Connect with us
Scegliere le parole giuste per include tutti Scegliere le parole giuste per include tutti

Comunicare

Le parole per dirlo e per scegliere di includere

Le parole che scegliamo dicono qualcosa di noi, della nostra cultura e delle nostre convinzioni. Ad ogni momento possiamo scegliere di utilizzare parole più inclusive per tutt*.

Pubblicato

il

La lingua italiana è composta di almeno 160mila parole, esclusi i dialetti locali.

Questo vuol dire che, al netto di vari livelli di analfabetismo, abbiamo un variegato campionario di termini per esprimere un pensiero, un concetto o un sentimento.

Perciò, sta a noi decidere se vogliamo includere o escludere qualcuno dei nostri ascoltatori o lettori, e trovare le parole per farlo, anche senza dichiararlo.

Non voglio tornare sulle declinazioni di genere dei titoli e degli appellativi (sul tema vi segnalo il bell’articolo di Valentina Maran che trovate qui).

C’è una discriminazione altrettanto tagliente che è legata alle espressioni evocative e a determinate frasi dedicata esclusivamente a una categoria di pubblico: le donne.

Il fenomeno è democraticamente distribuito in qualunque consesso sociale, incluse le scuole e le aziende.

E se in un’informale chiacchierata tra amici, una donna può decidere di soprassedere, in una riunione di lavoro il senso cambia.

Eh sì perché, salvi gravi deficit scolastici o analfabetismi di ritorno, si presume che chi tiene un discorso in una riunione, soprattutto se ricopre un ruolo apicale, quel discorso se lo sia preparato.

Si presume che se lo sia anche riletto, con quel minimo di cura per valutare se le parole e gli esempi scelti siano realmente efficaci per la platea; ovvero: chiari, convincenti e motivanti all’azione.

Qualche esempio dalla mia esperienza aziendale (non tutti subìti)

Mi scuso in anticipo per alcune volgarità, ma riporto le espressioni per come le ho ricevute o ascoltate.
Vabbè, comincio delicata: andiamo per gradi.

1. “Voglio più cameratismo tra voi”

Ora: la camerata richiama al collegio e, più frequentemente, alla caserma.

Le donne, in Italia, non hanno potuto svolgere regolarmente il servizio militare fino al 2000 e anche oggi sono una minoranza (più per disoccupazione che spirito di servizio, tra l’altro); perciò, chiunque sia nata prima del 1982 e cresciuta in casa, non ha esperienza di camerate.

Lo so, qualcuno starà pensando che la mia sia un’esagerazione, perché la parola è di uso comune e il senso è noto.

È vero; ma voglio sottolineare che qui non parliamo di un discorso a braccio, nel quale le idee sono a volte più veloci delle parole e si sceglie il primo termine che viene.

Parliamo di un intervento preparato.

In alternativa, si poteva scegliere: solidarietà, complicità, supporto, collaborazione, spirito di squadra, giusto per citare le prime che mi vengono in mente.

2. “Se fossi un uomo saresti perfetta”

Giuro: me lo sono sentito dire, e voleva pure essere un complimento.
Il senso era che ero preparata, efficiente, organizzata e determinata; quindi quasi perfetta nel ruolo, salvo per l’inconveniente di essere femmina.

3. “Oggi è isterica, c’avrà il ciclo”

Al di là della considerazione che il ciclo è una costante dalla pubertà alla menopausa, e che perciò ce l’avevo anche quando con me riuscivi a confrontarti serenamente, è vero: è governato da cambiamenti ormonali che nel 25% delle donne incidono significativamente sull’umore.

Ma gli sbalzi d’umore dipendono solo dal ciclo?
Non è che posso aver dormito male, discusso con qualcuno o ricevuto una notizia spiacevole?

Ho avuto un manager che, se la domenica la sua squadra del cuore perdeva, il lunedì non veniva in ufficio perché aveva la gastrite…

C’è una versione un po’ più triviale legata all’assenza di regolare attività sessuale, ma direi che si siamo capiti e ve la posso risparmiare.

“4. Dovete tirare fuori le palle”

Scusate: cioè?
No perché qui, con tutto l’impegno e la buona volontà, proprio non posso.

Mi volevi dire che devo essere tenace, determinata, coraggiosa e agguerrita?

Se proprio amiamo le metafore, possiamo dire che dobbiamo tirare fuori i denti o gli artigli?
Perché in molte specie mammifere il maschio caccia (a volte) ma è la femmina a difendere (sempre) i cuccioli e il territorio.

E siccome nell’universale linguaggio fisico animale mostrare le proprie “armi” serve a dichiarare che non si ha intenzione di fuggire e si è disposti a tutto…

Ce ne sarebbero altre (anzi, se vi va, scrivetele nei commenti) ma direi che il senso è chiaro.

I best performer

Per me poi l’apice viene raggiunto con i distinguo.

Caso 1

Parte automatica e incontrollata la frase sessista e, un attimo dopo, “escluse le presenti, naturalmente…”.

Naturalmente? Ne sei sicuro? Hai sperimentato? Hai raccolto prove a sostegno dell’esclusione?
Naturalmente, no.

È solo che, forse, hai parlato senza riflettere e ora cerchi, male, di rimediare.
Può anche darsi, invece, che da fine oratore, vuoi fermare la frase nelle menti dei presenti, sottolineandola proprio con quell’esclusione.

Come si dice: a pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina.

Caso  2

Esce la frase pesantemente volgare e l’autore si rivolge alla prima donna di cui incontra lo sguardo e dice “scusa eh!”
Come se tutti gli uomini fossero indifferenti alla volgarità e fosse solo un problema delle donne.

Davvero?

Guardate che non siamo così delicate.
Le conosciamo anche noi le parolacce, e le diciamo anche.
Siamo capacissime di sfilare le nostre belle coroncine e trasformarci magicamente nel migliore camallo di Marsiglia (con tutto il rispetto per la categoria).

Non dovete proteggerci.
Dovete imparare ad essere educati e rispettosi, anche nella scelta delle parole, verso tutti, altri uomini inclusi.

 

Lo so, può sembrare un’esagerazione e in effetti (un po’) ho volutamente esagerato.
Ma la comunicazione è uno strumento principe per includere o escludere persone.

Oggi ho parlato di donne ma potremmo parlare di disabilità o dell’uso perverso del “buona domenica” e del “buon natale”, come se fossimo tutti cristiani.

La cura con cui scegliamo le parole, le perifrasi, le metafore, gli stili ci racconta di convinzioni profonde e “culture” radicate.

Scegliere di adeguarle al contesto per includere tutti è una scelta.
Così come non farci caso.

Appassionata di crescita e condivisione, affamata di conoscenza e confronto, inguaribile ottimista sulla possibilità di ciascuno di contribuire al bene comune, dopo 17 anni nel mondo sales e marketing, nella mia vita attuale sono trainer e facilitatrice supportando lo sviluppo dei singoli e dei team e la gestione costruttiva dei cambiamenti e delle relazioni.

Comunicare

Fare network ai tempi dei social

Tra i contatti virtuali e i contatti autopromozionali, costruire un network solido e efficace sui social network è difficile come… nella vita reale.

Pubblicato

il

I social hanno sostanzialmente azzerato le distanze fisiche e sociali tra le persone. Ma ci rendono davvero più vicini?
L’indiscutibile vantaggio è che possiamo incontrare – seppure virtualmente – praticamente chiunque ovunque si trovi e ci troviamo; e questo aumenta di conseguenza visibilità e contatti in modo esponenziale. 

La regola dei sei gradi

Il principio dei sei gradi di separazione dice che puoi conoscere chiunque nel mondo, entrando progressivamente in relazione con altre cinque persone, di cui la prima è già un tuo contatto e l’ultima colui che ti presenterà la persona che vuoi conoscere.

Devo confessare di non aver mai concretamente sperimentato la pratica, ma è largamente riconosciuta; quindi fingiamo di essere tutti d’accordo sulla sua efficacia (non è rilevante per il prosieguo della riflessione).

Prima dei social, questi fantomatici cinque contatti dovevano avvenire fisicamente.
Dovevo chiedere al mio contatto (che per comodità chiameremo Mario) la persona che – nel mio piano – avrebbe coperto il primo gradino di avvicinamento al mio obiettivo.
Questo presupponeva che io conoscessi, anche indirettamente, tutta o quasi la rete di relazioni che Mario non condivideva con me, e che ne sapessi abbastanza da identificare la “mia persona-target”.

In alternativa, dovevo chiedere a Mario se conoscesse una persona come quella che stavo cercando.
Per poi magari scoprire che Mario non era la persona giusta e dover ricominciare la ricerca.

Anche ammesso che Mario fosse il referente giusto, doveva essere disponibile a presentarmi il suo contatto. Elemento non esattamente scontato. Una volta convinto Mario a presentarmi, diciamo, Lucia, dovevo costruire la relazione con lei, fatta di incontri, occasioni di scambio, ecc., fino a convincerla a presentarmi la mia “seconda persona”, presente tra le sue relazioni.

E così via, per altre tre volte, fino a raggiungere il mio obiettivo.
Anche tenendo conto che le relazioni, in partenza, erano progressivamente più fredde, si trattava di un lavoro di mesi, se non anni.

Oggi posso fare tutto più facilmente e velocemente, e perfino all’insaputa e contro la volontà di Mario.
È sufficiente che lui sia tra i miei contatti social: mi studio i suoi contatti, guardo i profili e invito Lucia nella mia rete.
Grazie all’inconsapevole Mario, molto probabilmente Lucia accetterà il mio invito e, un minuto dopo, potrò andare ad indagare chi, tra le sue relazioni, fa al mio caso.

E così via fino al mio obiettivo.
In pochi giorni ho la possibilità di raggiungere il mio scopo, avendo allegramente ignorato tutte le persone intermedie.
Niente di male, per carità; ma, diciamolo, stilisticamente discutibile.
Dal mio punto di vista, anche un potenziale autogol sotto due aspetti.

Anzitutto, le persone che ho ignorato e sfruttato potrebbero essere meno “inutili” di quanto le abbia valutate.
Se non sotto il profilo professionale, potrebbero essere persone interessanti sotto il profilo umano, culturale, sociale. Potrebbero, in sostanza, essere belle persone che ho perso l’occasione di conoscere più a fondo.
Certo: sono nella mia rete e faccio sempre in tempo. Il problema è lo spirito con cui sono entrata in contatto: se volevo solo utilizzarle per conoscere altre persone, difficilmente mi interesserò a loro.

Il secondo aspetto riguarda la qualità delle relazioni.
Quanta differenza farebbe se il mio obiettivo mi venisse presentato? Se il referente avesse interagito con me – seppure virtualmente – al punto di potermi conoscere e avere un rapporto con me?
Con quale spirito il mio obiettivo valuterebbe la mia richiesta se potesse contare su una relazione comune e magari chiedere referenze?
L’innalzamento della qualità delle relazioni richiede lo stesso lavoro di costruzione di prima, con il vantaggio – però – di abbattere le barriere logistiche.
Ma: con quanti dei vostri contatti social interagite regolarmente? Io qualche decina su diverse centinaia.

Il fattore tempo

Non che le altre persone non siano interessanti; in problema è il tempo.
Paradossalmente, la tecnologia allunga i tempi.

Se – per proseguire nell’esempio – incontro Lucia in una cena organizzata dal mio amico Mario, e chiacchieriamo per due ore, con il contributo di Mario che interagisce con le sue due amiche, è probabile che, alla fine della serata, io e Lucia avremo intrapreso una relazione.
Se chatto con Lucia per due ore, senza che Mario partecipi e – soprattutto – senza guardarci in faccia, difficilmente otterrò lo stesso risultato.

Ho persone con le quali scambio regolarmente commenti e riflessioni, la cui unica immagine che conosco è quella del profilo e di cui ignoro il suono della voce.
A queste condizioni, è veramente difficile costruire relazioni meno che superficiali.
Poi ci sono quelle con le quali, dopo la prima richiesta di contatto, ci si perde del tutto.
Non è cattiva volontà, ma un problema di tempo.
Leggere porta via più tempo che parlare, e scrivere ancora di più.

Gran parte della comunicazione umana è fatta di voce e gestualità; trasferirle con le parole non è banale e ci richiede tempo e fatica.
Quindi, a meno che non sia proprio necessario o desiderato, ne facciamo a meno; e trascuriamo relazioni.

C’è di peggio

Poi, ci sono le perversioni del networking via social, prima fra tutte i contatti autopromozionali.
Come immagino capiti a tutti, ne ricevo diversi a settimana, quasi tutti non a target per me.

La perversione non è tanto nel tentativo di pescaggio (anche se non mi piace) quanto la pigrizia di non valutare i profili prima di contattarli e – soprattutto – le reazioni al diniego.

Qualche esempio reale, nel quale penso vi ritroverete (in una posizione o nell’altra).
La soluzione che cercavi: mi è stato proposto un sistema infallibile di marketing che mi avrebbe garantito almeno 100 clienti a settimana. Ho sommessamente fatto notare che sono sola e che i miei interventi durano settimane e mesi e che, perciò, non sarei stata in grado di gestire neppure 10 clienti a settimana. La risposta è stata: se ti accontenti dei miseri guadagni che possono portarti due o tre clienti al mese, peggio per te. E amen.

La location perfetta: in un posto isolato, non servito da mezzi pubblici e capienza minima di trecento posti. Alla mia richiesta di sale più piccole e della presenza di bus navetta, la risposta è stata che non ero a target per loro. Bastava leggere il mio profilo per scoprire che non organizzo conferenze e non promuovo l’uso di auto privata: avremmo risparmiato tempo entrambi.

L’entrata extra. Nella loro logica, siccome ho lavorato per molti anni nelle vendite, non può non interessarmi avere una entrata extra vendendo con il sistema del network marketing, che per me dovrebbe essere semplicissimo. Regolarmente, ringrazio e rinuncio all’opportunità perché non mi interessa e allora accadono due cose: spariscono o mi chiedono di “vendere” la mia rete di relazioni; e lì sparisco io.

Virtuale non è il demonio (ma va mediato)

Intendiamoci: non solo non sono contraria agli strumenti di connessione virtuale, ma ne faccio largo uso e devo loro molto.
La mia collaborazione con Purpletude è nata da uno scambio di commenti su Linkedin.
Molte delle mie attuali collaborazioni professionali sono nate da contatti sui social.

Quindi? Sono incoerente?
Spero di no.

È che tutti questi contatti da virtuali sono poi diventati reali o quasi.
Creando occasioni di incontro in presenza o continuando a sfruttare la tecnologia per realizzare, almeno, videochiamate.
Secondo me, a un certo punto, la relazione da virtuale deve diventare il più possibile reale, o difficilmente potrà evolvere.

La tecnologia e i social sono una grande opportunità di visibilità e relazione, a patto che non ci privi del piacere di una calorosa stretta di mano, di un dialogo fatto di ascolto reciproco, della spontaneità di un sorriso, dell’onestà di mostrarci senza filtri ed esprimere pensieri guardandoci negli occhi.

Continua a leggere

Comunicare

Raccontare l’impresa: l’ambiguo storytelling di Facebook

La chiusura degli account di CasaPound solleva una questione di fondo: Facebook ha il diritto di farlo? E quale narrazione ci fornisce, quando cancella un contenuto che ci appartiene?

Pubblicato

il

Tre anni fa gli hacktivists di Anonymous diffusero dati riguardanti un gruppo di pedofili operante negli Stati Uniti. Questi producevano e si scambiavano materiale pedopornografico; Anonymous, bypassando una rete di sicurezza che la polizia USA non era riuscita a valicare per limiti organizzativi, legali o di capacità, ne rese pubblici nomi e indirizzi, seguiti dal motto “We are Anonymous. We are legion. We do not forgive. We do not forget. Expect us!”.

Qualche giorno fa, Facebook ha oscurato le pagine afferenti ai gruppi politici di Forza Nuova e CasaPound a titolo definitivo, e così ha fatto nei confronti dei loro esponenti politici più noti. La dichiarazione dell’azienda è, a modo suo, esemplare: “Le persone e le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono non trovano posto su Facebook e Instagram”.

Ciò che è accaduto, nel primo e nel secondo caso, ha fatto tirare un sospiro di sollievo a molte persone, me incluso. Nel primo caso è stata sgominata una rete di pedofili e sono stati presentati alla giustizia i suoi componenti – in un modo non molto differente, se ci pensate, da quando un supereroe fa trovare un malvivente stordito sui gradini del palazzo di giustizia; nel secondo caso è stato applicato un principio della Costituzione, nonché una serie di leggi che lo applicavano – le leggi Scelba e Mancino.

Come ho detto ho esultato. C’è un però su cui invito a riflettere i lettori di Purpletude. È effettivamente stato applicato un principio della Costituzione? È ciò che è successo? Perché se fosse ciò che è successo, bene, Facebook direbbe: Abbiamo fatto ciò che andava fatto, e fine. Ma non lo ha detto. Rileggete lo statement: “Le persone e le organizzazioni che diffondono odio o attaccano gli altri sulla base di chi sono non trovano posto su Facebook e Instagram”.

È giusto demandare a un servizio privato un’attività che è esplicitamente riservata alla giustizia? È valido il principio machiavellico del fine che giustifica i mezzi, oppure dobbiamo pensare – e sì, io credo che dobbiamo sempre farlo – all’idea che un potere applicato nel bene può esplicitarsi anche nel male in altri momenti o altri contesti?

Faccio un esempio. Quella che abbiamo letto è una dichiarazione, chiaro, e quindi deve essere in qualche modo riassuntiva di un punto di vista, e oltre a questo è una dichiarazione che riflette un TOS (Terms of Service) di cui siamo a conoscenza; ma se, per dire, una persona dichiara il proprio odio nei confronti di un gruppo politico, Facebook ha il diritto di cancellare un contenuto (che, ricordo, appartiene alla persona in questione) solo per il fatto che questo stesso messaggio, in base al TOS, non trova posto su Facebook o Instagram?

La risposta è ovviamente sì: limitatamente a ciò che le è consentito dalla legge, Facebook può fare ciò che vuole. Se in un locale bisogna presentarsi vestiti anni ’70, non avete un diritto di entrare previsto dalla legge: dovete stare alle regole del locale. Punto. E in merito al contenuto, è vero che noi siamo proprietari del nostro contenuto, ma è anche vero che se lo scriviamo con uno spray sul muro il padrone dello stabile non può spacciarlo per suo, ma cancellarlo sì.

E infatti ciò che dico qui non è che Facebook abbia o non abbia il diritto, ma che il suo statement è preoccupante: nello storytelling noi stiamo sentendo che l’azienda la pensa come noi, e invece non solo non è vero, ma anzi quello statement non lo percepiamo come preoccupante solo perché al momento ci è favorevole. Ma un potere applicato nel bene può esplicitarsi anche nel male in altri momenti o altri contesti, o – come sta accadendo attualmente – può essere sospeso nel caso di individui politici che esprimano un odio molto più esteso di quello di CasaPound solo per il fatto che CasaPound aveva un seguito tutto sommato limitato e loro molto più capillare; oppure ancora, può ragionare su dinamiche che non capiremmo perché mosse da interessi diversi. È il caso, per fare un esempio semplice, della distonia per noi italiani tra la censura dei capezzoli e la non censura di messaggi fascisti: negli Usa nascono su due basi, libertà di espressione e puritanesimo, e quindi quello che a noi pare assurdo per loro è normalità.

Aggiungo una cosa. È molto pericoloso esultare quando un diritto non viene soddisfatto dallo Stato e questo stesso diritto viene invece restituito da un’organizzazione diversa dallo Stato. È nata così la Camorra, per dire.

Continua a leggere

Treding