Hai letto libri, sei sul pezzo, hai un frugoletto tra le mani. La sai.

Tutto ok, no?

E invece no, perché tutta la felicità ti aspettavi non arriva. Si, sei contenta, ma sei prima di tutto spaventata. La felicità immacolata, il fatidico istinto materno che tutto dovrebbe risolvere e farti comprendere, quella roba ancestrale che dovrebbe farti sapere se tuo figlio piange per la fame o per la cacca, quella cosa in stile Nostradamus che ti farà dire se ha sonno o chissà cosa, quella roba lì che dovresti avere esattamente come gli animali, a te manca. Tu non ce l’hai.

Non succede. La magia non capita. Il pianto è pianto, e finisce col non essere solo il suo, ma anche il tuo, perché non capisci perché un bambino vada avanti a piangere così per ore, anche se l’hai allattato, anche se l’hai cambiato, anche se apparentemente hai fatto tutto quello che dovevi e potevi fare.

Ti senti strana ti senti fuori posto perché l’hai desiderato tanto quel figlio, quindi perché non succede perché non senti capitare tutta quella gioia irrefrenabile? Perché ti senti così fuori posto così dannatamente, così stranamente non felice? Che cos’hai che non va? Perché le altre sono contente e tu sei disperata? Perché dopo che l’hai voluto così tanto adesso ti trovi a domandarti quando passerà questo inferno di notti insonni e pannolini, e creme per il sederino, e poi ancora latte e notti insonni?

In realtà succede alla maggior parte di noi. Quello che ci raccontano della maternità non è così vero – non è tutto falso ma non è tutta la gioia che si scrive.

La maternità è prima di tutto fatica e la depressione post parto altro non è che il toccare con mano il limite di ciò che non sappiamo fare quando diventiamo madri. Non ti scoppia all’improvviso tra le mani questa capacità di comprendere un neonato dal pianto, questo flusso meraviglioso e magico non ti arriva non si materializza non succede assolutamente niente. Non ti vengono consegnate le istruzioni. Non hai alcun superpotere dettato dalla natura. Hai solo la tua paura, il tuo sentirti incapace e la tua ansia di poter fare male alla tua creatura. In realtà, non cambia niente dal giorno prima al giorno dopo che hai partorito. Ne sai tanto quanto ne sapevi prima di volere un figlio.

Una mamma che non sa cosa fare è la cosa più naturale del mondo.

Purtroppo molte di noi cadono in stati depressivi perché l’aspettativa sociale è che l’istinto materno si materializzi improvvisamente come il discendere dello spirito Santo, come se una diventasse improvvisamente capace di parlare una lingua sconosciuta. Devi essere felice, contenta e grata del grande dono che hai avuto. Anche se il dono urla ininterrottamente per 24 ore senza farti dormire, e questo va avanti per giorni.

La mia vicina di casa mi guardava attonita chiedendomi “perché piange?” dopo che ero stata in piedi tutta la notte. Mio marito mi chiedeva “che cos’ha?” e io non sapevo cosa rispondergli perché ne sapevo tanto quanto lui.

La cosa migliore che hanno fatto le persone accanto a me è stata togliermi mia figlia dalle braccia e pensarci loro, perché io non ero in grado. Ero stanca, spossata, dolorante, e soprattutto disperata.

Io ho avuto bisogno di abbracci, di parole di consolazione, di amiche che mi hanno detto “vai a farti un giro, qui ci pensiamo noi”. Ho avuto bisogno di piangere tantissimo, e soprattutto di non essere lasciata sola. Ho avuto bisogno di sentirmi dire “ok, sfogati fino a che ne hai bisogno”. E così è stato. Per 40 giorni.

La paura di aver paura

Ho sofferto di depressione post parto, ho passato 40 giorni in un abisso nero profondissimo, completamente incapace di essere felice per quella che tutti chiamano “la gioia più grande della vita”.

Mi sono dovuta dare tempo, ho capito e accettato il mio non essere capace, la mia imperfezione, ho fatto pratica con le mie paure. Ho capito che i bambini sono più resistenti di quanto si pensi, e se non dormono e sei stanca, dalli da cullare a qualcun altro.

Ho capito che bisogna delegare, farsi aiutare e non aver paura di dire che si ha paura.

Nessuno mi ha spiegato che questi sentimenti erano assolutamente normali; mi sono sempre sentita raccontare che improvvisamente avrei compreso, capito che sarebbe stato tutto meraviglioso.

“Una mamma lo sa”, è la frase più ricorrente che ti senti dire quando sei incinta. “Una mamma non sa niente esattamente come un papà” dovrebbe essere invece la realtà.

Sentirsi strane, inadatte, è la cosa più normale e questo manca nella comunicazione della maternità.

Non ci viene affidato niente per magia, per induzione divina, non si impara a essere mamme per qualcosa che magicamente compare. Si diventa mamme a forza di cambiare pannolini, a forza di notti insonni, a forza di fare fatica. Si diventa genitori – entrambi a forza di sbagli e di cose che non si sanno.

Questo dovrebbero dire a una donna incinta che sta per partorire; dovrebbero dirle semplicemente la verità: che sarà faticoso, che si sentirà fuori luogo, che probabilmente sbaglierà ma sarà la cosa più normale.

Quindi sentitevi imperfette, inadatte, incapaci. Va benissimo così: è normale piangere. E si, nessuno in realtà sa come si alleva un figlio. Lo si impara facendo.

Sfogatevi. E fatevi aiutare. Non vergognatevi.

Chiedere aiuto

Pochi giorni fa una mamma si è buttata nel fiume con le due figlie di pochi mesi: soffriva di depressione post partum; le piccole, avute con la fecondazione assistita, soffrivano di problemi fisici seri. Le persone attorno a lei non si sono accorte di come stava.

Se siete vicini a una donna che ha appena avuto un figlio, fate la cortesia di andare a trovarla e alleviatela di qualche lavoro, meglio ancora se fate da babysitter per un po’ in modo che si riposi o si distragga.

Se siete il compagno di una donna che ha appena partorito, quando arrivate a casa prendete il piccolo e occupatevene voi. Fate a metà quando c’è da alzarsi di notte, chiamate una persona per farvi aiutare con le pulizie di questo periodo. Fate in modo che ci siano spiragli di normalità oltre la maternità. Perché la maternità non è fantastica. E per qualcuna si può trasformare in un incubo.

E soprattutto non chiedete “ma perché piange?”.
Una mamma non lo sa. Esattamente come voi.

Parliamone

Avete avuto la depressione post parto? Ne avete parlato? Come ne siete uscite?

Valentina Maran è nata a Varese nel 1977. È una copywriter freelance. Si è formata nelle più grandi agenzie di comunicazione milanesi e dopo un trionfale licenziamento ha scritto “Premiata Macelleria Creativa” (Fandango 2011). Scrive per riviste, committenza privata, blog di ogni tipo e si occupa prevalentemente di questioni di genere, femminismo, parità di diritti nella comunicazione. Con la sua socia Vanessa Vidale ha una piccola agenzia di comunicazione che si chiama NoAgency dalla quale non può licenziare nessuno, tranne se stessa. Da anni è docente in corsi ITS e IFTS post diploma dove insegna creatività.

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Cambiare vita a 40 anni (o a qualsiasi altra età)

Cambiare vita e cambiare lavoro è possibile. Non lasciate dire a nessuno che è impossibile. Mai.

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Cambiare vita a 40 anni e aprire la propria ditta

Ci sono diversi modi di cambiare vita a 40 anni.
Per alcune persone ci pensa il caso, travestito da malattia o da infortunio.
Per altre, interviene la fortuna: vincono una grossa somma di denaro, o trovano la persona giusta, o il lavoro giusto.
Per altre ancora, è il frutto di un bisogno, come ad esempio dedicare più tempo alla famiglia.

Per me, è stata una canzone.

Imparare ad ascoltarsi, come una canzone

Ero sulla collina che sovrasta Edimburgo, con le cuffie nelle orecchie e il vento nelle mani.
L’uragano Ophelia aveva appena toccato terra sull’Irlanda e stava mietendo le sue prime vittime. Era il 2017 e io passeggiavo a fatica e controvento tra i sentieri di Calton Hill.
Il vulcano spento alle mie spalle, il castello davanti agli occhi e, nella vallata in mezzo, tutto quel brulicare di vita che si agitava ostinatamente.

Il mondo assomigliava alla geografia della mia anima, in quel momento.
Finché non è passata quella canzone.

Inizia col piano e prende forza con gli archi e la voce di Morten Harket è sempre perfetta, in modo inversamente proporzionale all’uomo che è diventato: bigotto e conservatore.

Ho dovuto riascoltarla tre volte di seguito. 3 minuti e 47 secondi per tre volte. E a ogni passaggio qualcosa in me si depositava, si stancava di correre, si calmava.

Quando cominciai la discesa verso la città, ero diventato un altro.
O forse ero semplicemente tornato me stesso.

Avere il coraggio di cambiare vita

È in quei giorni che ho deciso di lasciare un lavoro a tempo indeterminato e ben pagato.
È in quei giorni che ho cominciato a sentire che la vita che conducevo non era in linea con ciò che ero.
È in quei giorni che ho saputo che entro fine anno avrei lasciato la persona che amavo.

Fu il mio corpo ad avere la prima reazione a questa consapevolezza: pochi minuti prima di arrivare all’aeroporto per rientrare a casa, la mia schiena si è bloccata. Un dolore indicibile – uno di quelli che ti fa sudare e ti spegne il viso in una smorfia che non puoi celare. E che si fissa lì.
Come se il sedimentare della mia inquietudine si fosse cristallizzato nelle vertebre, premendo sui nervi della gamba. Per sei mesi non ho più avuto sensibilità dal polpaccio in giù, solo un formicolio incessante e pungente.

Poi ci furono le reazioni della mia famiglia: non si lascia un lavoro sicuro. Mai. È l’undicesimo comandamento, quello che Dio non sentì il bisogno di scrivere perché talmente ovvio.
I colleghi: sei coraggioso, vorrei farlo anch’io, ma ho bambini e mutuo.
Gli amici: quindi torni a Ginevra? quindi vai a vivere in Scozia? quindi che programmi hai?

Io sapevo solo che entro la fine dell’anno avrei fatto qualcosa di diverso e che ero pronto a farlo.
Non sapevo bene come, ma ci stavo lavorando su. Come era già accaduto in precedenza nella mia vita, sapevo esattamente dove andare ma non sapevo ancora bene dove mi trovassi in quel momento preciso della mia vita.

Fondare la propria azienda: l’esempio di Purple&People

La direzione che cercavo prese la forma di un locale di sushi all you can eat di Milano, dove ognuno portava un contatto di LinkedIn che non conosceva nella vita reale e dove incontrai Davide Cardile.
All’inizio solo un riconoscersi in 3D, dopo le molte chiacchierate via Skype. Poi la voglia di trovare sinergie tra i nostri progetti. E dopo pochi mesi, la decisione di creare una società di consulenza insieme.

Purple&People è nata così, con un nome confuso e stratificato e difficile da capire, come la vita dei suoi fondatori.

Purple è un omaggio al viola della mucca di Seth Godin; è un’occhiolino alla musica di Prince; è un riferimento ai “colletti viola“, quelle persone che cercano di interfacciarsi tra business e aspetti tecnici; è un richiamo ad un colore nobile dell’antichità, prezioso e raro, ma anche a un colore di un’attualità fatta sempre più di diffidenza nei confronti della diversità.

People sono le persone che vanno rimesse al centro di… tutto.
Di una banalità sconcertante e di un’altrettanto sconcertante rarità.

Mi piaceva che il nome della società suonasse come quello di uno studio legale americano. Ho sempre avuto un gusto pronunciato per il paradosso e il deuxième degré, come diremmo in francese.

Purpletude, invece, è il nostro magazine dove proponiamo argomenti che sono vicini alla nostra sensibilità, che rimane comunque quella di fare le cose in modo diverso, nonostante i piccoli fraintendimenti che questo ci ha portato (vedi poche righe più sotto per i dettagli).

La giusta responsabilità sociale

All’inizio, il nostro bisogno di esprimere la diversità della nostra azienda era tale che puntammo quasi unicamente sui valori del rispetto, della generosità e del fare le cose in modo diverso. Che non era stata un’idea geniale lo capimmo tardi, intorno alla una di notte, quando un contatto mandò un messaggio a Davide e a me per farci i complimenti per la nostra “onlus”.

L’idea di trasformare una parte di Purple&People in non-profit era già nei piani. Ma nei nostri calcoli, l’avremmo fatto con un investimento successivo e in base alle eccedenze della società profit.
Il nostro posizionamento valoriale, invece, ci aveva messo in una situazione imbarazzante: non solo facevamo fatica a trovare dei clienti ma addirittura le persone si sentivano offese dal fatto che facevamo loro delle offerte commerciali.

Questa è sicuramente una lezione che ho imparato: forse a causa della mia formazione americana, per me business e responsabilità sociali possono andare a braccetto senza problemi.
Evidentemente, alle nostre latitudini, invece, o sei un’azienda che sfrutta o sei un’azienda che aiuta. È una visione molto manichea – e anche un po’ irrealista, diciamoci la verità. Certi progetti culturali esistono solo grazie all’aiuto finanziario delle fondazioni legate ai grandi gruppi profit, mentre dietro a molte associazioni del terzo settore ci sono interessi miliardari. Aiutare il prossimo è un grande business, pare.

Obiettivi di crescita professionale

Il fatto di essere un professionista riconosciuto nel proprio settore – e di avere delle solide competenze – non è sufficiente per creare un’azienda di successo. Ci vuole un po’ di faccia di tolla, come si dice dalle nostre parti.

Sia Davide che io detestiamo vendere. Ci viene proprio contro.
E concordare il prezzo di un servizio, ancora peggio. Se dipendesse da noi, faremmo sempre tutto gratuitamente.
Oggi, a distanza di un anno, il consiglio che potrei dare ai neo-imprenditori è di procurarsi subito un buon commerciale.

Io credo di avere questo pregiudizio che un buon venditore è sinonimo di filibustiere aggiratore.
E invece non è vero, proprio come non è vero che un’azienda profit non possa fare del bene. Ci sono moltissime persone che sono brave a promuovere un servizio o un prodotto, senza venire meno ai propri valori.

Ecco, l’investimento di soldi e di tempo più importante che possiate fare è questo: trovate la persona giusta per aiutarvi a far crescere il business, e retribuitela bene. Il resto, a mio avviso, è secondario, persino la vostra capacità di fare networking. 10’000 contatti che si convertono in zero vendite hanno un valore di zero. Punto.

Lasciare un lavoro che fa stare male

Fin dall’inizio ci è stato chiaro che volevamo lavorare sul cambiamento.
Tuttavia l’emergenza disoccupazione in Italia è tale che ci siamo concentrati soprattutto sulle persone che erano senza lavoro.
E questo anche perché le molte agenzie del lavoro e le agenzie di recruitment hanno tendenza a mostrarsi poco comprensive nei confronti di chi non riesce a trovare un impiego.

In questo ambito, quando non hai posizioni concrete da offrire alle persone, è meglio non creare aspettative.
Lo abbiamo capito e lo abbiamo accettato, anche se questo vuol dire non poter aiutare le persone che ne hanno più bisogno.

Per questo ci siamo concentrati su chi invece un lavoro ce l’ha ma lo vuole cambiare.
O lo deve cambiare, a dipendenza dei casi. Ci sono persone che soffrono perché sotto pressione. Altre che invece si sentono frustrate perché non riescono a migliorare la propria posizione (e la propria retribuzione). Altre ancora che temono che il fatto di restare troppo nella stessa azienda precluda loro nuove opportunità.

Senza voler generalizzare, possiamo identificare due tipologie di persone che fanno ricorso ai servizi di un’azienda come la nostra: uomini sui 35 anni che vogliono fare carriera e sentono che è il momento – ora o mai più – di fare un salto di qualità; donne sulla cinquantina con un buon bagaglio professionale alle spalle che, a un certo punto della loro vita, si rendono conto di aver voglia di fare qualcosa più in linea con i propri valori.

In entrambi i casi lavoriamo su due aspetti fondamentali: i valori personali (e non solo le competenze) e il proprio posizionamento personale (qualcosa di simile al personal branding, ma con meno bullshit, come direbbero gli americani).

Non si smette mai di imparare

Ho pensato che condividere la mia esperienza come imprenditore avrebbe potuto essere interessante per altre persone che sono in una situazione simile.

La cosa che mi sorprende di più, nel rileggere le mie stesse parole, è la quantità di cose che ho imparato in anno: a ogni riga avrei un aneddoto, un ricordo, un’esperienza da raccontare. Ho dovuto tagliare moltissimo per evitare che questo articolo diventasse un soliloquio autoreferenziale.

Ma mi rimane ancora una cosa che so che devo fare e questa volta la voglio fare: per tutti quelli che ci chiedono cosa facciamo “esattamente” in Purple&People, magari questo riassuntino può aiutare. E a me fa bene esercitarmi a farlo, perché, come dicevo, sono un pessimo venditore, ma cercare di promuovere i servizi dell’azienda a cui ci si dedica anima e corpo non è qualcosa di cui avere vergogna.

Anche questo è un insegnamento. L’ho appreso solo a metà. Al 30%, dai, per essere onesto. Ma ci sto lavorando 😉
Quindi…

Cosa fa una agenzia per il cambiamento?

Davide Cardile è un Thinking Partner

Davide ha una sensibilità pazzesca su tutto ciò che è trend di idee e di business. Legge moltissimo e ha tra i suoi clienti persone che incarnano il cambiamento e l’innovazione, ma le sue conoscenze non sono legate solo a questo: ha proprio un talento naturale. Soprattutto quando si occupa del business degli altri e non del nostro 😉
I suoi servizi sono quindi orientati alla parte editoriale e di public speaking di persone che hanno un certo livello di esposizione mediatica (o che hanno il potenziale per averlo). Per saperne di più potete visitare la sua pagina Davicardi.

Emanuela Fato è una Career Coach

Emanuela è un esempio di cambiamento di vita e di carriera: anche lei ha lasciato un lavoro sicuro (e statale!) per dedicarsi a ciò che l’appassiona e che sa fare bene: aiutare le persone a trovare la propria strada. È specializzata nel cambiamento di carriera e/o lavoro e non lascia le persone indifferenti: scopri uno dei percorsi interdisciplinari che offriamo.
Emanuela ha un’energia incredibile che motiverebbe anche uno zombie. È la mia fonte naturale di fluoxetina nei giorni in cui faccio fatica a impegnarmi al 100% nella nostra missione.

Simone Bigongiari è un Career Counselor

Simone ha una passione quasi imbarazzante per il suo lavoro: aiutare i giovani a orientarsi negli studi e nel mondo del lavoro.
Quando parliamo di questi temi si vede proprio che è animato da una vera e propria vocazione. Lo ammiro per questo suo fuoco sacro e per il lavoro costante che porta avanti da diversi anni nel quadro del suo blog La Divina Carriera e anche in alcune trasmissioni televisive dedicate a giovani e lavoro.

Andrea Trombin Valente è un Change Agent e Mentor

Io mi occupo soprattutto delle aziende, a livello di risorse umane e di comunicazione interna. Ho diversi progetti carini che si concretizzeranno nei prossimi mesi, tra cui un Podcast sull’innovazione sociale/aziendale e, soprattutto, uno strumento di gestione della comunicazione interna che avrei voluto avere io quando ero in azienda (e che abbiamo sviluppato con un partner di eccezione… stay tuned…).
Parallelamente, seguo alcune figure manageriali in un percorso di mentoring.
Lo faccio per due ragioni e mezza: 1. mi aiuta a capire cosa succede in azienda e non cadere nella trappola del consulente che vive sulla luna; 2. perché credo che sia un setting in cui posso veramente portare un valore aggiunto, utile per la persona (e qui c’è il 2.5 ovvero la soddisfazione dell’altro mi rende felice e quindi lo faccio volentieri).

Ma nel nostro team di Purple&People ci sono anche altre persone, tutte interessanti… continuate a leggerle su Purpletude per imparare a conoscerle meglio.

E per i curiosi melomani…

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Ma l’Università a cosa serve?

Nella scelta dei propri studi, si guarda spesso alle possibilità future e meno alle proprie aspirazioni e competenze. Questo spiega perché 2 studenti su 5 si pentono delle proprie scelte e cercano di cambiare facoltà.

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Come scegliere il proprio percorso di studi?

Ogni scelta si sa deve essere sempre accompagnata da una grande dose di coraggio.

Per esempio la decisione di quale corso universitario scegliere è motivo di grande ansia e preoccupazione per i diplomati e per le loro famiglie sempre più coinvolte nella scelta. E i dati del rapporto annuale di Almalaurea, uscito a fine gennaio, confermano che talvolta questa scelta si rivela sbagliata.

Il 44,9% di diplomati dichiara infatti che le aspettative del corso intrapreso sono ben al di sopra della realtà e per questo cambiano corso o ateneo; e i motivi sono tra i più disparati: organizzazione scadente, inadeguatezza delle strutture, limitate opportunità di stage ed esperienze all’estero. Ma tra gli insoddisfatti vi sono il 27,7% che dichiara di aver cambiato proprio per un ripensamento, per aver capito di non aver fatto la scelta migliore.

Quale facoltà scegliere?

Tutte queste situazioni ci impongono una riflessione nuova e obbligata di come effettuiamo la scelta e quali sono le variabili che riteniamo fondamentali per prendere questa decisione.

La più rilevante è senza alcun dubbio il lavoro: si tende a scegliere il corso universitario sulla base di quali sono gli sbocchi professionali previsti e sappiamo che è un approccio vecchio, non più attuale e soprattutto limitante rispetto alle reali possibilità che un corso universitario può offrire ai giovani, come studenti e come uomini.

È inutile continuare ad affermare che il mondo è cambiato, che i lavori per i quali studiamo oggi potrebbero non essere quelli di domani, che i giovani di oggi faranno un lavoro che ancora non esiste, e banalità simili.

Sì, il contesto sociale ci fa guardare esclusivamente oltre noi, nei luoghi in cui il lavoro è presente e si svolge, dove c’è richiesta e dove le opportunità affiorano. Ed è un approccio giusto legato allo spirito critico e di osservazione del protagonista della scelta. Però non pensiamo mai a rivolgere lo sguardo in direzione inversa, a noi stessi. A quello che siamo e a quello che vorremmo. Non è una logica infantile, anzi tutt’altro, è un approccio profondamente maturo cercare dentro di sé la risposta a quella fatidica domanda, su cosa voglio fare da grande.

Partire dalle proprie certezze

Se si parte dalle nostre certezze sappiamo scegliere coerentemente ciò che ci serve e ciò che ci è utile.

Credo però che l’Università sia utile a prescindere, non debba essere legata obbligatoriamente a una logica professionale. Certo, ci sono i percorsi “professionalizzanti”, per esempio se vuoi diventare medico segui medicina, ma è anche vero: studio medicina perché voglio diventare medico. Ovvero cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia. Sì, ma su questa base, non sceglierei mai quelle discipline che non mi aprono a un ordine professionale, che non mi danno un evidente status quo legato a una professione.

Quindi inutili le lauree nelle discipline letterarie perché non puoi rispondere alla domanda che certi benpensanti sono sempre pronti a fare:  sì, tutto bello, ma che diventi?!? Il letterato non fa appeal, ma nemmeno il comunicatore, pensiamo poi allo statistico, al matematico (ma poi che fa concretamente?!?), però anche l’economista o addirittura il filosofo il peggiore della specie perché viene visto come nullafacente e, anzi come uno che si complica la vita pensando troppo.

Fare la scelta “giusta”

Se invece provassimo a rivoluzionare il nostro pensiero e scegliere l’Università sulla base di reali competenze, interessi, passioni, valori, ovvero tutto ciò che ci appartiene, forse possiamo far valere l’esperienza universitaria come una delle più (per)formanti della nostra vita.

Perché ci allena alla curiosità, a porsi degli obiettivi, a destreggiarsi nella complessità. Questo fanno veramente gli anni universitari, oltre che rimanere indelebili nei cuori e nel vissuto di tutte le persone, hanno questa grande capacità: di farti crescere! Come in nessun’altra esperienza, perché oltre alla crescita anagrafica si forma una coscienza, un sapere e una formazione. Tutti valori che oggi vengono arginati, allontanati, rimossi per fare spazio al tutto e subito, al riconoscimento sociale, al lavoro che porta soldi e prestigio, all’impersonare uno stile di vita senza veramente vivere il tuo valore e la tua storia.

Ecco perché l’Università dovrebbe riscoprire il suo valore originario e tornare a essere un’occasione di trasferire conoscenze e un laboratorio di competenze, insieme. Poiché annullare una di queste anime significa non vivere appieno l’esperienza e non prendere dalla stessa tutto il valore e le potenzialità necessarie per costruire un solido futuro per noi stessi.

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