All’età di tre anni ho deciso di diventare vegetariano; in…
Viviamo nella perenne preoccupazione che non riusciremo a uscirne.
Siamo assorbiti dalla crisi del Covid-19 e per questo diamo meno importanza alle notizie che vengono dall’estero.
Eppure negli Stati Uniti, a Portland, Oregon, per l’esattezza, in questi giorni è successo qualcosa di impensabile e di importante.
Cosa è successo?
Degli agenti di polizia senza identificazione, quindi senza insegne, nomi o simboli riconoscibili, hanno prelevato dalla strade e caricato su SUV e camionette altrettanto anonime alcuni manifestanti. Erano in strada per il movimento anti-razzista Black Lives Matter che sta mettendo in subbuglio la città da ormai qualche settimana.
Si tratta di agenti federali della Homeland Security inviati dal Donald Trump a sedare le rivolte portate avanti da cittadini che il Presidente stesso ha definito “terroristi”. L’obiettivo è quello di riportare la calma nelle città a guida democratica. Ma è evidente che si tratta di un messaggio da campagna elettorale che Donald Trump, in ritardo di 20 punti sullo sfidante democratico, vuole lanciare. Votare Biden significa dare in mano il Paese ad anarchici ed estremisti di sinistra.
I democratici colpiti (nel vero senso della parola)
Davanti a scene che nessuno avrebbe pensato di vedere in Nord America e che ricordano i momenti più bui delle dittature sudamericane, in Cile e in Argentina, il sindaco democratico di Portland Ted Wheeler è sceso in piazza per calmare gli animi.
Wheeler si è unito ai manifestanti, a ridosso del recinto di protezione montato attorno al tribunale, prendendo la parola.
Ha cercato di trovare un equilibrio tra la necessità di tornare a delle proteste pacifiche (e non letteralmente incendiarie, come lo sono state nelle ultime settimane), ringraziando tuttavia i manifestanti per non aver permesso alle forze federali di occupare la città.
Il risultato è che gli agenti dell’antiterrorismo lo hanno letteralmente preso di mira e gassato con i lacrimogeni. Naturalmente, la versione ufficiale è che si è trattato di un incidente. Ma le immagini del primo cittadino che affanna e poi si piega sotto il peso dei fumi repressivi degli agenti rimarrà nei libri di storia.
E queste immagini ci devono far riflettere, perché è così che nascono le dittature, per quanto improbabile ci possa sembrare anche solo immaginarlo, in quella che si fregia di essere “la terra della libertà”.
Le condizioni ideali per la nascita di una dittatura
La Germania di Hitler, eletto democraticamente, ci lascia qualche insegnamento storico sulle condizioni che favoriscono l’insorgere dei poteri autocratici:
- Persone incompetenti o di basso livello etico possono accedere a posizioni di potere, spesso grazie all’appoggio del popolo (noi).
- Il futuro dittatore, quando ancora regna la democrazia, non nasconde le sue intenzioni o il suo desiderio di distruggere i suoi opponenti politici (tipicamente mettendoli alla berlina, discreditandone i contributi per mero vantaggio politico o dandoli in pasto ai propri sostenitori).
- Quando la situazione economica peggiora, le persone (noi) hanno tendenza ad accettare più facilmente comportamenti estremi e/o le limitazioni della propria libertà individuale (che ritengono essere la libertà degli altri, in un primo momento).
- I leader politici, a un certo punto, chiederanno democraticamente di ottenere maggiore potere, per far fronte a una emergenza nazionale o per ristabilire l’ordine, sebbene queste stesse emergenze siano spesso causate propria dalla loro mala-politica.
Un fenomeno diffuso
Quello che sta succedendo negli Stati Uniti è assolutamente inedito nei 250 anni di storia del Paese. È normale, penso, che si sia tentati di normalizzare la situazione con un Donald Trump che fa Donald Trump, e niente più. Che le condizioni per una svolta despotica siano tutte riunite non vuol dire che succeda. Ma siamo veramente disposti a lasciarci cogliere di sorpresa?
Pensiamo alla Russia di Putin: primo ministro, poi per due volte presidente, poi ancora primo ministro, e infine due ulteriori mandati in qualità di presidente. Governa la Russia da ormai 21 anni e ha messo le basi (legali, votate democraticamente) per restare capo dello Stato per i prossimi 15 anni.
Pensiamo alla Turchia di Erdoǧan: primo ministro dal 2003 al 2014, ha riformato il ruolo del Presidente della Repubblica, attribuendogli nuovi fondamentali poteri istituzionali e militari, per poi presentarsi alle elezioni e vincendole. Governa la Turchia da 17 anni e non ha intenzione di pensionarsi.
In un mondo fortemente globalizzato, a volte è utile rivolgere lo sguardo al vicino, guardare oltre la palizzata del nostro giardinetto, oltre le frontiere, per cercare di capire cosa succede all’estero.
Per poi portare nuovamente un sguardo (critico) a quanto potrebbe succedere anche da noi.
Colonna sonora:
Roger Waters: Another Brick in the Wall (vocals by Nora Baldenweg, 2019)
Puoi scoprire tutta la playlist di Debarcadero
sul Canale YouTube di Purpletude.
Cosa ne pensi?
All’età di tre anni ho deciso di diventare vegetariano; in seconda elementare, la maestra ha convocato i miei genitori perché “non era normale” che un bambino conoscesse tutti i nomi dei funghi in latino; a 13 anni ho amato per la prima volta senza sapere che non era amore; a 15 ho smesso di fare decathlon perché odiavo la competizione; ancora minorenne, sono stato processato da una corte marziale. A 20 anni mi sono sposato e a 23 ho divorziato; a 25 anni dirigevo una start-up che ho fatto fallire; a 29 ho avuto la meningite, sono morto ma non ho saputo restarlo. A 35 anni sono stato padre di figli di altri. A 42 mi sono licenziato da un posto fisso, statale e ben pagato per fondare l’Agenzia per il Cambiamento Purple&People e la sua rivista Purpletude. A parte questo, ho 20 anni di esperienza nelle risorse umane, ho studiato a Ginevra, Singapore e Los Angeles, ho un master in comunicazione e uno in digital transformation e ho tenuto ruoli manageriali in varie aziende e in quattro lingue diverse: l’ONG svizzera, la multinazionale francese, le società americane quotate in borsa, la non-profit parastatale. Mi occupo soprattutto di comunicazione del cambiamento, di organizzazioni aziendali alternative e di gestione della diversità – e scrivo solo di cose che conosco, che ho implementato o che ho vissuto.




