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“Una mia alunna si è sentita offesa da una nota scrittrice.”

“Una mia alunna si è sentita offesa da una nota scrittrice.”

Mi scrivono:

“Ciao Iacopo…
Sento il bisogno di raccontarti un episodio accaduto martedì scorso.

Con la scuola media eravamo ad un incontro con una famosa scrittrice. Alla fine dell’evento la signora, scendendo dal palco, si ferma a salutare una mia alunna di terza media e guardando la sua sedia a rotelle le chiede: “È temporanea o permanente?”.

La ragazzina, piccata, risponde: “Permanente”, e per la rabbia non riesce nell’immediato a dire altro, la scrittrice si allontana senza aggiungere altro, spero che si sia sentita una merda (si può dire? Io penso di sì).

Purtroppo io non ero lì accanto essendo impegnata con un’altra classe, altrimenti avrei chiesto alla famosa scrittrice: “E lei? Temporanea o permanente?”.

La ragazza si è sentita offesa, alla collega ha detto con le lacrime agli occhi: “Perché si è rivolta solo a me e non ha salutato nessuno dei miei compagni? Alla faccia dell’inclusione, io sono come gli altri, non sono diversa!”. Inutili gli sforzi della collega per cercare di calmarla, di spiegarle che la domanda non era stata fatta con cattiveria, inopportuna sì, di convincerla ad andare a dire alla signora che era stata, involontariamente, offensiva. La ragazza si è rifiutata di “educare” la scrittrice.

Perché ti racconto tutto questo? Perché mi rendo conto che molte persone hanno bisogno di essere educate alla vita, che poi è la tua battaglia, nel mio piccolo ci provo.

PS: il tuo libro mi è piaciuto tanto, bravo. Un abbraccio. Simona.”

Cara Simona…

Adesso, se un po’ mi conosci, sai già che la mia inguaribile curiosità mi porterebbe a chiederti chi sia questa “famosa scrittrice” dall’animo così sensibile, ma lo troverei poco carino a prescindere, figurarsi trattandosi di una collega: mi tratterrò ben volentieri dal farlo, dunque. Resta però il desiderio che la protagonista possa, per chissà quale “colpo di destino”, leggere queste righe e potersi riconoscere nel tuo racconto, ripensando all’errore commesso perché sì, di errore si tratta. E su questo dovremmo tutti riflettere.

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Il lavoro dello scrittore, ma anche del giornalista o di chiunque fabbrica parole, ha un valore e una responsabilità unica. Si tratta di un ruolo sociale e formativo. Comunicativamente parlando, abbiamo il dovere di trasmettere messaggi positivi e di farlo nel modo corretto, cioè con la giusta delicatezza. A maggior ragione di fronte a dei ragazzi così giovani, si dovrebbe sapere quale sia il tatto da utilizzare, specie se si ha qualche anno in più rispetto a loro.

Per quanto riguarda la reazione da te descritta, non c’è da scandalizzarsi: si tratta della normale reazione di una bambina (perché è così che ancora vedo mia sorella, che ha la sua stessa età) con le spalle non ancora “fatte” di esperienze e batoste, perciò incapace di “rispondere”. Anziché reagire, chiunque sarebbe rimasto spiazzato da una domanda posta in un modo così disarmante, pronunciata quasi con innocenza. Il lato positivo, però, è che senz’altro quest’occasione è stata sfruttata in modo intelligente dalla ragazzina, che con quella auto-domanda (“Perché solo a me, e non agli altri?”) non solo ha dimostrato di avere una profondità maggiore rispetto a chi lo stesso quesito non se l’è posto, ma ha ricordato che la diversità è un costrutto sociale.

Siamo noi che scegliamo di rendere gli altri “diversi”, evidenziandone determinati aspetti in positivo o in negativo rispetto a noi stessi. Dobbiamo per questo educare alla vita, come tu ben dici, ma soprattutto dobbiamo educare all’empatia. Occorre far capire cosa è importante davvero e cosa no dell’ “altro”, eliminando tutto ciò che non influisce sulla sua persona e sul suo contributo sociale: a cosa serviva sapere se la ragazzina fosse disabile o momentaneamente infortunata? Cosa avrebbe cambiato essere l’uno o l’altro? Era così importante ai fini della relazione, in quel contesto, senza alcuna confidenza?

Ecco, la curiosità morbosa dovrebbe essere la prima zavorra dalla quale liberarsi. Badiamo bene: non stiamo parlando di volontaria cattiveria, di questo sono certo, ma di superficiale inadeguatezza. Che comunque, alle volte, sa ferire molto di più. Ma come dicevo, già il fatto di interrogarsi e provare a darsi delle risposte è un buon modo per diventare adulti più consapevoli. Per questo, se potete e se vi va, vi consiglio di parlarne in classe: sarà un bel modo per la protagonista di “elaborare”, sentendosi meno sola e tantomeno diversa, e un’occasione di crescita per i suoi compagni.

Scrivimi una lettera, uno spunto o una tua riflessione:
segnalazioni@iacopomelio.it

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