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La passione al lavoro: un’arma a doppio taglio
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Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neanche un giorno, recita il detto.
Vero, in un certo senso. Ma – come spesso accade – ci sono molti ma….

Personalmente, a 41 anni, ho lasciato un lavoro consolidato (almeno nella professionalità) per seguire la mia passione.
L’ho fatto contro ogni logica e contro ogni consiglio ‘sensato’, e ne sono felice.
Ma, come dicevo, ci sono i ‘ma’, nel bene e nel male.

Se non puoi scegliere

Sono consapevole di essere una privilegiata.
Vivo in una grande città che offre molte opportunità.
Ho una famiglia che – oltre a comprendermi e sostenermi – aveva la forza economica e la pazienza emotiva di supportarmi economicamente all’avviamento.
Non ho figli. Quindi, ‘stringere la cinghia’ è stata una scelta consapevole di persone adulte.
Tutto facile? No, ovviamente; ma più facile sì.

Non tutt* possono compiere scelte radicali dettate dal cuore.
Ci sono responsabilità e vincoli oggettivi che – se presenti – non possono essere ignorati.
Ci sono situazioni in cui non puoi fare il lavoro che vuoi, ma devi fare il lavoro che puoi.
Quello che ti consente di onorare le responsabilità e rispettare i vincoli.

Mi capita spesso di incontrare persone in questa condizione: persone che mi dicono “Se avessi potuto scegliere, avrei fatto…” altro.
E a volte questo ‘altro’ è lontanissimo dalla loro realtà presente e lo raccontano con un misto di dispiacere e rassegnazione.
Per qualcun* si è trattato di scelte davvero obbligate; per altr* di scelte autoimposte.
Le nostre passioni possono spaventarci: se ci spingono molto lontano dalle tradizioni familiari, dalle convenzioni sociali, dal ‘buonsenso’ diffuso.

Se non siamo abituat* ad ascoltarci, a gestire il nostro dialogo interno, a credere nelle nostre potenzialità, la ‘vocina del cuore’ non riesce a sovrastare le urla della paura.
Se non siamo dispost* a impegnarci, metterci in discussione, sfidare i nostri limiti, rinunciamo ad ascoltarla.

Ogni tanto si fa sentire di nuovo: quando siamo tranquill* e la paura è distratta.
Ci solletica lo stomaco, ci fa venire in testa immagini di noi in contesti completamente diversi.
Li chiamiamo sogni, ci culliamo per un po’ con loro, e poi li riponiamo con cura in un cassetto, il più in fondo possibile, perché non venga loro voglia di saltare fuori quando meno ce lo aspettiamo.
E torniamo tranquill*.
Qualunque sia il motivo per il quale non si è potuto scegliere, rimane una certa dose di insoddisfazione, seppure sopita e giustificata.

Una vita di quieta disperazione, come diceva Thoreau?

Non necessariamente. perché qui c’è un ‘ma’ di quelli buoni. Anzi, più di uno.
Non hai potuto fare il lavoro dei tuoi sogni ma: hai mai pensato a come portare la tua passione nel tuo lavoro?
Magari declinata in modo diverso, un po’ modellata sul contesto.

Non è proprio come fare il lavoro dei sogni, ma può essere un buon modo per “arredare il tunnel”, come dice una mia amica filosofa.
Se lavori in una biblioteca e sognavi di esser un(a) batterista può essere un problema; e allora la passione deve restare fuori.
Fuori dal tuo lavoro ma non necessariamente dalla tua vita.
Perché ci si può ritagliare del tempo di vita da dedicare alle proprie passioni. Magari del tempo sottratto ad attività meno utili: un like in meno, un post in meno, una serata in meno passata davanti alla tv ‘per passare il tempo’.
Non per essere disciplinat* o sagg*, ma per fare una cosa che ci piace davvero e ci dà energia positiva.

A questo punto sarò provocatoria.
Non hai potuto fare il lavoro dei sogni ma: se creassi le condizioni per farlo?
Non dico di ribaltare il tavolo e mandare tutto all’aria ma di costruire lentamente e progressivamente per farlo.

Molti anni fa conobbi un signore che aveva dovuto temporaneamente rinunciare al suo sogno.
Aveva perso il papà giovanissimo e cominciare a lavorare poco più che bambino per sostenere la propria famiglia.
Il suo desiderio di essere un medico sembrava irrealizzabile.
Passò la maggior parte della vita facendo altro; mise su famiglia, ebbe due figlie che fece studiare e realizzare professionalmente.
Completati i suoi compiti di figlio, fratello, marito e padre, si iscrisse all’università: facoltà di medicina.
Ha realizzato il suo sogno verso i 60anni, potendo esercitare per poco.
Ma è stato un bravo medico e – soprattutto – un uomo felice.

Il lavoro perfetto non esiste

Ci sono situazioni fortunate in cui puoi fare della tua passione la tua professione.
Una vita in vacanza? Non esattamente.
Diciamocelo: il lavoro perfetto non esiste.
Ogni lavoro ha una serie di attività che ci appassionano, altre neutre e strumentali e altre ancora rispetto alle quali preferiremmo passare due ore sulla poltrona del dentista.
In più, avere il privilegio di fare il lavoro che ci piace ci impone (moralmente) di farlo proprio bene: non abbiamo scuse.
Il che vuol dire che dobbiamo essere preparat* e aggiornat* costantemente.
Che dobbiamo dare il meglio di noi in ogni situazione.
Che dobbiamo accettare ciò che di imperfetto c’è nel nostro lavoro perfetto.
Che per fare quello che ci piace, dobbiamo accettare di fare anche quello che non ci piace; e che, almeno all’inizio, quello che non ci piace occupa più spazio, tempo ed energie di ciò che ci appassiona.

Tengo laboratori con studenti universitari(e) e quando suggerisco loro di sfruttare questo tempo per andare a fare stage non retribuiti o lavori ‘semplici’, mi guardano come se fossi atterrata da Marte.
Non sanno capacitarsi di come fare lavori di segreteria o servire ai tavoli di un bar o rispondere in un call centre possa servire a loro che sono lanciati verso carriere brillanti.
Mediamente, se ne accorgono appena escono dall’università e si affacciano nel mondo del lavoro.
Non solo quell* che si scontrano con le difficoltà occupazionali e si trovano a dover accettare proprio quegli stage e lavori che pensavano non l* riguardassero.

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Anche chi tra loro ha la fortuna e la capacità di iniziare subito nel posto giusto, si deve misurare con una realtà mai conosciuta prima: non conoscono le dinamiche organizzative di un’azienda, un ente o uno studio professionale; non sanno relazionarsi con i ruoli superiori e ancora meno con quelli inferiori; non sanno scrivere una mail o una lettera professionali o interne; non sanno gestire una telefonata; non sanno rapportarsi con una contestazione; non sanno ricevere feedback che non siano numerici (voti).

Hanno la consapevolezza (e a volte l’arroganza) di una grande preparazione teorica e nono conoscono – ancora – il valore dell’esperienza.
Rifiutano i maestri e non sanno cercare mentori.
E improvvisamente, il lavoro dei sogni si trasforma in un incubo a occhi aperti.

La passione aiuta, ma

A volte confondiamo la passione con il talento e il talento con il successo.
Guardiamo le vite di persone talentuose, che si divertono a fare ciò che fanno, e pensiamo che la loro vita e la loro carriera siano un sentiero piano tappezzato di fiori.
Non è (quasi) mai così.
Non basta che una cosa ci piaccia e ci venga facile perché ci venga anche molto bene.

La passione e il talento richiedono preparazione, dedizione, esercizio e sacrificio.
Certo: impegnarci su qualcosa che ci piace ci costa meno fatica.
Riusciamo a stare ore concentrat*sul nostro lavoro senza avvertirne il peso; confondiamo tempo libero e lavoro perché ciò che facciamo ci diverte.

Lavorare nel weekend non ci sembra straordinario.
Ma può essere pericoloso.
Può farci scivolare dal ‘lavorare per vivere’ al ‘vivere per lavorare’.
E allora la vita rischia di scorrerci tra le dita, lasciandoci con meno di quanto le abbiamo dato.

Per onorare la nostra passione e il privilegio di averne fatto una professione, dobbiamo accompagnarla alla preparazione, alla perseveranza e anche alla pragmaticità perché “La passione è come il fuoco, utile in mille modi e pericolosa solo in uno, attraverso il suo eccesso” (Christian Nestell Bovee – scrittore)

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