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Depressione post partum: quando la maternità è tutto tranne che un mondo rosa

La gioia più grande della vita rischia di trasformarsi in un incubo. Non accontentiamoci della narrativa che una mamma sa cosa fare. Come per tutte le cose, si deve imparare a essere genitore, e ci vuole tempo.

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Ho pensato che diventare madre fosse bellissimo, fino a che non lo sono diventata.

Ci ho messo sei anni, cure, ormoni, pastiglie, iniezioni; sei lunghi anni prima di diventare mamma.

Pensavo sarebbe stato una cosa straordinaria, esattamente come tutti te lo descrivono, come leggi ovunque, come raccontano il blocco delle mamme sui blog.

Pensavo che diventare madre sarebbe stato meraviglioso

O almeno, statisticamente, vista la gioia incalcolabile che vedi sprizzare in ogni dove, pensavo sarebbe stato altrettanto incontenibile per me. Come tutte, nonostante l’ottima carriera lavorativa, ho sentito incombere il tic tac del famoso orologio biologico, la rincorsa alla maternità è stata difficile, molto dolorosa, piena di fallimenti.

Ogni ciclo mestruale che arrivava era una sconfitta dell’anima. Ti domandi perché gli altri sì e tu no, ti chiedi che cosa tu debba espiare, perché una cosa tanto normale a te non capiti e ti tocchi infilarti tubi nella vagina, aghi nelle braccia, e tutto diventi così tremendamente complicato.

Il giorno in cui ho scoperto di essere incinta è stato incredibile. Ma più di tutto il giorno in cui ho partorito mi aspettavo di essere felice, insomma: dopo tutto quel darsi da fare, le cliniche, le cure, la rincorsa allo spermatozoo che finalmente attecchisce, sei tu o sono io, le litigate e le delusioni, finalmente arriva il giorno e tu diventi madre.

Il fatto è che poi, dopo il momento di limbo in ospedale dove anche tu sei coccolata e accudita, finalmente arrivi a casa e ti aspetti che sia tutto ok, ti è anche arrivato il latte e da qui in poi sarà tutto perfetto, perché tu sei una mamma, hai fatto il corso preparto, hai le nozioni che ti servono. Hai letto libri, sei sul pezzo, hai un frugoletto tra le mani. La sai.

Tutto ok, no?

E invece no, perché tutta la felicità ti aspettavi non arriva. Si, sei contenta, ma sei prima di tutto spaventata. La felicità immacolata, il fatidico istinto materno che tutto dovrebbe risolvere e farti comprendere, quella roba ancestrale che dovrebbe farti sapere se tuo figlio piange per la fame o per la cacca, quella cosa in stile Nostradamus che ti farà dire se ha sonno o chissà cosa, quella roba lì che dovresti avere esattamente come gli animali, a te manca. Tu non ce l’hai.

Non succede. La magia non capita. Il pianto è pianto, e finisce col non essere solo il suo, ma anche il tuo, perché non capisci perché un bambino vada avanti a piangere così per ore, anche se l’hai allattato, anche se l’hai cambiato, anche se apparentemente hai fatto tutto quello che dovevi e potevi fare.

Ti senti strana ti senti fuori posto perché l’hai desiderato tanto quel figlio, quindi perché non succede perché non senti capitare tutta quella gioia irrefrenabile? Perché ti senti così fuori posto così dannatamente, così stranamente non felice? Che cos’hai che non va? Perché le altre sono contente e tu sei disperata? Perché dopo che l’hai voluto così tanto adesso ti trovi a domandarti quando passerà questo inferno di notti insonni e pannolini, e creme per il sederino, e poi ancora latte e notti insonni?

In realtà succede alla maggior parte di noi. Quello che ci raccontano della maternità non è così vero – non è tutto falso ma non è tutta la gioia che si scrive.

La maternità è prima di tutto fatica e la depressione post parto altro non è che il toccare con mano il limite di ciò che non sappiamo fare quando diventiamo madri. Non ti scoppia all’improvviso tra le mani questa capacità di comprendere un neonato dal pianto, questo flusso meraviglioso e magico non ti arriva non si materializza non succede assolutamente niente. Non ti vengono consegnate le istruzioni. Non hai alcun superpotere dettato dalla natura. Hai solo la tua paura, il tuo sentirti incapace e la tua ansia di poter fare male alla tua creatura. In realtà, non cambia niente dal giorno prima al giorno dopo che hai partorito. Ne sai tanto quanto ne sapevi prima di volere un figlio.

Una mamma che non sa cosa fare è la cosa più naturale del mondo.

Purtroppo molte di noi cadono in stati depressivi perché l’aspettativa sociale è che l’istinto materno si materializzi improvvisamente come il discendere dello spirito Santo, come se una diventasse improvvisamente capace di parlare una lingua sconosciuta. Devi essere felice, contenta e grata del grande dono che hai avuto. Anche se il dono urla ininterrottamente per 24 ore senza farti dormire, e questo va avanti per giorni.

La mia vicina di casa mi guardava attonita chiedendomi “perché piange?” dopo che ero stata in piedi tutta la notte. Mio marito mi chiedeva “che cos’ha?” e io non sapevo cosa rispondergli perché ne sapevo tanto quanto lui.

La cosa migliore che hanno fatto le persone accanto a me è stata togliermi mia figlia dalle braccia e pensarci loro, perché io non ero in grado. Ero stanca, spossata, dolorante, e soprattutto disperata.

Io ho avuto bisogno di abbracci, di parole di consolazione, di amiche che mi hanno detto “vai a farti un giro, qui ci pensiamo noi”. Ho avuto bisogno di piangere tantissimo, e soprattutto di non essere lasciata sola. Ho avuto bisogno di sentirmi dire “ok, sfogati fino a che ne hai bisogno”. E così è stato. Per 40 giorni.

La paura di aver paura

Ho sofferto di depressione post parto, ho passato 40 giorni in un abisso nero profondissimo, completamente incapace di essere felice per quella che tutti chiamano “la gioia più grande della vita”.

Mi sono dovuta dare tempo, ho capito e accettato il mio non essere capace, la mia imperfezione, ho fatto pratica con le mie paure. Ho capito che i bambini sono più resistenti di quanto si pensi, e se non dormono e sei stanca, dalli da cullare a qualcun altro.

Ho capito che bisogna delegare, farsi aiutare e non aver paura di dire che si ha paura.

Nessuno mi ha spiegato che questi sentimenti erano assolutamente normali; mi sono sempre sentita raccontare che improvvisamente avrei compreso, capito che sarebbe stato tutto meraviglioso.

“Una mamma lo sa”, è la frase più ricorrente che ti senti dire quando sei incinta. “Una mamma non sa niente esattamente come un papà” dovrebbe essere invece la realtà.

Sentirsi strane, inadatte, è la cosa più normale e questo manca nella comunicazione della maternità.

Non ci viene affidato niente per magia, per induzione divina, non si impara a essere mamme per qualcosa che magicamente compare. Si diventa mamme a forza di cambiare pannolini, a forza di notti insonni, a forza di fare fatica. Si diventa genitori – entrambi a forza di sbagli e di cose che non si sanno.

Questo dovrebbero dire a una donna incinta che sta per partorire; dovrebbero dirle semplicemente la verità: che sarà faticoso, che si sentirà fuori luogo, che probabilmente sbaglierà ma sarà la cosa più normale.

Quindi sentitevi imperfette, inadatte, incapaci. Va benissimo così: è normale piangere. E si, nessuno in realtà sa come si alleva un figlio. Lo si impara facendo.

Sfogatevi. E fatevi aiutare. Non vergognatevi.

Chiedere aiuto

Pochi giorni fa una mamma si è buttata nel fiume con le due figlie di pochi mesi: soffriva di depressione post partum; le piccole, avute con la fecondazione assistita, soffrivano di problemi fisici seri. Le persone attorno a lei non si sono accorte di come stava.

Se siete vicini a una donna che ha appena avuto un figlio, fate la cortesia di andare a trovarla e alleviatela di qualche lavoro, meglio ancora se fate da babysitter per un po’ in modo che si riposi o si distragga.

Se siete il compagno di una donna che ha appena partorito, quando arrivate a casa prendete il piccolo e occupatevene voi. Fate a metà quando c’è da alzarsi di notte, chiamate una persona per farvi aiutare con le pulizie di questo periodo. Fate in modo che ci siano spiragli di normalità oltre la maternità. Perché la maternità non è fantastica. E per qualcuna si può trasformare in un incubo.

E soprattutto non chiedete “ma perché piange?”.
Una mamma non lo sa. Esattamente come voi.

Parliamone

Avete avuto la depressione post parto? Ne avete parlato? Come ne siete uscite?

Valentina Maran è nata a Varese nel 1977. È una copywriter freelance. Si è formata nelle più grandi agenzie di comunicazione milanesi e dopo un trionfale licenziamento ha scritto “Premiata Macelleria Creativa” (Fandango 2011). Scrive per riviste, committenza privata, blog di ogni tipo e si occupa prevalentemente di questioni di genere, femminismo, parità di diritti nella comunicazione. Con la sua socia Vanessa Vidale ha una piccola agenzia di comunicazione che si chiama NoAgency dalla quale non può licenziare nessuno, tranne se stessa. Da anni è docente in corsi ITS e IFTS post diploma dove insegna creatività.

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Essere padre nel 2019

Tradizionalmente la figura paterna aveva il compito di insegnare al figlio a rischiare. In una società attenta alla protezione, il rischio può apparire inutile. E il padre un optional.

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Nel 2019 essere padre è un optional: si può non esserlo.
Al tempo stesso è vero anche il reciproco, per cui nel 2019 avere un padre è un optional: si può anche non averlo.
In questa strana epoca chi vuole essere un padre deve sforzarsi di esserlo e chi vuole avere un padre deve sforzarsi di averlo.

Questa riflessione è dedicata ai padri e ai figli, alla magia che può svilupparsi da una relazione oggi non necessaria, ma possibile. Non parlerò qui di madri e figlie, anch’esse protagoniste di una relazione altrettanto magica. Ne scriverò un’altra volta.

Un invisibile gioco di sguardi…

Oltre che non necessaria, la relazione tra padre e figlio oggi è nella maggior parte dei casi qualcosa di impalpabile. Molti di coloro che stanno “attorno” ad essa spesso non se ne rendono neppure conto che tra i due c’è qualcosa anche dove sembra non esserci.

Il gioco di sguardi in questa relazione è tutto. Con gli sguardi inizia e spesso anche finisce (con buona pace delle madri!).

Gli occhi del padre scrutano inquieti e coraggiosi l’orizzonte, come gli occhi di un marinaio che sente la nostalgia del mare. A volte l’orizzonte è un lavoro appassionante, altre volte un apparentemente inutile passatempo. In tutti i casi, quando un padre guarda l’orizzonte, i suoi occhi sprigionano un fascino particolare e in quel momento, potete scommetterci, il figlio lo guarda.

Non aspettatevi che il padre coinvolga il figlio nelle sue avventure. Questo accade di rado.
Le sue avventure sono avventure da uomini grandi, non da uomini piccoli. Che si tratti di un lavoro di responsabilità o di perfezionare il plastico su cui scorre un vecchio trenino, è richiesta la fermezza di chi è già grande. Tuttavia, quello che il piccolo vede negli occhi del grande è sufficiente per trasmettere quella passione, che sarà il sale della sua vita.

…e di poche parole

A volte accade che dopo anni, questo gioco di sguardi venga interrotto per un attimo e che un giorno il padre si giri verso il figlio e gli lasci in eredità poche misurate, parole: “Ricordati …” oppure “Sappi …”.

E queste parole rimarranno impresse nella mente di quel “piccolo uomo” per sempre.

Chi è un padre?

Non mi ero mai posto questa domanda fino a quando mi imbattei in una possibile risposta.
La trovai in un libro che rubai per caso proprio dalla scrivania di mio padre. Si intitolava “Geofilosofia dell’Europa” di Massimo Cacciari.

Questa risposta era data nella forma di un’immagine, di un’analogia. In essa non si parlava solo del padre, ma anche della madre. Secondo l’autore, i due sarebbero in relazione reciproca come nell’antica Atene erano in relazione reciproca il Pireo, il porto della città, e l’Acropoli, la collina dei templi.

Quest’ultima, infatti, come una madre, era il luogo dove veniva custodito e protetto ciò che di più sacro c’era in Atene: il culto degli dei, le usanze.
Il Pireo, invece, luogo di arrivi e partenze, scambi e trasformazioni, aveva il compito di garantire la contaminazione e lo scambio delle merci, ma anche delle idee e dei costumi.

Secondo questa analogia, padre e madre esercitano due ruoli ben distinti nella vita dei figli.
La madre custodisce, nutre e protegge; il padre sospinge, contamina e rinnova.

Come vanno le cose oggi

Nella versione più “tipica” dei fatti i bambini iniziano a vivere quando uno spermatozoo feconda un ovulo.
Affinché questo avvenga servono sia un padre sia una madre. Una volta che la vita è iniziata, tuttavia, le cose possono andare avanti anche senza l’aiuto del padre.

La madre deve esserci, è necessaria.
Il padre può esserci o non esserci, è un optional. Se c’è, non è detto che faccia la differenza. Egli è come uno dei mille optional sulle nostre automobili, di molti di essi non sappiamo che farcene.

Così accade che se il padre, oggi, nel 2019 voglia fare la differenza, debba sforzarsi di essere un optional utile. Non potrà mai essere necessario, ma potrebbe diventare utile, magari anche utilissimo, a volte addirittura decisivo.

Il padre e il rischio

Il padre, se vuole, ha un compito che va controcorrente: deve allenare il figlio al rischio dell’avventura e della contaminazione.
Il rischio di cambiare. E in una società sempre più attenta alla protezione, allenare al rischio può apparire come inutile, anzi indesiderato.

Ci sono state epoche in cui il rischio era necessario. La vita richiedeva il rischio come strumento e ingrediente della sopravvivenza. In quei tempi forse anche il padre era necessario. Poi le cose sono cambiate. Abbiamo imparato a sopravvivere senza rischiare. Chi te lo fa fare, di rischiare?

Così il padre è diventato un optional e assieme a lui il rischio. Si può fare a meno di loro, anche se a volte possono essere entrambi utili, addirittura decisivi.

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La morte sbirciata dalla vita

Se senti quanto è fredda la morte, impari a riconoscere tutte le sfumature di caldo di cui è capace la vita.

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Ci sono stati pochi momenti così carichi di conoscenza della vita come quelli in cui ho sbirciato la morte.
Dismessi i panni di colui che lotta per la sopravvivenza, ho potuto osservare la morte nel suo manifestarsi. E in quel momento mi sono reso conto di quanto è ampio l’intervallo che abbiamo per vivere. “Quando ti accade di guardare in faccia la morte, la paura che hai di perdere la vita (tua o degli altri) si affievolisce, e senti che puoi concederti di spingere un po’ di più”.

Sbirciare la morte espande la vita

Come esseri umani siamo equipaggiati per riconoscere la morte nel suo manifestarsi in noi e negli altri. Le funzioni vitali si fanno estreme. Il cuore batte lentissimo o velocissimo. Il respiro si fa flebile o scuotente. I muscoli flaccidi o tesissimi, la cute pallidissima o scurissima, la coscienza lucidissima o completamente offuscata. Il corpo si prepara ad espellere la vita. La vita si condensa e si prepara a lasciare il corpo.

Tu che osservi, ti accorgi che la situazione è andata oltre il punto di non ritorno e tutto quello che puoi fare è osservare.
E addirittura senti che hai voglia di farlo.

Sbirciare la morte “impara” a vivere la vita

Nella nostra attitudine occidentale medico scientifica, la conoscenza della morte che avviene per osservazione diretta sembra ormai poco utile ai fini della tutela della vita. Se stai guardando la morte vuol dire che hai già perso la vita: la tua o quella di qualcuno accanto a te. Quindi, è una sconfitta.

Tuttavia, quando sbirci la morte, succede qualcosa che è molto importante per la tutela della qualità della vita. Ti rendi conto che stai raffinando la tua consapevolezza operativa della vita. Proprio in quanto ne stai toccando i limiti, stai imparando a vivere la vita in modo più completo.

Toccare i limiti della vita rende coraggiosi

Se non sai quali sono i limiti della vita, fai fatica a giudicare ciò che è ancora vita da ciò che è già morte, ciò che è ancora salute da ciò che è già malattia.

Oggi, siamo in un’epoca in cui la morte la vediamo di rado.
Questo dovrebbe essere motivo di serenità, invece, finiamo per sentirci più smarriti che in passato. D’un tratto, non siamo più certi di saper distinguere la vita che tocca i suoi limiti o la morte che bussa alla nostra porta. E questo ci fa paura.

Quando, invece, abbiamo la possibilità di scrutare i limiti a cui la vita può spingersi prima che subentri la morte, allora la nostra visione di noi stessi si ampia. Improvvisamente troviamo il coraggio per sostenere anche quello che pensavamo insostenibile. Possiamo lasciare che il nostro cuore acceleri ancora un po’, senza pensare che stia scoppiando.

La morte soccorre la vita

Nel laboratorio di anatomia dell’Università di Bologna per anni ho visto in bella vista una scritta che diceva HIC MORS GAUDET SUCCURRERE VITAM (Qui la morte si compiace di venire in aiuto alla vita).

Su quei ripiani di marmo per decenni gli studenti di medicina hanno sezionato corpi e organi morti per scoprire in essi i segreti della vita. Oltre alla conoscenza, quella che ricevevano era la sensazione della morte che li rendeva capaci di sentire la vita.
Se senti quanto è fredda la morte, impari a riconoscere tutte le sfumature di caldo di cui è capace la vita.

Oggi gli studenti di medicina non sono più tenuti ad imparare dalla morte. Le immagini dal vivo, i libri, i software hanno sostituito i cadaveri come fonti di conoscenza. E forse, grazie a questi strumenti moderni, la nostra conoscenza del funzionamento della vita non è mai stata così precisa.

Tuttavia, questa chiarezza conoscitiva contrasta con lo smarrimento emotivo che sempre più spesso mostriamo davanti alla malattia grave e alla morte. Sembriamo disinvolti nel sedare, sfumare, zittire lo stridore dei momenti lontani dalla “norma”, ma forse, in realtà, cominciamo ad essere impauriti. Non è chiaro se il sedativo serve per sedare chi muore o chi assiste inerme alla morte di chi muore.

A forza di non sbirciare le estremità della vita corriamo il rischio di non tollerarle più, pur essendo nati capaci di tollerarle.

Tu e la morte

Gli anni passano e per quanto tu abbia provato di sfuggire la morte, essa avrà trovato sicuramente il modo di manifestarsi davanti ai tuoi occhi. Familiari, amici, persone care, perfetti sconosciuti. Qualcuno se ne è andato quando era già in avanti con gli anni, qualcuno quando ancora era nel fiore della vita. Chi è scomparso piano piano, chi veloce veloce. A volte un po’ te lo aspettavi, altre sei stato colto in contropiede.

È così che hai maturato una sorta di “freddezza”, che tuttavia non ti ha reso schivo, anzi piuttosto aperto e disponibile.

Il cuore freddo

In alcune culture tradizionali si parla di cuore freddo in riferimento al cuore che può accogliere anche ciò che è molto caldo, senza scottarsi. Forse è questa la freddezza che negli anni impariamo anche grazie alla morte. La freddezza che ci consente di aiutare noi stessi e gli altri a sopportare il calore dei momenti più difficili ed estremi, come la malattia e la morte.

Perché la gente sa morire

Una delle scoperte più sconcertanti che ho fatto osservando la morte è stata che la gente sa vivere la morte. Ossia sa morire. Il corpo e la mente, entrambi sanno benissimo quello che fanno.

Ecco allora che il ruolo di chi accompagna chi muore forse è proprio quello di guardare negli occhi chi sta morendo e trasmettere una sensazione di fiducia per il fatto che come esseri umani sappiamo morire.

 

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