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E se il lavoro “da donne” fosse il lavoro del futuro?

E se il lavoro “da donne” fosse il lavoro del futuro?

Davide Cardile

Ho appena letto “Could Basic Income Help Address the Gender Wage Gap?”, un articolo di Kacy Qua che mi ha fatto pensare.
Kacy ha toccato alcuni punti importanti di ciò sul quale vale la pena di ragionare oggi e in futuro, o meglio oggi per vivere bene/meglio in futuro. Le sue parole, contrariamente a quanto il titolo possa fare pensare, non riguardano le donne e l’uguaglianza di genere ma l’uguaglianza degli esseri umani, uomini e donne senza alcuna distinzione.

Il punto focale del discorso è che nonostante le donne stiano conquistando terreno (uguaglianza?), nonostante ad esempio ci siano sempre donne in posizioni di prestigio e di responsabilità, ci sono ancora un sacco di problemi sui quali non ci si concentra.

Una riflessione che tutti conosciamo, direttamente o indirettamente, è ad esempio il fatto che una donna debba andare a lavorare per pagare qualcun altro (spesso una donna) per crescere i propri bambini.

Un asilo, restando in Italia, costa ad esempio tra le 500 e le 800 euro mensili (le statistiche dicono intorno a 315…), qualcuno che assista un anziano non più autosufficiente costa oltre 1500 euro.

La cosa che fa riflettere, stimolati da Kacy, è che quando una donna rimane a casa a tenere e crescere i propri bambini, nessuno pensa stia facendo un lavoro. O meglio è semplicemente il suo dovere, roba da donne. Un lavoro che dunque acquisisce valore solo nel momento in cui è riconosciuto dal mercato e cioè quando un’altra persona paga ne paga un’altra per farlo.

Ecco, Il fatto che il lavoro venga definito tale quando è riconosciuto dal mercato, è quel genere di cose sulle quali bisogna pensare in questo particolare momento. Una di quelle cose che abbiamo dato sempre per scontato ma in futuro potrebbe non essere così. E potrebbe esserci bisogno di ridiscutere tutto e questo genere di cose.

Pensandoci bene infatti il lavoro che il mercato non riconosce (prendersi cura dei propri figli, dei propri genitori, degli altri, di se stessi) è probabilmente quella fetta di lavoro che sarà sempre più importante. Importante perché con robot e Ai diverrà questo il campo nel quale gli umani, noi, potranno rappresentare un vero vantaggio marginale.

Visto così il reddito universale (e non sto tirando in ballo dicerie italiche) assume un significato completamente diverso.
Non si tratta, non solo, di aiutare le donne, o aiutare la fasce deboli, o gli individui di una certa categoria. In ballo c’è molto di più: ci siamo noi, tutti. Si tratta, per dirla ancora con Kacy, di correggere un (nuovo) difetto del capitalismo moderno.

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Pensarci (tra Utopia e Prudenza)

Nel 1876, William Orton disse che il telefono presentava troppe carenze per essere considerato un mezzo di comunicazione. Agli inizi del 1900 Horace Rackam consigliò Ford di non investire nel settore automobilistico, a suo dire “I cavalli sono qui per restare, l’auto è solo una moda passeggera”.
E più recentemente, nel 1995, Robert Metcalfe sentenziò “”Prevedo che Internet diventerà presto una supernova spettacolare e nel 1996 crollerà catastroficamente”.

Dunque prima di leggere i 3 punti seguenti, suggeriti da Kacy e al centro del “vero dibattito”, suggerisco di pensarci in maniera seria, senza bocciare tutto come utopico, solo perché sin ora abbiamo sempre fatto così…

1. Ciò che aggiunge valore alle persone, alla società, alla terra dovrebbe essere ricompensato.
2. Ciò che non aggiunge valore o che reca un danno alle persone, alla società, alla terra, dovrebbe essere compensato meno o addirittura penalizzato.
3. Chiunque svolga un ruolo prezioso per la società dovrebbe essere ricompensato.

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Pensarci perché forse il lavoro che il mercato non riconosce sarà l’unico che ci rimarrà in futuro. E forse sarà una cosa buona.

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