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“Se c’è una speranza per questo Paese, io non riesco a vederla.”

“Se c’è una speranza per questo Paese, io non riesco a vederla.”

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Ci sono racconti che ti lasciano addosso nient’altro che malinconia. Sono quelli in grado di sbatterti in faccia un pezzo considerevole della realtà che ogni giorno provi a combattere. Realtà ingrassata da superficialità e menefreghismo. E per quanto tu possa cercare di ricordare agli altri che “un aiuto di troppo” può essere addirittura controproducente, alle volte, in quanto discriminatorio, ci sono momenti in cui quell’aiuto viene negato proprio da cittadini con diritti e doveri morali, o ancor peggio dalle Istituzioni. Aiuti mancati non al fine di includere, ma per pura negligenza. Ma adesso, mi spiegherò meglio usando le parole di Barbara…

Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Mi permetto di scrivere perché seguo sempre i tuoi post, così voglio raccontarti quello che mi è successo questa mattina.
Alla stazione del treno vedo un anziano signore nella banchina opposta che camminava con l’aiuto di un deambulatore. Oltrepassa con fatica i tornelli per andare a prendere l’ascensore ma lo trova guasto (e guasto lo è da quando lo hanno inaugurato) e a quel punto tenta di tornare indietro ma non riesce più ad oltrepassare i tornelli.
È bloccato, senza via d’uscita, dal suo lato della banchina non passa nessuno. Due signori alla mia sinistra, di cui uno che indossa una divisa ATAC, lo notano e gli dicono che deve fare il giro, ma non può perché non c’è altra via d’uscita se non ripassare dai tornelli. L’uomo non ha abbastanza forza neanche per far arrivare la sua voce fino alla nostra banchina, l’unica cosa che sentiamo è: “sono disabile!”
Faccio presente al signore accanto a me in divisa che non ci sono vie d’uscita, e loro rispondono “eh bisogna andarlo a prendere ma sta arrivando il treno, mica posso fare tardi a lavoro!”, salgono sul treno così come tutti gli altri viaggiatori e se ne vanno. Rimango io, da sola, quasi in lacrime per la rabbia, che arrivo dall’altra parte e libero l’anziano signore dai tornelli usando il mio biglietto.
Non era difficile, ma forse per l’età, forse per il caldo o forse per la fatica fisica non riusciva da solo. Mi chiedo: come è possibile che un essere umano, uno qualsiasi, lasci un anziano disabile bloccato in una stazione senza neanche preoccuparsi di avvisare qualcuno, chiamare aiuto, niente?? E se fossi salita anch’io sul treno quanto avrebbe aspettato il signore prima di essere liberato? E perché riempiono di barriere architettoniche persino il passaggio verso l’ascensore? E perché l’ascensore non può funzionare come in un qualsiasi paese civile? E perché, Iacopo, perché non riusciamo a farlo diventare questo un paese civile?
Scusa lo sfogo Iacopo, non mi occupo di disabilità e sono molto ignorante in materia, mi occupo di rifugiati e sono abituata all’indifferenza e alla cattiveria delle persone, che in questi ultimi mesi mi ha comunque travolto professionalmente e personalmente, ma questa mattina ho pensato che abbiamo toccato il fondo. Che se c’è una speranza di porre rimedio a questa Italia io non la vedo e non so come sia possibile andare avanti. Cosa posso fare? Se ti viene in mente una cosa qualsiasi che posso fare, accetto consigli. Grazie.”

Cara Barbara, vedi, non ho consigli da darti perché credo che alle domande che tu, giustamente, ti sei posta, non ci sia una risposta potente quanto una bacchetta magica. Credo però che se lottiamo è perché ci muove un ideale “giusto”, e in nome di quell’ideale non possiamo mollare la presa. Sarebbe un darla vinta a chi si dimentica di far aggiustare un ascensore appena installato, di piazzare una pedana all’ingresso di un bar, di lasciare libero il parcheggio per disabili vicino casa o di non posteggiare sul marciapiede quando va a fare la spesa.

A proposito, se c’è una cosa che dovrebbe farci incazzare è lo spreco di risorse pubbliche. Si spendono soldi in strumenti che migliorano la vita dei cittadini con ridotta mobilità e poi, nel giro di qualche mese, si manda tutto in malora: perché? Perché siamo costretti a fare e disfare e rifare più volte, prima che qualcosa funzioni davvero, nell’interesse di tutti? Com’è possibile che ci siano liste d’attesa, tempi burocratici e contrattempi puntualmente infiniti?

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È proprio da questi “buoni esempi mancati” che alimentiamo la cultura del voltarsi dall’altra parte. Perché sebbene andare a lavoro sia un diritto, e andarci puntuali sia un dovere (legittimo), è anche vero che se avessimo insegnato di più che il tempo migliore è quello speso per aiutare il prossimo, alzando lo sguardo dalla punta delle proprie scarpe quando c’è necessità di farlo, forse, ci sarebbero anche titolari di lavoro meno rigidi e più comprensivi a fronte di certi episodi. E a quel punto, il “ritardo” non sarebbe più uno scudo giustificabile dietro il quale nascondere la propria insensibilità.

Ricordiamoci di non scoraggiarci, perché non tutti sono così. Fortunatamente c’è chi, come hai dimostrato tu stessa, trova la voglia e il tempo di fermarsi, nel vero senso della parola, per rendersi conto di ciò che lo circonda. Per ascoltare l’altro, andargli incontro, sostenerlo. Non siamo soli, non è tutto un correre. Continua ad avere fiducia, in te stessa e nel prossimo, che ne abbiamo tutti bisogno.

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