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Odiare ti costerà caro: è ora di dire basta alle offese sul web

Il fenomeno non è nuovo ma sembra aver ottenuto una sorta di legittimazione istituzionale. Insultare e istigare all’odio è diventato il passatempo preferito di molte persone. A fare le spese di questa forma di violenza sono soprattutto le donne.

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Se si dovesse elencare una lista di pregi e difetti di internet, ce ne sarebbe uno specifico, tra i tanti, che si posiziona da entrambi i lati: l’assenza di un unico controllore.

Da una parte, la mancanza di una realtà panottica globale nella rete crea una idea di libertà dove ognuno può scrivere il suo pensiero sotto forma di articolo, tweet, foto e post (ne abbiamo parlato nell’articolo sul Femtech).

Dall’altra, tutta questa libertà può portare – e sentirsi autorizzati a – scrivere pensieri offensivi, provocatori e assolutamente fuori luogo.
Ne è un esempio una forma estrema di sessismo che domina la rete, facendo trasparire un odio nei confronti delle donne che raggiunge livelli veramente preoccupanti.

I leoni da tastiera

Inizialmente le offese online non erano inquadrate dal nostro ordinamento giuridico – le offese scritte valevano per carta stampata o vergata a mano, ma non per quelle online.

Questo buco legislativo ha permesso a lungo alle persone di non andare incontro ad alcun tipo di conseguenza. Questo “cortocircuito” della libertà di espressione ha permesso alle persone di nascondersi dietro una tastiera per dare sfogo a commenti negativi che, altrimenti, sarebbero rimasti probabilmente solo nei loro pensieri.

Sono i “leoni da tastiera” che prolificano in rete, salvo poi diventare mansueti come agnellini quando vengono stanati e presi contropiede dal vivo dalla persona insultata (se vi capita cercate online qualche registrazione di Selvaggia Lucarelli che al telefono è riuscita a parlare con alcuni dei suoi odiatori – in rete ferocissimi e intervistati dal vivo assolutamente pronti a scusarsi e a pentirsi dell’accaduto).

In una società come quella italiana ancora estremamente patriarcale, il web rispecchia in rete quello che le persone sono nella vita reale.

Ed ecco quindi emergere una lunga serie di problematiche dovute al sessismo, e a questo bisogno di digitare un commento di odio nei confronti di articoli, testi, foto o post pubblicati da una donna.

Donne al centro dell’odio

Secondo le statistiche le vittime maggiori di questo “hate speech” (si chiama così la pratica di dedicare ingiurie e insulti online) sono le donne.

Gli esempi negativi purtroppo sono molti e non si sottrae nessuna figura, istituzionale o meno.

Lo sa bene l’ex-presidentessa della Camera dei deputati Laura Boldrini che per diverso tempo ha ricevuto minacce ed offese di una violenza preoccupanti e che ha raccolto in un post piuttosto raccapricciante.

Discutere e confrontarsi su idee politiche diverse è giusto e doveroso, in questo caso però si oltrepassa la linea della ragione e dell’intelligenza.

Anche la nostra Samantha Cristoforetti si è vista commentare con le classiche esclamazioni maschiliste nel momento più importante della sua carriera, quando cioè è partita per la sua avventura nello spazio.

Greta Thunberg, la giovane attivista dell’ambiente, si è vista dire e scrivere di tutto su diverse pagine web, comprese quelle di famosi giornalisti italiani, che l’hanno soprannominata “Gretina”, dimenticandosi forse che stanno dando della cretina per assonanza a una minorenne.

E questi sono solo alcuni degli esempi più eclatanti.
Moltissime donne, quotidianamente, vengono apostrofate con frasi o commenti di uomini, ma anche di altre donne, che vomitano odio.

La responsabilità dei social media

D’altro canto anche le piattaforme sociali stesse ci mettono del loro per aumentare le tensioni già esistenti, ad esempio Instagram, nelle sue linee guida della community, indica chiaramente che sono vietate le foto di qualsiasi tipologia di nudo, “incluse anche le foto di capezzoli femminili, mentre sono accettate le foto di cicatrici causate da una mastectomia e donne che allattano al seno”.

Questo pone una domanda molto semplice a cui ancora non si ha una risposta: perché i capezzoli maschili vanno bene mentre quelli femminili no?

L’osservatorio italiano sui diritti Vox ha pubblicato la quarta edizione di uno studio, intitolato “La mappa dell’intolleranza” che va ad analizzare una serie di tweet basati sui messaggi di odio.

La versione 4 esamina il periodo che va da marzo a maggio 2019 nella piattaforma Twitter, confrontando circa 215.300 mila tweet e scoprendo che più di 151.000 sono negativi.

All’interno di questa analisi si è visto che sono diverse le categorie prese di mira dagli haters: donne, omosessuali, migranti, diversamente abili, ebrei e musulmani.

Purtroppo il riscontro è molto negativo, con un aumento di tweet che fomentano l’odio su tutta la linea, soprattutto nei confronti delle utenti della piattaforma.

È stato rilevato che, sul 100% dei tweet analizzati riguardanti hashtag o argomentazioni che comprendessero il sesso femminile, ben il 72% è negativo, con un aumento dell’1,7% rispetto al 2018.

Le città italiane con maggior incidenza sono Milano e Roma.

Ma di chi è la colpa?

Indubbiamente si tratta di un gap culturale, di un trascorso patriarcale che ancora viene inculcato nelle nuove generazioni e senz’altro del clima politico, che sta sdoganando gli atteggiamenti da bulli in rete.

Basti pensare al Ministro degli Interni che attraverso i suoi “bacioni” fomenta la sua fanbase contro internauti colpevoli di twittare o postare pensieri e commenti a lui sgraditi, senza preoccuparsi di censurarne le identità, anzi – veicolando attraverso i suoi baci da Giuda una carica di odiatori fuori dal comune.

La mancanza di cultura dei media chiude il cerchio, anche se esiste una netiquette condivisa da chi da tempo utilizza in modo etico internet – delle regole di buon uso e buone maniere che è facile anche trovare online e che sono dettate prima di tutto dal buon senso del vivere civile.

Esiste anche una sorta di carta deontologia – Parole Ostili – che ha raccolto numerosi firmatari e che invita a un uso più consapevole delle parole in rete.

Odiare ti costa

Fino a pochi giorni fa l’unica cosa che si poteva fare se si ricevevano minacce o parole di odio e diffamatorie era denunciare, ma ovviamente la trafila e la sola idea di cominciare con avvocati, esposti e tutta la panoplia era motivo di abbandono dell’impresa.

Ora è stato istituito “ODIARE TI COSTA” – un gruppo di attivisti hanno fondato questa realtà che si occupa di raccogliere e portare di fronte a un giudice le ingiurie. Il fine è riuscire a trarre guadagno dalle offese, facendosi giustamente risarcire per l’odio subito.

Un modo sensato di ritrovare tramite la giustizia il proprio diritto ad essere in internet insieme a persone civili in modo civile.
Sarà interessante tra qualche tempo avere una statistica delle cause vinte e soprattutto dei risarcimenti ottenuti.

Voi avete ricevuto offese online e sui social? Come vi siete difesi?

Nota:
Questo articolo è frutto della collaborazione tra l’autore e l’autrice Valentina Maran.

NowPlaying:
Hate To See You Go, The Rolling Stones

Padre di Violante e marito di Tania. Divido la mia vita tra l’insegnamento di informatica e lo studio universitario. Amo follemente la tecnologia di cui ne seguo quotidianamente le nuove uscite, le novità ma sopratutto l’impatto che questa ha nella società. Non mi parlate di motori e gioco del pallone, vi guarderei senza capire una virgola del vostro discorso. Infine mi piace fotografare il caffè, in tutte le sue versioni e situazioni, oltre che a berlo ovviamente.

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Di critica si vive o si muore? Come dare feedback in modo costruttivo

Dare feedback è importante: le persone lasciate senza riscontri sull’andamento del proprio lavoro hanno più difficoltà a fornire un contributo positivo

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Dare feedback

“Di critica si vive” ripeteva spesso un mio professore dell’università per sottolineare il concetto dell’importanza di ricevere e di dare un feedback.
“Ricordate ragazz*: dovete accogliere la critica, anzi benedirla, perché è l’unico modo che avete per correggere gli errori e crescere come persone e, in futuro, come formatrici e formatori”. Peccato che poi a lui, nello specifico, le critiche non piacessero affatto, neanche quelle blande, costruttive e di miglioramento.

La verità è che le critiche non piacciono praticamente a nessuno.

Poi, molti di noi, hanno imparato a gestirle e a farne uno strumento di perfezionamento, ma di primo acchito la critica provoca sempre fastidio. Ci indispettisce.

Se vuoi suscitare risentimento, criticami

Secondo Dale Carnagie (1888-1955), pioniere dello studio delle relazioni interpersonali, criticare e rimprovare la gente è inutile. Nessuno ama ricevere osservazioni sul proprio modo di comportarsi, per quanto sbagliato possa essere. Nemmeno i criminali. Davanti alla critica le persone si mettono sulla difensiva e si sentono in dovere – ma anche in diritto – di trovare una giustificazione plausibile, di spiegare perché hanno agito in un determinato modo.

Criticare è pernicioso perché ferisce l’orgoglio, fa sentire impotenti e suscita risentimento nell’immediato e disaffezione e demotivazione sul lungo periodo.

Molto più efficace, invece, evidenziare i comportamenti funzionali. Si tratta insomma di dare un feedback positivo e funzionale.

Siamo più simili agli animali di quanto vogliamo ammettere

L’utilità del rinforzo positivo l’aveva scoperta già Skinner nei suoi studi sul condizionamento operante: un animale premiato per un certo comportamento impara prima e meglio di un animale punito per l’errore. Che ci piaccia o no, noi esseri umani funzioniamo in modo molto simile.

Con la critica non solo non si riesce a correggere gli errori delle persone, ma si ottiene l’effetto paradossale di infastidirle e renderle reattive o demotivate.

Molto più potente sembra essere mantenere l’attenzione sulle cose che funzionano, su ciò che le persone fanno in modo corretto, dando frequenti segnali di fiducia ed incoraggiamento.

Se le conosci le eviti

Nel loro libro Il dialogo strategico, Giorgio Nardone e Alessandro Salvini inseriscono la recriminazione, la predica, la puntualizzazione e il rinfaccio nelle strategie fallimentari e disastrose della comunicazione. Basate sulle migliori intenzioni, queste strategie sortiscono solitamente i peggiori effetti. Indispongono e irritano le persone a cui sono rivolte, generando in loro rifiuto emotivo, stizza, rabbia e ribellione. Non è forse ciò che scatena anche la critica?

Si narra che lo scrittore Mark Twain, uomo dall’animo piuttosto irascibile, scrivesse delle lettere di fuoco a chi lo faceva arrabbiare, lettere in cui inveiva aspramente e pesantemente contro il destinatario, muovendo critiche assai sprezzanti. Gli servivano per sfogarsi e abbassare la sua temperatura emotiva (saranno state le antesignane delle moderne “lettere di rabbia”?) e mentre scriveva non si preoccupava affatto degli effetti devastanti che avrebbero causato, una volta arrivate a destinazione. Per fortuna, sua moglie, che ben conosceva il suo carattere e le sue feroci consuetudini, quando vedeva le lettere nel vassoio pronte per l’invio, le cestinava.

La sottile linea rossa tra critica e dare feedback

Esiste quindi un modo accettabile di muovere critiche? Soprattutto, esiste un fine utile?

Dare feedback è la linfa vitale di qualunque organizzazione: lasciare le persone senza riscontri circa l’andamento o l’esecuzione del loro lavoro le fa brancolare nel buio e le rende insicure o, paradossalmente, troppo sicure, e quindi rigide.
Per poterci mantenere flessibili, aperti al cambiamento, in formazione e miglioramento continui, tutt* noi abbiamo bisogno di riscontri, di informazioni, di retroazione (che è la parola italiana che più fedelmente traduce “feedback”).

Proprio per questo motivo, formulare critiche è il compito più importante e delicato e temuto e disatteso da qualunque manager o imprenditore, perché il benessere e la soddisfazione delle persone del team e delle relazioni all’interno delle organizzazioni sono determinati in larga misura dal modo in cui vengono espresse e accolte le critiche.

Uscire dalla logica dell’attacco personale, dell’umiliazione, della denigrazione, della generalizzazione, del sarcasmo, o peggio del disprezzo, è assai complicato. La nostra cultura è talmente imbevuta di queste modalità distruttive, che essere virtuosi richiede uno sforzo fuori dal comune.

La riscoperta del tatto

Rivolgersi alle persone con garbo, accortezza e senso della misura, evidenziando aspetti del problema slegati da tratti caratteriali o di personalità, significa far sentire loro che c’è una via di uscita, una possibilità di cambiamento; abbassa le difese e dà un senso di speranza che le cose possono migliorare.

Critica ed elogio devono andare di pari passo, ponendo una cura particolare a questi aspetti:

  • calatevi nello specifico, evitando inutili generalizzazioni, prospettate scenari e possibili soluzioni;
  • mostratevi sensibili e sintonizzati;
  • parlate in privato (in un luogo appartato o comunque calmo), evitando i processi pubblici.

L’obiettivo del feedback è quello di rinforzare un comportamento positivo o cercare di correggere uno negativo.
In ogni caso, restate focalizzati sugli aspetti positivi della situazione e incoraggiate a fare ancora meglio.

Ma se non credo a quello che dico nel dare un feedback?

Questa è un’obiezione che mi viene mossa spesso, quando suggerisco un cambio di rotta dalla critica alla lode. L’invito, sia chiaro, non è alla menzogna o alla falsità, ma a uno spostamento del focus da ciò che non funziona a ciò che funziona. Lo sforzo sta nel cambiare vertice osservativo e comportarsi di conseguenza. Questo permette al feedback di essere più efficace.

Poiché però svolgere attività o assumere comportamenti che non ci vengono naturali può farci sentire falsi, l’autenticità diventa una scusa per non avventurarci fuori dalla nostra zona sicura, un alibi per non cambiare.

Se davvero vogliamo contribuire a costruire un ambiente in cui possano svilupparsi benessere relazionale e organizzativo, allora dobbiamo tollerare il fatto che ci sentiremo inevitabilmente insincer* al momento di fare i primi passi, ma attraversare il disagio è il prezzo da pagare per diventare persone autentiche.

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Raccontare l’impresa: uno scenario non narra una storia

La tentazione di scrivere uno scenario che inventi una storia è sempre forte, perché è la cosa più facile da fare. Ma lo storytelling deve nascere sul prodotto, non prima del prodotto.

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Nello scorso articolo ho detto: Non vendere un’emozione, vendi un prodotto.

Nelle discussioni che ne sono seguite, tutte molto sensate, mi sono sentito di dover ribadire il concetto, che è una presa di posizione e non una provocazione. Intendo: da ex venditore, da ex area manager, da ex persona che viveva a provvigioni, si è fatta le riunioni agenti, i percorsi motivazionali, i giri dai clienti che non vedono l’ora di staccare o si sono dimenticati che saresti venuto, io questa cosa la penso: vendi un prodotto o un servizio, e chi ti parla dell’emozione ti sta mentendo. Il prodotto, il servizio, hanno un nome e un prezzo – si tratti di un frigorifero, di un giro in taxi o, più semplicemente, dell’iscrizione a Facebook in cambio di dati personali. Se quel prodotto e quel servizio veicolano in sé un’emozione, io sono contento. Se quell’emozione la devi costruire, intorno a quel prodotto o quel servizio, beh, c’è qualcosa che non va. E vale sia per l’iPhone sia per un telo sterile per operazioni: il cliente prova entusiasmo quando si trova davanti qualcosa che vale, effettivamente, per lui. Qualcosa che gli fa dire: Non vedevo l’ora che questa cosa sbarcasse nella mia vita. Netflix, la spugna accoppiata, l’auto, le grandi librerie, Amazon che ti porta i libri a casa, il cinematografo, Guerre Stellari. Le emozioni sono sue, non tue.

Consolidato questo aspetto, una domanda nasce spontanea. E lo storytelling?

Lo storytelling, questo è il mio punto, nasce sul prodotto, non prima del prodotto. Nasce sull’azienda, non prima dell’azienda. Uno storytelling meraviglioso non trasformerà il vostro campo di cotone in un palco di blues: se qualcuno si sta spaccando la schiena, la sua colonna vertebrale racconterà un’altra storia.

Qui nasce il mio consiglio di oggi: raccontate storie, non scenari.

La costruzione dello scenario è estremamente usata perché è facile. Se voi dite: Se ti lavi i capelli con questo shampoo sarai felice, oppure – primi anni del ‘900 – avrai meno lendini, state costruendo uno scenario in cui a un soggetto viene associata un’emozione tramite un veicolo. Curiosamente, il soggetto è lo shampoo, il veicolo il volto – solitamente pulito, solitamente molto illuminato, solitamente in contesto neutrale ; l’emozione, qualcosa intorno alla gioia.

Nello storytelling aziendale non ho visto esempi molto diversi. A dire il vero, a pensarci, una differenza c’è, ed è lo storytelling negativo: il suo messaggio lo riassumeremo in Se non compri da noi te ne pentirai. (Ne parlo nel prossimo incontro). Ma solitamente l’esempio è: La nostra azienda veicola i nostri valori bla bla, anni e anni, il nonno del fondatore, ecco un lavoratore bla bla, vi aspettiamo. Questo è uno scenario. È Guido Angeli che vi dice: Se venite da Aiazzone i nostri ingegneri saranno contenti di avervi a pranzo. Ad A corrisponde B.

La caratteristica dello scenario, chi lavora con le storie lo sa, è che essendo universale non parla di nessuno; ed essendo universale mira a una sola emozione, indicativamente: la gioia.

Se invece raccontate una storia, otterrete uno dei suoi effetti più eclatanti: parlando solo di un individuo, e affrontando uno spettro emotivo amplissimo, otterrete un effetto universale. Ne L’uomo dei sogni, film di Phil Alden Robinson, un uomo in difficoltà economiche costruisce un campo da baseball dentro un terreno coltivato, sfida tutta la popolazione locale, e non sa perché lo fa. Diverse volte, nel film, gli chiedono: È il paradiso, questo? E lui risponde: È l’Iowa.

Di questa storia, due sono gli effetti. Il primo è che sai che il protagonista, qui Kevin Costner, sei tu. Sei tu che devi costruire un campo, sei tu che sai che ritornerà. Non sai chi, ma ritornerà.

Il secondo, è che non so voi, ma io, da quando ho visto quel film, muoio dalla voglia di vedere l’Iowa.

Costruite una storia intorno alla vostra azienda. Nessuno vi chiede di dire che siete i migliori, anche perché di migliori, in ogni settore, ce n’è uno; gli altri possono avere vantaggi competitivi. Ogni vostro potenziale acquirente vi chiede un’altra cosa: che gli raccontiate chi siete, che gli diciate, in un certo modo, che tenete a lui perché il suo background è il vostro. Questo, ve l’assicuro, veicola ben più che una sola emozione.

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