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Troppo Grandi per fare “solo un lavoro”

Troppo Grandi per fare “solo un lavoro”

Davide Cardile

Quanti lavori facciamo? E che lavoro facciamo davvero?

Ho scritto tante volte su questo punto. C’è soprattutto un’idea di Bruce Kasanoff che mi ha ispirato, è la teoria dei “due lavori”. Riguarda questo mondo on line ma non solo.

Il tuo primo lavoro è ciò che fai, diciamo ciò che si intende tradizionalmente per lavoro. Il modo, le attività, il prodotto che vendi, e ti fa mangiare e prenderti cura della tua famiglia.
Il secondo lavoro, potremmo dire il “nuovo lavoro”, è aiutare gli altri, ispirare gli altri, cercare di regalare ogni giorno qualcosa di buono.

Il sistema social, il giochino digitale (quello puro) si basa su questo semplice meccanismo: più fai bene il tuo secondo lavoro, più ti verrà facile, e sarà soddisfacente, il primo.
On line è amplificato ma in sostanza è un sistema che ha sempre funzionato, molto prima dell’avvento di Internet.

Qual è allora il problema? Il problema è che troppe persone interpretano “il sistema” come un obbligo, o peggio come una tattica veloce per intercettare visibilità e clienti. È comprensibile ma a lungo potrebbe non funzionare.

E la cosa importante da sapere è che l’inghippo non è tanto dato dagli altri, dal fatto che potresti essere presto o tardi smascherato, ma da noi.
Alzarsi la mattina con un obbligo è molto diverso da avere uno scopo, alzarsi la mattina e salire sulla ruota del criceto…beh a lungo uccide.

Grandi abbastanza

Una delle frasi che ho ripetuto di più in questi mesi è che siamo troppo grandi, troppo grandi per un sacco di cose. E dobbiamo, possiamo, ragionare e vivere in questo modo, credendoci.
C’è una scena di 10000 AC, un film fantascientifico di qualche anno fa, che mi viene sempre in mente.

Un uomo buono traccia un cerchio intorno a sé, e si occupa di quelli che ci sono dentro: la sua donna, i suoi figli. Altri uomini tracciano un cerchio più ampio, il quale abbraccia anche fratelli e sorelle. Ma ci sono uomini, che hanno un grande destino; essi tracciano intorno a se stessi un cerchio che deve includere molte, molte più persone.

Scegliere di fare un cerchio piccolo o grande è la differenza.

Il cerchio piccolo ti porta a pensare in modo altrettanto piccolo, a lungo noioso e deprimente. Ti alzi la mattina e farai ciò che hai fatto ieri. Valuterai il risultato sempre in base a quanti soldi avrai fatto, quanti prodotti o servizi hai venduto, o quanti like hai generato…
E nel cerchio piccolo, presto o tardi, inizierai anche ad odiare il tuo lavoro, pensare che in fondo non è così bello come pensavi.

Il cerchio grande è diverso: a differenza del primo hai sempre la possibilità, o anche solo il tentativo, di causare un Impatto. Ispirare qualcuno. Fare stare meglio qualcuno.

n.b. Non è un caso che nei momenti di “depressione” o in quei loop dove si dubita di se stessi, una delle domande/risposte è “Non servo a niente…”

Lo scopo è servire a qualcosa o a qualcuno

Si, è paradossale, ma si tratta di “servire” a qualcuno.

Uno scopo è rendere migliore la vita di qualcun altro, sapere che qualcuno apprezza ciò che dici, fai, sei, e lo fa perché in qualche modo lo fa stare bene.
Se siamo sinceri ciò che ci porta ad aiutare non è il benessere di chi riceve il nostro aiuto ma ciò che riceviamo noi ogni giorno.
Come nella beneficienza, ci fa stare bene sapere di aiutare qualcuno.

Tutta la vita, il lavoro, può essere inteso così: essere più Grandi, abbastanza da non trattarsi solo di noi. Andare oltre. Impatto. Differenza.
Pensare di poter cambiare il mondo

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Avere uno scopo è nutrirsi a colazione di Speranza.
E la speranza non è essere tanto ottimisti da credere che tutto puoi o può. Solo credere che ci siano le possibilità perché qualcosa cambi e perché tu ne sia il responsabile.
Fare felice un cliente, vedere il sorriso negli occhi di tuo figlio, ricevere un grazie da uno sconosciuto, sapere di aver cambiato il mondo.

Grande è smetterla di pensare in numeri e risultati, grande o piccolo, locale o mondiale, virale o per pochi.
Grande è solo l’intenzionalità. Lo scopo.

E questa è ancora una vecchia storia.

È la storia del tizio che se ne stava in riva, ad un passo dal mare, occupato come a fare la cosa più importante del mondo. Ed in un certo senso lo era.
Una ad una, prendeva una stella marina e la gettava in mare. Tin, clop. Tin, clop.
Ed è la storia dell’altro tizio, quello intelligente che si stupisce di quanto gli altri possano essere stupidi, di quanto fatichino a capire e realizzare.
Questa è la storia. Del tizio furbo che chiese a quello stupido cosa pensasse di fare.
“Ci sono milioni di stelle marine solo in questa spiaggia. Cosa pensi di fare?”
“Provo a salvarle.”
“Si una, cento, forse perdendoci la giornata anche mille…ma non fa differenza”
Ed è la storia del tizio stupido che a sentirsi dire stupido ne prese una, la guardò come in faccia e la gettò in mare. È la storia del tizio che disse a quello intelligente “Chiedilo a quella se non fa differenza.

Ma la vera differenza, dovremmo saperlo, è che quel tizio stupido era felice.
Questa è la storia: la mia, la tua, la nostra.

La differenza non è tutto ma qualcosa in più, fosse anche un granello di sabbia aggiunto o spostato nel deserto. La differenza è incremento, una pacca sulle spalle, una parola amica, un like, una vecchietta scortata sotto braccio, la buonanotte a tuo figlio anche se ti ha fatto incazzare. Fa differenza, tutta la differenza del mondo.

Questa è la storia. Questo è il momento.

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