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Il gender gap esiste. Nonostante gli sforzi, nonostante i discorsi eccolo qui.

Il gender gap esiste. Nonostante gli sforzi, nonostante i discorsi eccolo qui.

Daniela Cadeddu

Il gender gap esiste. Nonostante gli sforzi di persone e istituzioni, rimane. Tutti dicono di non volerlo, eppure è lì. Ed è tanto più evidente quanto più si sale in prestigio e responsabilità.

Perché? In parte è sicuramente un problema culturale. Come scrisse Antonella De Gregorio in un articolo apparso sul Corriere della sera “Se il tetto di cristallo è duro da rompere è perché ha basi solidissime a piano terra”.

Molto, credo, è un problema politico: di come si cerchi di cambiare questa cultura.
Non mi riferisco alla politica in termini di istituzioni, ma di comunità: al modo in cui ciascuno di noi, prima di tutto le donne, affronta il problema.

Il principio guida, al momento, è che le donne possono e devono fare le stesse cose degli uomini.
Credo, invece, che uguaglianza di diritti significhi diritto di fare cose diverse e in modo diverso; perché siamo diversi. Non è solo una questione di forme o di forza, ma c’entrano comunque la biologia e la fisiologia. Come si evince dal mirabile libro della neuropsichiatra Louann Brizendine “Il cervello delle donne” (BUR Saggi, 2007), i cervelli di maschi e femmine sono diversi.

Lo si è sempre pensato: solo che prima si pensava che le donne fossero, semplicemente, più stupide.
E lo si dimostrava, tra l’altro, rilevando le minori dimensioni del loro cervello.
Ora, appurato scientificamente che i livelli di intelligenza sono equivalenti e che il cervello femminile è più piccolo solo perché i collegamenti sinaptici sono migliori (quindi il minor volume è legato alla maggiore efficienza) rimane il dato neurologico che funzionano diversamente.

E come nei migliori luoghi comuni, effettivamente in parte dipende dagli ormoni. Nel feto il cervello è uguale per tutti, ed è femminile. Poi, quando iniziano ad attivarsi gli ormoni sessuali, si marcano le differenze.

Le femmine sviluppano di più alcune aree e particolarmente quelle relative agli aspetti relazionali: la comunicazione, l’empatia, la negoziazione e quella che Daniel Goleman ha definito l’intelligenza emotiva, ovvero la capacità di comprendere le emozioni proprie e altrui, anche quando inespresse.
In sostanza, le donne sviluppano naturalmente tutte quelle capacità necessarie alla cura della prole e alla salvaguardia del branco.

E allora: chi se ne frega dello STEM!
Già so che con questa affermazione perderò il saluto di tante donne impegnate nella battaglia per incrementare la presenza femminile nei percorsi di studio scientifico – tecnologici.

Se, semplicemente, non ci piacessero? Se, ancora più semplicemente, ci fosse un errore di fondo sulla valutazione di certi studi? E poi: siamo sicuri che la discriminante sia qui?

In questi anni mi accompagnano alcune riflessioni:

1. quando si pensa alle facoltà tecniche e scientifiche ci si concentra su quelle tradizionalmente tali: matematica, ingegneria, chimica, fisica, ecc.
Ma, da figlia di un ingegnere che si è laureata in legge, mi sento di dire che giurisprudenza è decisamente una facoltà tecnico-scientifica perché si impara ad applicare leggi in quel contesto non discutibili; esattamente come un ingegnere applica le leggi della fisica.
2. la filosofia, materia generalmente ritenuta umanistica, ha avuto tra i suoi maggiori esponenti matematici, psicologi e scienziati in generale. Questo vorrebbe dire che la filosofia è materia da cervelli stem.
A prescindere dalla considerazione che, da alcuni anni, il divario maschi – femmine nelle facoltà universalmente riconosciute in area STEM è notevolmente diminuito, ampliando lo spettro degli studi definibili tecnico – scientifici, scopriamo che, alla fine, questo divario è davvero poco rilevante.
3. Sergio Marchionne era laureato in filosofia, non in economia o ingegneria gestionale; ed è diventato CEO di un grande gruppo industriale.

Quante donne laureate in filosofia siedono in board aziendali? Il dato non c’è.
Il fatto è che se sei donna e studi come un uomo non cambia niente.

Qualche giorno fa parlavo con una donna: imprenditrice di successo, responsabile di un’importante associazione di donne sue pari. Mi raccontava, con legittimo orgoglio, come sua figlia avesse contribuito ad un’importante ricerca scientifica. Con una punta di altrettanto legittima amarezza, mi ha poi raccontato che quando sono state invitate le autorità istituzionali per la presentazione ufficiale della scoperta, all’incontro hanno partecipato solo i ricercatori uomini, mentre alle ricercatrici è stato consentito di seguire l’evento in una sala riservata attraverso monitor collegati con telecamere a circuito chiuso.

Italia, anno domini 2018. Non Afghanistan 2001.

La vita è fatta di scelte.

E alle donne ne è richiesta una cruciale: maternità o carriera.

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“La vera disabilità è nella testa degli ignoranti.”

Non è un caso se uno studio realizzato da ANPAL, pubblicato a luglio 2018, rileva che tra i giovani NEET (che non studiano e non lavorano) c’è un 19% di “indisponibili” a nuove opportunità di studio o lavoro composto prevalentemente da donne tra i 25 e i 29 anni e con un figlio.

Certo, si tratta di donne a bassa scolarizzazione che avrebbero problemi a conciliare con i turni in fabbrica o al supermercato. Ma nel mondo delle professioni la situazione non è migliore.

Durante la riunione di un’associazione di professioniste è emerso che molte di loro si sono dimesse da incarichi aziendali e hanno avviato attività da freelance a seguito della maternità.

Quindi: libera professione non come scelta consapevole ma come esigenza di conciliare carichi familiari e realizzazione professionale.

Non è colpa degli uomini, anzi.
Una coppia che conosco ha avuto un figlio e il padre, manager di un’azienda medio-grande, ha deciso di avvalersi delle giornate di licenza. Alla firma dell’autorizzazione, il suo responsabile hr, con la penna sospesa sul foglio, gli ha detto: “per una cosa così una donna la avremmo mandata a casa. Stai attento.”

In generale, molti uomini sono convinti del valore aggiunto di gruppi di lavoro misti, non hanno problemi con un capo donna, sono padri e partner orgogliosi dei successi professionali delle donne della loro vita.

Non è una battaglia tra sessi. È una battaglia culturale da combattere insieme, fianco a fianco.
La posta in palio è la crescita economica del Paese, che richiede il contributo di tutti e tutte, in tutte le professioni e a tutti i livelli.

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