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“Perché i giovani sono così aggressivi?”

“Perché i giovani sono così aggressivi?”

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo, ti scrivo per raccontarti cosa è accaduto negli ultimi giorni a scuola.

Quest’anno lavoro come tiflodidatta in una prima liceo (scienze umane), la ragazza che seguo è totalmente cieca, puoi dunque immaginare le difficoltà che deve superare ogni giorno; nonostante questo è sempre allegra, solare, suona il pianoforte, canta e ama ballare.

A breve la classe farà l’esperienza della black box, ovvero i ragazzi sperimenteranno cosa vuol dire essere non vedenti; B. si sta preparando da molto tempo per questa esperienza e non vede l’ora di coinvolgere i suoi compagni di classe, infatti le relazioni interpersonali sono molto difficili da portare avanti per chi non può essere al passo con gli altri e un’occasione come questa può aiutarla ad avvicinarsi agli altri ragazzi.

Arriva però, come di consueto, un fulmine a ciel sereno: sul gruppo whatsapp di classe 3 compagni diffondono messaggi offensivi verso la gita definendola come “schifosa” e “non culturale”. La reazione di B. è stata abbastanza controllata ma il dolore che questo le ha provocato è evidente, mi ha addirittura chiesto se ha fatto qualcosa di male ai compagni visto che sono state dette queste cose.

Si è parlato a lungo in classe ma nessuno dei ragazzi ha capito, anzi, hanno tutti difeso la ragazza autrice dei messaggi offensivi. Nessuno si è messo nei panni di B., nessuno ha capito quanto è accaduto e tutti, adesso, vogliono vendicarsi di lei perché sono convinti che abbia diffuso questi messaggi, cosa che non è assolutamente vera.

Mi chiedo allora cosa serva a questi ragazzi per essere meno aggressivi, per imparare ad amare e rispettare il prossimo. Forse è proprio l’educazione affettiva che gli manca, sono ragazzi aridi culturalmente e psicologicamente e, se sono così già a 14 anni, mi chiedo cosa faranno da adulti. Non hanno capito che B. deve essere protetta e tutelata, che le persone come lei, qualsiasi tipo di problematica abbiano, non devono essere un peso per la classe ma devono essere valorizzate e considerate come un qualcosa di prezioso. Sono amareggiata e addolorata.

Ho paura che nessuno imparerà mai il rispetto per gli altri.”

Cara amica, intanto spieghiamo a chi si è chiesto cosa sia il ruolo del “tiflodidatta”: si tratta di una figura professionale che ha a che fare con l’educazione di chi ha una disabilità visiva. In pratica è un assistente scolastico che si occupa degli aspetti tecnici ma anche didattici, oltre che ovviamente di quelli relativi all’inclusione sociale di ragazzi ciechi. (Spero di non aver fatto errori).

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Personalmente sono sempre stato favorevole a iniziative “esperenziali” come le tanto di moda “Cene al buio”. Intendiamoci, ognuno fa inclusione a suo modo (o meglio, dovrebbe esserci una linea di fondo comune, soprattutto dal punto di vista comunicativo – le parole sono fondamentali!): ho amici ciechi, infatti, che non apprezzano certe iniziative ritenendole una mancanza di rispetto verso chi non ci vede davvero, e perciò non ritornerà una volta finito “il gioco” ad una normalità comune. Per quanto mi riguarda, però, alla stregua delle “Skarrozzate” che organizziamo con la Onlus #Vorreiprendereiltreno (qui un video), credo sia comunque un modo per imparare qualcosa di nuovo, mettendosi così nei panni di chi vive una condizione diversa, e per questo lontana, dalla nostra.

È vero che una volta finita l’esperienza quella persona si alzerà di nuovo in piedi o tornerà come al suo solito a vedere, ma è pur vero che riprenderà la sua vita sicuramente in modo più consapevole e ricco di prima. Per farlo, però, occorre una buona dose di maturità. Quel senso di autocritica e messa in discussione che non tutti hanno da adulti, figuriamoci da ragazzi (ho sentito con le mie orecchie genitori essere contrari alle Skarrozzate perché “sedersi sulle carrozzine porta sfiga”, e per questo i loro figli non ci si sarebbero mai seduti).

Non mi sento, in questo caso, di condannare spudoratamente gli studenti. Certo, sarebbe stato un sogno se tutti avessero accolto l’iniziativa in modo positivo e propositivo. Sarebbe stato altrettanto bello se la classe si fosse divisa in due, qualcuno perso in lamentele e qualcun altro buttato in difesa di “B.” . Purtroppo però così non è stato, e allora abbiamo il dovere di chiederci dove sia l’errore: in quei genitori teste a pinolo che, magari realmente per superstizione, non perdono tempo ed energie per trasmettere certe esperienze? Nella scuola che, eccetto per qualche sprazzo di buona volontà, resta ancora oggi in superficie per quanto riguarda la piena ed effettiva inclusione di ragazzi con disabilità?

Non so darti una risposta precisa, ogni realtà è a sé (purtroppo o per fortuna). Posso solo dire a “B.” che non deve lasciarsi abbattere dall’accaduto, perché i momenti in cui qualcuno sarà disposto ad accostarsi a lei, al suo mondo, a ciò che la rende uguale agli altri (perché uguale agli altri lo è, semplicemente con una prospettiva diversa sulle cose) ci saranno e saranno tanti. I momenti di ribellione adolescenziale si comprendono tardi, da adulti, e il più delle volte, quando lo si fa, si trova addirittura la voglia di riderci sopra. Occorre soltanto dare alla vita il tempo di insegnarcelo. E magari, domani, saranno proprio quei compagni capirlo prima di lei.

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