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Purpose: quando i tuoi obiettivi aziendali non sono i miei

Purpose: quando i tuoi obiettivi aziendali non sono i miei

Valentina Maran
Networking meeting

Va sempre più di moda il termine Purpose, che detto facile rivendica in un certo senso i valori del brand che persegue in ogni scelta strategica. I valori in ogni step aziendale. Ammirevole, non c’è che dire, tranne quando questo obiettivo diventa un atteggiamento un po’ inquinato dalle aspettative e quello che ti chiedono i tuoi clienti è crederci quando condividono con te gli obiettivi aziendali, senza però considerare l’impegno di tempo e occupazione che stanno pretendendo.

Non cercano solo un partner per la comunicazione (nel mio caso mi occupo di quello), ma tutti intimamente vogliono di più: vogliono qualcuno che creda nella loro missione tanto quanto loro.
Vogliono, anzi, esigono che sposi la causa.

Mi capita più o meno con buona parte dei clienti: i livelli di aspettativa sono diversi.

A tutti piacerebbe avere partner e fornitori che credono nelle stesse cose, o meglio: che credono in quelle del brand. Non valutano quali siano quelle di ciascuno, ti chiedono semplicemente di aderire al modello, ma non solo in termini di filosofia. No. Vogliono che ci spendi del tempo della professionalità possibilmente gratis, in generale per un fine che in realtà è lo sviluppo del loro brand, non un bene superiore. È un finto Purpose. Non è universale e utile. È il loro e serve a loro, ma giustificato da “è utile/ fa networking / ti può servire”.

Credici per far del bene al mio brand

Esatto: questa è l’aspettativa non dichiarata. Credici! Credi in questo fantastico percorso motivazionale, credi nella costruzione del networking sano, nel volontariato. Credici! Il cliente lo esige – ti organizza incontri, ti dice che c’è l’evento benefico da lui organizzato al quale si aspetta che tu partecipi come volontario. E sul quale poi dovrai fare networking utile a lui e condivisione social spesso utile più a lui che a te.

C’è il corso di formazione che ti regala col preciso fine di ottenere più competenza da te, c’è la cena mensile coi soci per cui si aspetta la tua presenza. Offre lui, ma tu ci devi essere per capire chi sono i concorrenti e vedere come va la presentazione e cosa c’è da migliorare.
C’è un ma in questa cosa: l’impegno da parte del professionista è appunto atteso come “dovuto e volontario”.

Dopotutto ti sto offrendo una cena, dopotutto ti sto regalando un corso, dopotutto ti sto dando la possibilità di fare un’esperienza di volontariato costruttiva ed edificante, non vorrai mica mancare?

La domanda è: questa crescita, questo obiettivo di costruire valore è utile a entrambi o solo al brand? Io, fornitore, quanto tempo ti aspetti che passi in queste cene/incontri/corsi/atti di più o meno libero arbitrio?

Grazie, ma scelgo io

Partiamo da un sunto tanto semplice quanto banale: se dovessi dedicarmi a tutti i clienti con lo stesso trasporto emotivo e lo stesso “crederci” che tutti vorrebbero, non avrei del tempo libero – passerei le giornate praticamente a lavorare gratuitamente, anche se il lavoro gratis è inteso come cene di PR, corsi di aggiornamento (utilissimi, eh, per carità), e “cose in cui credere e fare beneficienza”. E che in genere sono previste nei week end, o nelle serate, e comunque mai quantificate come tempo che una persona ti sta dedicando.

Te lo sto regalando / offrendo/ dando gratis, quindi?

Quindi il tempo che chiedete a un professionista di passare per una buona vostra causa è tempo che chiedete di avere per voi.
Non retribuito.

Io ho la mia azienda, il mio sogno e coltivo in mio senza aspettarmi che i miei fornitori ne facciano parte con lo stesso entusiasmo.

Non ho bisogno di innamorarmi della causa per fare un buon lavoro. Il mio essere professionista comprende già degli alti standard anche se non sto a immolarmi per la causa.
Se sono un vero professionista ci penserò io a pagarmi i corsi di formazione più utili e calibrati nel modo giusto sulla mia esperienza.
Idem il volontariato: sposo cause che sento nel profondo, non che mi vengono imposte.

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Anche se chiedete a un professionista di partecipare per networking, per creare gruppo, per fare PR utili, comunque gli state chiedendo di impiegare gratuitamente del tempo per fare quello che serve soprattutto a voi. Perché il fine è qualcosa che torna a voi.
Se ne vale la pena o meno lo soppesa poi il professionista.

Una questione di buone relazioni?

Voi potete proporre, ma non aspettatevi per forza che dall’altra parte accettino. E se lo fanno non è detto che il ritorno dell’altro sia equo, probabilmente lo sta facendo più che altro per pura cortesia. È un modo cordiale per mantenere la relazione con voi.

Domandatevi: se gli chiedessi di lavorare gratis accetterebbe solo per la causa?
Ve lo dico: la risposta per la maggior parte dei casi è no.

Non offendetevi e soprattutto non pretendete adesione alla causa.
Pretendete alta professionalità. Questo sì. E se qualcuno vi dice che non ha tempo perché è andato a un corso di aggiornamento, apprezzatelo: lo sta facendo anche per voi, ma senza chiedervi un euro, investendo positivamente su se stesso.

 

Voi? Avete clienti che vi chiedono di aderire alle loro cause e alla loro Purpose strategy? Avete dovuto fare cose delle quali non vi è importato molto pur di “aderire” alle aspettative del cliente?

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