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Ecco di cosa sono fatti i team che funzionano

Ecco di cosa sono fatti i team che funzionano

Daniela Cadeddu
team che funzionano

Quando si parla di team, ci si concentra prevalentemente sul management, e sulla relativa capacità di leadership e condivisione, motivazione, e bla bla bla. Un team non è la proiezione del(la) su* manager. È un gruppo fatto di persone che devono fare qualcosa insieme e ogni singolo membro influisce sul suo funzionamento.

Personalmente, ho sperimentato esperienze di gruppi di lavoro disastrosi, ma anche di gruppi formidabili nei quali stare bene, crescere e raggiungere risultati importanti.

Mi occupo di team – a vario titolo – da molti anni e conosco le dinamiche e le regole per farli funzionare.

Tuttavia, in questo periodo mi sono chiesta se fosse possibile andare più in profondità e indagare cosa avessero in comune le persone individualmente per aver reso il gruppo – ciascun gruppo – speciale.

Ovviamente, il mio è uno sguardo parziale, seppur fondato su oltre venti anni di esperienze di rete: perciò, considerale delle riflessioni a voce alta, rispetto alle quali mi piacerebbe ricevere anche le tue esperienze e riflessioni.

Comunque: nella mia esperienza, le persone che funzionano bene nei gruppi hanno tre caratteristiche comuni.

1. I team funzionano se le persone hanno autostima

Per me autostima è sinonimo di consapevolezza.

Non significa sentirsi i / le migliori o pensare di non avere limiti.

Significa essere consapevoli delle proprie luci e delle proprie ombre; della propria forza e della propria debolezza.

Significa scegliere su quali ombre e su quali debolezze lavorare, per vivere meglio con sé e nel mondo, e quali accettare serenamente come parte della propria personalità, perché, come dice una mia amica filosofa, dietro un’ombra c’è sempre una luce.

Significa mostrarsi per come si è, senza maschere né corazze, genuinamente se stess*.

Ciò comporta una certa facilità a riconoscere i propri limiti e chiedere aiuto, ad ammettere i propri errori e a chiedere feedback onesti senza temere il giudizio.

Gli estimatori di Patrick Lencioni ci vedranno diversi elementi dei team funzionali. È cosi.

I team sono fatti di persone e se quelle persone non hanno determinate caratteristiche, o non le sviluppano, non c’è possibilità che il gruppo funzioni.

2. I team funzionano se le persone hanno voglia di condividere

Non solo le informazioni interne per mandare avanti il lavoro quotidiano.

La condivisione non riguarda l’efficienza, riguarda le relazioni.

La condivisione, allora, non è una funzione operativa ma un atteggiamento e comprende saperi, esperienze, contatti, ecc.

Il tutto anche senza reciprocità.

La condivisione non è un baratto, è un dono.

È chiaro che nei gruppi che funzionano i donatori e le donatrici sono almeno la maggioranza, ma possono non essere la totalità.

Ci sarà chi riceve più di quanto dia, e non necessariamente è la persona più bisognosa o con meno da dare.

Ci sono persone gelose, per così dire, dei propri saperi e delle proprie conoscenze (concettuali e umane) che faticano a metterle a disposizione della comunità. Non c’è cattiveria, è una debolezza.

Vivono in un mondo grigio fanno di scarsità, di paura di trovarsi con un pugnale alle spalle, di ansia da visibilità.

Hanno bisogno di sentirsi al sicuro nelle loro competenze che pensano (per lo più a torto) esclusive.

Hanno bisogno di riflettori puntati su di sé che offrano loro visibilità, nell’illusione che questa garantisca anche l’insostituibilità.

Chi sceglie la condivisione, invece, vive in un mondo di abbondanza; un mondo in cui ciascun* può avere il proprio spazio e cresce e prospera nello scambio.

Un mondo interdipendente in cui le persone sono consapevoli che da sole possono molto, ma insieme possono molto di più.

E allora non importa se ogni tanto si è in ombra individualmente, perché è sul gruppo che si vuole la luce.

3. I team funzionano se le persone hanno ambizione

Parola controversa; spesso usata in accezione negativa.

Anche da vocabolario ambizione è una parola con attributi sia positivi che negativi.

Nel suo significato squisitamente letterale, significa: desiderio vivo, aspirazione a qualcosa.

Ecco, è quel ‘qualcosa’ a fare la differenza.

Nei team che funzionano l’ambizione è al successo del gruppo e al raggiungimento dei suoi obiettivi.

Mi spiego meglio: non è spirito di sacrificio e abnegazione. È esattamente il contrario.

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Essere ‘parte di un team di successo, vuol dire essere persone di successo.

Quindi, basta riuscire a entrarci e poi si campa di rendita?

No, perché i team di successo sono esclusivi ed escludenti e chi non contribuisce, prima o dopo, esce.

Può giocarsela per un po’, restando nelle retrovie, simulando entusiasmo, ma sul lungo passo, dovrà uscire allo scoperto e mostrare il proprio valore; o andare.

Non è una leggenda: esistono

Team fatti di persone così esistono, ne sono testimone.

Nella mia esperienza, non sono la maggioranza e – di solito – non nascono così.

Nascono come team ‘normali’ con persone di ogni tipo.

Poi si crea una specie di nucleo di persone che si risuonano per valori e atteggiamenti.

E quel nucleo sprigiona un’energia che per alcun* è catalizzante e per altr* è respingente.

A volte è prima l’una cosa e poi l’altra. Perché quel gruppo emana una bella energia e le persone ne sono attratte, almeno finché non viene chiesto loro di contribuire con la propria energia.

Questi gruppi crescono lenti, ma inesorabili.

Sono efficaci e produttivi, e anche divertenti e rispettosi delle individualità.

Si possono costruire ovunque, in qualunque organizzazione e in qualunque ambito professionale.

Non impattano sul cosa si fa e nemmeno sul come si fa, ma sul come ci si relaziona.

Io ho vissuto team di questo tipo perfino in organizzazioni che ci mettevano in competizione.

Per essere parte e contribuire alla crescita di gruppi così, bisogna anzitutto lavorare su di sé: rendersi indipendenti e scegliere l’interdipendenza consapevoli che “nessun* di noi è migliore di tutt* noi insieme” (Ray Crock).

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