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“Oggi ringrazio l’indifferenza dei miei colleghi di università.”

“Oggi ringrazio l’indifferenza dei miei colleghi di università.”

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…

Erano gli albori del XXI secolo, seguivo tranquillamente le lezioni nella facoltà universitaria in cui mi ero iscritta, fino al giorno in cui cominciò a seguire con noi una ragazza che era sulla carrozzina.

L’aula in cui seguivamo si sviluppava in altezza, con delle gradinate in cui si alternavano sedie e lunghe tavolate che fungevano da banco unico per tutti gli studenti. Io sedevo sempre un po’ in alto, non nelle prime file.
Per questa ragazza ovviamente l’alloggiamento (forzatamente in pole position) non era dei più agevoli perché con la carrozzina non entrava ovviamente nel banco e doveva per forza essere sistemata su una sedia; notavo che lo faceva sempre la stessa ragazza che la accompagnava (che poi ho scoperto essere sua sorella), che spesso doveva anche rimanere con lei alle lezioni per gli eventuali spostamenti.

Dopo qualche giorno mi è venuto spontaneo pensare: “Cavolo, ma è possibile che non ci sia proprio nessuno che la vada ad aiutare? Che stronzi”. Dopo qualche giorno ancora mi sono detta: “Certo che però anch’io non è che stia facendo la mia parte”. Mi ero annoverata indubbiamente tra gli stronzi. Allora mi sono avvicinata, ma non per pietà, ma perché sentivo una rabbia dentro che mi spingeva a pensare: “Ma possibile che nel XXI secolo una università di nuova costruzione (perché non stiamo parlando di una università schiaffata in sedi storiche… ) non preveda la possibilità di studio a tutti?”.

Piano piano abbiamo fatto amicizia, ho scoperto che la sorella non era iscritta e spesso doveva rimanere per sopperire ai suoi bisogni, al che, dopo aver preso un po’ di confidenza, poco dopo le ho lasciato il via libera per poter andare via e mi sono trovata con una naturalezza che non avrei mai pensato di avere a condividere il mio banchetto con la mia nuova amica.

Non potrò mai dimenticare quando ci fu il terremoto, quello in cui persero la vita i bambini in una scuola elementare (gli angeli di San Giuliano di Puglia – vivo in Molise): eravamo appena rientrati in aula, sentivamo ondeggiare il pavimento ma sulle prime ho pensato che fosse dovuto al trambusto degli studenti che stavano prendendo posto in quel momento.
Mi sono girata ed ho visto i banchi ondeggiare, ho visto i ragazzi lasciare subito i propri posti e scappare via. Io avevo appena aiutato la mia amica a sedersi (Dio quando ci si mette è proprio dispettoso) quindi c’è voluto un po’ prima di poterla risistemare sulla sedia e scappare via… ricordo i corridoi vuoti, nessuno che si fosse offerto di darmi una mano in modo che il tutto fosse ancora più veloce o che fosse tornato indietro a vedere come stavamo dopo che la scossa era passata, e ricordo la disperazione di lei che continuava a dirmi di lasciarla lì e di andare via, che non voleva essere un peso e che si era sentita totalmente abbandonata.

In quel momento ho capito come potesse essere infimo l’animo umano: ovviamente è difficile giudicare, io non sono certo migliore degli altri, magari avrei fatto lo stesso se non l’avessi avuta vicina di banco, si accavallano una marea di emozioni e sensazioni che non si ragiona razionalmente, si agisce d’istinto, ma mi sono resa conto di quanto la nostra società fosse estremamente lontana dal raggiungimento di un livello sociale accettabile se non è garantito a tutti di poter evacuare un edificio in sicurezza nel minor tempo possibile…

A ripensarci adesso in quel momento avrei voluto proporle di sedermi su di lei e spingere la carrozzina il più forte possibile, ma non gliel’ho mai detto, altrimenti mi avrebbe presa per matta ed i suoi non le avrebbero più permesso di frequentarmi. Però una cosa è certa: devo molto all’indifferenza degli studenti che affollavano quell’aula universitaria, perché se non ci fosse stata qualcun altro si sarebbe accaparrato la mia amica, privandomi di un bene molto prezioso.”

Questa storia è così significativa che, in poche righe, riesce a inquadrare ben due “situazioni” complesse. La prima è quella universitaria, non proprio rosea in fatto di abbattimento barriere architettoniche e culturali; la seconda è quella riguardante l’indifferenza e il menefreghismo (in quest’ultimo caso, facendo un’analisi intelligentemente comprensiva, senza usare un tono paternalistico).

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Racconto spesso di come anche la mia facoltà, pur trovandosi in una struttura di recentissima costruzione, non abbia gli strumenti idonei per seguire le lezioni con facilità. Ad esempio, il problema delle sedie e dei banchi lo vivo sulla mia stessa pelle: pensate che per ogni padiglione è presente un solo banco con le ruote. Questo significa che se ci fosse più di uno studente in carrozzina nella struttura, nello stesso momento, uno dei due dovrebbe arrangiarsi, magari prendendo appunti appoggiandosi ad una sedia comune.

Per non parlare poi dei supporti allo studio come videocamere per poter seguire le lezioni da casa (che tra l’altro sarebbero utili per qualsiasi studente); audiolibri, libri in braille o video-ingranditori per ciechi e ipovedenti; sintetizzatori vocali e quant’altro che quasi sempre mancano. E non dimentichiamo la possibilità di avere a disposizione assistenti e tutor che possano aiutare sia nello studio che a livello “pratico” (per gli spostamenti da un’aula all’altra ad esempio o per il raggiungimento stesso della facoltà da casa propria).

L’ultima questione affrontata dalla nostra amica, sicuramente molto più delicata, è quella riguardante l’indifferenza umana. Un tipo di indifferenza che non definirei giustificabile né condivisibile, ma comprensibile: sì perché non stiamo parlando, in questo caso, di chi parcheggia sul posto riservato ai disabili senza averne diritto o di chi ruba la pensione come falso invalido, o di chi odia talmente tanto i disabili da lamentarsi se ne trova uno vicino di ombrellone in spiaggia o al ristorante (la cronaca, purtroppo, ci propina spesso certe situazioni). Ma di “inesperienza” mista a “natura”.

L’essere umano, di base, nasce con una certa dose di egoismo. Siamo tutti pronti (o almeno dovremmo esserlo) ad impegnarci per gli altri, a lottare per i nostri ideali buoni e giusti, a portare avanti battaglie talvolta estreme. Ma quando ci troviamo davanti ad un pericolo concreto, alla fine, nella maggior parte dei casi prevale l’istinto. D’altra parte, la nostra lettrice stessa ha ammesso che probabilmente si sarebbe comportata come i suoi colleghi se non avesse provato e toccato certe situazioni.

Ecco allora cosa fa davvero la differenza: l’esperienza. Il conoscere, l’aver vissuto, l’essersi arricchiti con pezzi di vita e prospettive altrui. Solo così, solo ampliando il nostro bagaglio personale possiamo diventare più “vigili” e attenti verso ciò che ci circonda. Più sensibili. Ben venga dunque un pizzico di umana indifferenza, purché serva da stimolo per migliorare e migliorarci ogni giorno, rendendosi conto che le cose che non vanno sono tante ma che, insieme, possiamo ingegnarci per trovare soluzioni. Basta volerlo.

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