Connect with us
Bambina farfalla Bambina farfalla

In primo piano

La Carta dei Diritti della Bambina: per crescere donne consapevoli e libere

Frutto di un lavoro corale nato in seno alla Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari, la Carta dei diritti della Bambina ci apre gli occhi sulle difficoltà della nostra società nei confronti delle donne (e viceversa).

Pubblicato

il

Ancora dalla parte delle bambine

Nel 1990 – adolescente – lessi “Dalla parte delle bambine” di Elena Giannini Belotti. Anche considerando che si trattava di uno studio sociologico, il libro era già vecchio (1973) ma – purtroppo – terribilmente attuale nella sua spietata descrizione di come gli stereotipi di genere inizino ancora prima della nascita, per proseguire lungo tutta l’infanzia di bambine e bambini, con percorsi educativi differenziati.

È passato quasi mezzo secolo; abbiamo avuto movimenti femministi, letto libri per ‘bambine ribelli’, realizzato film di animazione con eroine femminili; eppure la sana e sicura crescita delle nostre bambine non è ancora un diritto acquisito.

La Carta dei Diritti della Bambina

Se ne sono rese conto le associate italiane della FIDAPA BPW, l’associazione che riunisce donne imprenditrici, manager, libere professioniste e artiste, con una grande attenzione alle giovani che avviano queste carriere.

Donne che ce l’hanno fatta, che ce la stanno facendo: istruite, emancipate, con storie di successo; donne che hanno avuto la forza di coniugare vita professionale e familiare, agendo ‘al femminile’ e sostenendosi a vicenda.
Dal loro percorso di consapevolezza non ‘contro’ ma ‘per’ è nata una ricerca sulla condizione delle bambine ai nostri giorni, da cui è scaturita la ‘Carta dei Diritti della Bambina’ e un libro “Percorsi di Farfalle” che raccoglie riflessioni, analisi e dati su ciascuno dei 9 articoli di cui si compone la Carta.

La carta dei diritti della bambina

Un lavoro corale, volontario e partecipato di donne (studiose, professioniste, rappresentanti delle forze dell’ordine, della magistratura e delle istituzioni) che hanno voluto dare il proprio contributo alla diffusione della Carta e – soprattutto – della cultura di cura e rispetto sulle quali si fonda.

Un progetto che ha richiesto oltre due anni di lavoro e che ora sta approdando in Unione Europea e all’Unesco.
Il filo conduttore dei 9 articoli – e dei 9 capitoli del libro – è il superamento di stereotipi e preconcetti che limitano – di fatto e nonostante le norme – il diritto delle bambine a una crescita sana, armoniosa e coerente con le proprie inclinazioni e i propri desideri.
Riconoscere questi diritti alle bambine, ha lo scopo di sviluppare donne consapevoli e libere, capaci di svolgere ruoli attivi in tutti gli ambiti della società.

“Da un punto di vista psicologico, gli stereotipi rappresentano schemi di pensiero rigidi, associati a gruppi di persone e che sono l’esito di una costruzione sociale (Allport, 1954; Tajfel, 1981). In altri termini, le persone di una stessa comunità co-costruiscono e condividono tra loro insiemi di credenze pre-concette riferite ai membri appartenenti a una specifica categoria sociale, a cui vengono attribuite caratteristiche considerate tipiche di quel gruppo. Questi schemi di pensiero, gli stereotipi appunto, aiutano a orientarsi nelle interazioni con gli altri e rappresentano delle semplificazioni, perché non distinguono tra gli individui di uno stesso gruppo” (Simona Caravita “Percorsi di Farfalle”)

Premesso che tutti gli articoli sono significativi in sé e in combinato con gli altri, tre – in particolare – hanno colpito la mia attenzione perché, leggendoli, il primo pensiero è stato che riguardassero situazioni ormai acquisite ma – approfondendo l’analisi con il libro – è emerso come siano tutt’altro che consolidate.

Protette e trattate con giustizia (art. 1)

Ovvio, verrebbe da dire.
Eppure: le cronache di ogni giorno ci raccontano di bambine e bambini maltrattat* – a volte uccis* – all’interno della famiglia o tra le mura delle scuole, ovvero nei due ambienti in cui dovrebbero sentirsi protett*.

Anche senza arrivare a questi eccessi, il problema è ancora – come nel 1973 – educativo.
Ancora oggi ‘non è bene’ che le bambine si interessino a certi giochi o certi sport. Ancora oggi, si pensa che le bambine non siano ‘portate’ per certe materie e determinati percorsi di studio.

I diritti della bambina

Ancora oggi, è necessario ribadire con forza che:
“Le Bambine devono essere libere di scegliere se giocare a pallone o con le bambole, di amare i giochi di movimento come quelli più tranquilli, senza dover aderire necessariamente a modelli imposti dall’alto.

Le Bambine devono essere stimolate a casa come a scuola a cimentarsi con qualsiasi attività intellettiva, scientifica, sportiva senza che le loro scelte siano oggetto di valutazioni basate su luoghi comuni.
Solo un ambiente scevro da stereotipi, incoraggiante a prescindere, può garantire la messa a frutto delle proprie risorse che devono essere valorizzate e sostenute.

Le Bambine devono poter sognare grandi avventure ed imprese, non soltanto e quasi obbligatoriamente, un futuro da modella.” (Monica Lazzaroni, Cristina Maggia, Giuliana Tondina “Percorsi di Farfalle”)

Trattate con i pieni diritti della persona (art.4)

L’art. 4 sancisce che ogni bambina ha il diritto “di essere trattata con i pieni diritti della persona dalla legge e dagli organismi sociali”.
Anche qui, a una prima lettura, verrebbe da pensare che – da noi – stiamo parlando di diritti acquisiti: le leggi e i regolamenti non discriminano per genere.

Tuttavia, leggendo il capitolo dedicato, curato dall’Avv. Giorgia Antonia Leone, si approfondisce il tema per capire come l’art. 4 – così come la Carta tutta – si riferisca non tanto al dettato normativo e regolamentare quanto alla loro interpretazione e applicazione e quindi – di nuovo – agli stereotipi che influenzano le condotte degli operatori e delle operatrici.

L’identità di qualsiasi essere umano, minorenni incluse, si viene a strutturare solo grazie ai processi sociali di continua interrelazione, ossia ad una ripetuta relazione dialettica con la Società in tutte le sue manifestazioni, allo scopo di creare valori, morali e politici allo stesso tempo, quali l’autonomia, l’indipendenza e la libertà della persona e, perciò, allo scopo di consolidare diritti spettanti alla persona.
(…) Il punto chiave, nello specifico, nell’interesse delle minorenni, è garantire loro un’educazione sociale ad
essere il più possibile autonome in modo da poter giudicare liberamente le alternative e fare le proprie scelte incondizionatamente. L’indipendenza è, pertanto, una necessaria condizione preliminare per poter giudicare in modo critico ed obiettivo i propri valori e quelli ai quali la società si ispira” (Giorgia Antonia Leone “Percorsi di Farfalle”).

Si potrebbe scrivere un libro intero sui concetti di autonomia di giudizio, indipendenza nelle scelte e libertà di pensiero; soprattutto su persone giovanissime e – quindi – più facilmente influenzabili in quanto prive di esperienza.
Di più, se pensiamo ai principali centri di influenza per l’infanzia – la famiglia e la scuola – è evidente come la costruzione di un pensiero autonomo, e magari antitetico, sia difficilmente immaginabile.

Le conseguenze di condizionamenti sessisti su menti in formazione, possono essere gravi e insanabili.
“Il danno esistenziale, ad esempio, per gioco negato o per atti di discriminazione in ambito scolastico, come nel caso del pericoloso bullismo, possono significare per la minorenne violata più fatti, tutti gravi e talvolta irrimediabili, quali: il non potersi più esprimere, il dover suo malgrado agire facendo dell’altro perché costretta a farlo, il rinunciare in maniera forzata a partecipare ed a condividere, il subire un’esclusione, in pratica il non poter essere se stesse” (Giorgia Antonia Leone “Percorsi di Farfalle”).

Cittadinanza consapevole grazie a un’adeguata istruzione (art. 5)

L’art. 5 si focalizza soprattutto sull’istruzione in materia di economia e politica, in quanto fondamentali – da un lato – per le proprie scelte professionali, la gestione del proprio denaro e, più in generale, un consapevole orientamento del proprio futuro; e – dall’altro lato – per poter partecipare attivamente alla vita della comunità: elemento essenziale per la costruzione della propria identità sociale e di cittadina.

“L’identità, intesa come la capacità di pensarsi e avere coscienza di Sé, è un costrutto psicologico complesso, che, da un lato, comprende il sentimento della propria individualità e lo sperimentare un senso di sé coerente al di là dei diversi ruoli sociali che si possono assumere, e dall’altro, si esprime attraverso comportamenti di impegno nei valori in cui si crede e nella propria professione. Infatti, tanto più una persona ha un senso si sé coerente tanto più si adopera per realizzare e difendere ciò in cui crede e vive in modo intenso la propria esperienza professionale e sociale, vissuta anche come servizio per la propria comunità. L’identità personale, dunque, è sempre anche identità sociale nella misura in cui si pensa e se stessi e ci si percepisce come membri di gruppi sociali e culturali a cui si sente di appartenere (Tajfel, 1981). Nel suo complesso, l’identità si costruisce attraverso le esperienze di vita e il rapporto con gli altri, con un processo di sintesi in cui la persona impara a pensarsi anche come membro di un contesto sociale, sviluppando, un senso di appartenenza alla propria comunità (McMillan & Chavis, 1986)” (Simona Caravita “Percorsi di Farfalle”).

Stiamo, sostanzialmente, parlando delle premesse a quei processi di autenticità, self leadership e autostima su cui si focalizzano prevalentemente i percorsi di empowerment femminile.

Percorsi di Farfalle

Immaginare di gettare i semi di questi principi già nelle prime fasi di vita delle future donne, consentirebbe di evitare – o almeno limitare – interventi ‘riparatori’ poi, con beneficio per le donne e per la società tutta.

Il fatto che, ancora oggi, si debba discutere di quote rosa o che faccia notizia la nomina di donne in posizioni apicali – dell’economia come della politica , ci fa comprendere come il cammino verso il superamento dello stereotipo per cui le donne sono meno predisposte – e quindi capaci – in determinati ambiti di studio e lavoro, sia ancora lungo.

Le nuove consapevolezze

La ‘Carta dei Diritti della Bambina’ ci aiuta ad aprire gli occhi su alcune verità che non ci fa piacere ammettere: prima fra tutte che la parità tra uomini e donne – intesa non come uguaglianza identitaria ma di opportunità – non è ancora un principio consolidato.
Per lo meno: non per tutte, non a ogni livello sociale, non in ogni contesto; neppure se ci fermiamo all’osservazione dei soli Paesi occidentali e industrializzati; neppure se ci fermiamo solo all’Italia.

La ‘Carta’ però ci dice anche una cosa importante: si è donne dalla nascita (forse prima) e perciò il lavoro di abbattimento di stereotipi educativi, culturali e comportamentali deve cominciare fin dalla più tenera età.
O il tetto di cristallo non si romperà mai.

Appassionata di crescita e condivisione, affamata di conoscenza e confronto, inguaribile ottimista sulla possibilità di ciascuno di contribuire al bene comune, dopo 17 anni nel mondo sales e marketing, nella mia vita attuale sono trainer e facilitatrice supportando lo sviluppo dei singoli e dei team e la gestione costruttiva dei cambiamenti e delle relazioni.

In primo piano

Non c’è nulla di male a non avere ambizione

Il fatto di non essere ambiziosi è spesso interpretato come una mancanza di qualcosa o come sintomo di pigrizia. Ma può essere una scelta rispettabile.

Pubblicato

il

Non essere ambiziosi

Personalmente, ho sempre avuto delle ambizioni, anche se tra i miei obiettivi non c’è l’arricchirmi, o l’avere “potere”. Non che guadagni e responsabilità mi dispiacciano, anzi. Ma ho degli obiettivi ben chiari in testa, ho dei progetti, dei sogni, se vogliamo chiamarli così. Altrettanto chiara non è la strada per arrivarci, ma so dove girare lo sguardo.

I miei sogni sono legati al mio lavoro. Con questo non mi riferisco a quello che faccio attualmente (che comunque amo); è più corretto dire che i miei sogni e le mie ambizioni sono di tipo lavorativo, si riferiscono al lavoro, più che la vita, che voglio fare. La vita che farò ne sarà conseguenza.

Per questo motivo, non riesco ad immaginarmi a fare un lavoro che non mi appassioni, che non mi faccia concludere la settimana con la stanchezza fisica di chi ha lavorato dodici ore al giorno, ma con la soddisfazione di qualcuno che ha vinto una maratona.
E per lo stesso motivo, ho sempre fatto molta fatica a immedesimarmi in chi non si cura del lavoro che fa e che è interessato solo dal guadagnarsi uno stipendio che permetta di vivere (e non solo sopravvivere).

Sia chiaro, non voglio aprire un discorso su “lavori umili vs lavori prestigiosi”, o su “lavori operativi vs lavori di responsabilità”. E non ho intenzione di denigrare alcun tipo di occupazione, ruolo o mansione. E non sto nemmeno di parlando di chi accetta qualunque impiego per necessità economiche, rinunciando ad un investimento sul futuro per fare fronte a necessità nell’immediato.
Sto parlando di chi, nel modo più genuino e sereno possibile, ammette semplicemente di non avere ambizioni lavorative.

A cosa ambisce chi non ha “un’ambizione”?

Già qui si può fare una prima constatazione: non avere ambizioni lavorative non significa non avere ambizione alcuna. Si possono avere ambizioni che con il lavoro non hanno nulla di fare. Sebbene trasformare la propria passione per l’arte in un lavoro è un’ambizione lavorativa alla pari del trasformare la passione per lo spazio in una carriera nell’astrofisica.

Quella di cui parlo io è la mancanza di interesse nel lavoro in sé: un “se potessi evitare di lavorare, lo farei”. Un modo di ragionare che molti di noi (io in primis, fino a non molto tempo fa) avrebbero definito pigro. Svogliato. Magari persino egoista (“togli lavoro a qualcuno che a differenza di te lo farebbe con passione”), o comunque una strada che può portare anche ad un vero e proprio “parassitismo”. E sicuramente qualcuno punterebbe il dito su “questi dannati millennial”.

Ma la mancanza di ambizioni lavorative è davvero assimilabile ad una mancanza di voglia di lavorare?
O magari è semplicemente un’ottica diversa con cui alcuni di noi guardano al lavoro?

Partiamo da qui: vedere il lavoro con occhi diversi.

Io personalmente vedo il lavoro come una componente centrale della mia vita. Un perno attorno al quale muoverò (e muovo tuttora) gran parte delle mie decisioni. Ma per qualcuno può non essere così. Ed ecco che la frase “se potessi evitare di lavorare, lo farei” può essere riformulata come segue: “non voglio che il lavoro sia una componente centrale della mia vita”.
Messa in questi termini viene molto meno spontaneo attaccarla o definirla subito falsa, vero?

È importante anche notare che nessuna di queste due formulazioni implica un rifiuto di lavorare: molte persone, per esempio, non vorrebbero farsi mantenere. Rinunciare alla propria indipendenza economica può non essere un prezzo accettabile, per molti. Il dilemma “Se potessi evitare, ma non posso perché comunque mi servono i soldi” può essere risolto col farsi mantenere. “Se potessi evitare, ma non posso perché comunque voglio un’indipendenza economica”, invece, no.

Facciamo un’altra riformulazione. Vediamola come un “voglio lavorare per vivere, non vivere per lavorare”. Ancora più “socialmente accettabile”, sicuramente molti tra noi sono perfettamente d’accordo con quest’ultima frase. Perché comunque contiene l’espressione “voglio lavorare”.
Chiunque ci si immedesimerebbe facilmente, avendo in mente l’immagine (quasi stereotipata) del mega-dirigente che passa le notti in ufficio e a causa del suo lavoro si perde i primi passi del figlio più piccolo, il diploma della figlia grande, e così via.

“Potessi evitare di lavorare, lo farei”

Abbiamo fatto un bel giro, quindi ricapitoliamo: questa frase può essere interpretata come

  1. “Voglio lavorare per vivere, non vivere per lavorare”;
  2. “Non voglio che il lavoro sia una componente centrale della mia vita”, che a differenza della precedente non esplicita l’intenzione di lavorare;
  3. “Non voglio lavorare”, che comunque è un’interpretazione legittima della frase.

Quello che noto è che la terza interpretazione è forse la più gettonata. Quella, cioè, che viene più spesso letta tra le righe della frase originale e che si propone come traduzione di “non avere ambizione”. Ed il problema è che sembra esserci un automatismo interpretativo in questo senso.

Se ci riflettiamo, è anche normale che sia così. In fondo, siamo figli e figlie di una società che fin dalla tenera età ci educa a pensare ad un lavoro. Che ci insegna a scegliere questa scuola e non quest’altra in nome del “trovare lavoro”. Ad avere già a 13 anni (anno in cui si sceglie la scuola superiore) un’idea abbastanza chiara di “cosa vuoi fare da grande”. E persino, in modo più o meno esplicito e diretto, a valutare una persona sulla base del suo lavoro.

L’ambizione: un percorso o un traguardo?

La verità è che, semplicemente, esistono persone che vedono il lavoro solo come un mezzo, e non uno scopo. E non c’è nulla di male in tutto ciò.

Ma in una società educata a vedere il lavoro come uno scopo, come un punto d’arrivo o al massimo di partenza, chi viaggia così “in direzione ostinata e contraria” è difficile da comprendere. Finiamo quindi con l’attribuire loro una “mancanza di…”; se manca l’ambizione, deve necessariamente mancare qualcos’altro, come motivazione, energia, voglia, idee, interessi, obiettivi, e così via. E questo porta rinforzare un senso di inadeguatezza non indifferente. Dopotutto, quando un’intera società (partendo dalla famiglia) dice che ti manca qualcosa, ad un certo punto questa mancanza la percepisci anche tu.

Chi non è ambizioso è pigro?
Non è detto; una persona non ambiziosa può comunque essere rispettosa del suo lavoro, portandolo avanti al meglio delle proprie energie e possibilità.

Chi non è ambizioso è qualcuno che vuole evitare responsabilità?
Di nuovo, non voler responsabilità lavorative non significa non volerne affatto.

Chi non è ambizioso è semplicemente qualcuno che non ha ancora trovato la sua strada?
Nemmeno. Semplicemente, la sua strada è diversa da quella che abbiamo in mente noi. Ritornando alla distinzione scopo/mezzo, nella sua strada il lavoro è parte del percorso, non il traguardo.

Un percorso, direi, non meno valido di quello di persone molto più “ambiziose”. Persone che i Social Media ci hanno portato ad ammirare. Nel bene e nel male.

Nel bene, perché comunque offrono spunti, ispirazione, anche suggerimenti.
Nel male, perché alcuni “guru” della professionalità-24/7, dell’essere sempre competitivi, del puntare tutto sul lavoro e sulla carriera, del persino utilizzare chi semplicemente vuole guadagnarsi di che campare come esempio negativo (magari per vendere “corsi di leadership” di dubbia efficacia e ancor più dubbia utilità), ci hanno portato a questo.

Ad accusare di pigrizia qualcuno a cui, di fare carriera e guadagnare soldi e responsabilità, poco gli interessa.

Lasciamo in pace i non ambiziosi. Anzi, teniamoceli stretti; farà sempre bene avere qualcuno di caro a noi, che ogni tanto ci ricordi che, nella vita, non c’è gloria ad “ammalarsi di lavoro”.

Continua a leggere

Granelli Zen

[interludio uno] Abbiamo case di cemento armato

La vita è fatta di cicli: dalla semina al raccolto del grano passano 9 mesi; la Luna compie una rivoluzione attorno alla Terra in 27 giorni, 7 ore, 43 minuti e 11 secondi; un pitone digerisce un topo in 132 ore; un sabato ogni sei, i racconti Zen di Fabio Martinez diventano interludi, sempre gustosi e ugualmente graffianti.

Pubblicato

il

Abbiamo case di cemento armato, macchine elettriche e poi, per arrivare a fine mese, devi chiedere aiuto a mamma e papà. Il venerdì più bello dell’anno è anche quello più nero. La Chiesa non vuole che lavoriamo di Domenica ma si compiace di quando i seguaci di Cristo raccoglievano spighe di grano di Sabato. Il giovedì c’è X-Factor, Cattelan mette le Jordan col vestito e l’occupazione femminile Italiana è la più bassa d’Europa. A me piacciono un mare, le Jordan e anch’io le metterei col vestito e di uscire la sera con chi ha capito tutto della vita non ne ho voglia. Io della vita non so nulla se non che voglio un figlio e potergli dire che va tutto bene. Riesco ad andare a mangiarmi la pizza da Clara, ascoltando Celine Dion e a ritorno Marilyn Manson senza alcun cd, ma tutti dicono che ormai siamo grandi e che non possiamo fare il lavoro dei nostri sogni, che è lavoro e quindi deve essere brutto. Il mio amico fa il medico, perché lo ha voluto sua madre, per un’autopsia prende quasi quanto me in un mese, se lavoro, e io sorrido e lui si lamenta. Guardo le mie mani, sono nude, come quando mi sentivo solo un povero ma stavo scrivendo un romanzo. Guardo le mie mani e guardo il tuo petto, ti manca un seno, perché hai avuto un tumore a 30 anni ma non trovi un lavoro. E io mi sento ricco. Ho sempre le mani nude e mi sento ricco, perché guardo il tuo petto, il tuo sorriso e sorrido anch’io, anche se sto piangendo.

Continua a leggere

Treding