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Ilaria Galbusera: dal Cavalierato al TEDx talk Ilaria Galbusera: dal Cavalierato al TEDx talk

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Intervista a Ilaria Galbusera: dal Cavalierato al TEDx talk

Sportiva, laureata, lavoratrice, cavaliera della Repubblica, attivista e molto altro: incontriamo Ilaria Galbusera a margine del TEDx di Bergamo, dove ha affrontato l’argomento della sordità a 360°.

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Ilaria Galbusera ha 28 anni, è di Bergamo ed è nata con una sordità profonda. Figlia di mamma udente e papà sordo, i suoi genitori hanno scoperto la sua sordità quando aveva solo sette mesi, al punto che sua mamma ha dovuto lasciare il lavoro per iniziare a costruire la sua autonomia. Libertà e indipendenza raggiunta anche grazie alle protesi acustiche e ad intensi percorsi di logopedia e musico-terapia.

Ilaria è laureata in “economia e gestione dei beni culturali e dello spettacolo” a Milano, lavora in banca ed è un’attivista che da anni si batte in difesa dei diritti delle persone sorde, oltre a ribadire la fondamentale importanza del riconoscimento della LIS, la Lingua dei Segni italiana. Ma soprattutto è la capitana della nazionale di pallavolo femminile sorde, anche se lo sport per lei con gli anni è diventato soprattutto un canale per esportare progetti di inclusione fuori dall’Italia, come ad esempio in Africa.

Anche per la sua lotta alle discriminazioni è stata nominata Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Pochi giorni dopo l’importante cerimonia al Quirinale, Ilaria ha avuto il piacere di partecipare ad un altro emozionante incontro, il TEDx di Bergamo, come speaker di chiusura. Proprio perché ho avuto il piacere di conoscerla a Roma (dopo anni ormai di chiacchiere virtuali!), ho deciso di farle una breve intervista per farmi raccontare gli ultimi sviluppi.

– Cara Ilaria, hai di recente partecipato all’edizione TEDx Bergamo: quando sei stata contattata, quale è stata la tua reazione e perché hai scelto di partecipare?

“La mia partecipazione è stata frutto di un percorso nato un po’ per caso, anche se credo da sempre che tutto accada per una ragione. Ho conosciuto Cinzia Xodo, curatrice e organizzatrice di TEDx Bergamo, che allora stava curando il TEDx di Pescara. Una splendida persona con cui ho avuto il piacere di collaborare e dalla quale ho imparato davvero tanto in questi mesi di preparazione che precedevano l’evento. Dopo una serie di incontri, Cinzia (che sin dall’inizio ha sempre creduto nel mio potenziale e che mi ha sempre sostenuto in questo percorso) aveva intuito che avevo un forte messaggio da trasmettere. Così è arrivata la proposta di essere una dei 14 speaker che avrebbero avuto l’opportunità di salire sul palco di TEDx Bergamo 2019. Ricordo ancora la felicità immensa! Poter avere l’opportunità di intervenire nella città che amo, in cui sono nata e cresciuta, poter lasciare un importante messaggio e contribuire nel mio piccolo ad abbattere tutte quelle barriere che ancora oggi sono alte, sono stati i motivi per i quali ho accettato l’invito di partecipare.”

– Raccontaci della tua esperienza, delle sensazioni che hai provato stando sul palco.

“È stata un’esperienza davvero ‘WONDER’, per restare in tema col TEDx. Da semplice spettatrice al viverlo in prima persona come speaker sul palco! Un’esperienza che difficilmente dimenticherò. Non nego che ero tanto emozionata quella sera: l’attesa prima di entrare sul palco è stata davvero lunga e non passava più, l’ansia ha fatto anche la sua parte, un’ansia positiva che mi ha perseguitata anche nei giorni precedenti all’evento! La preparazione è stata davvero meticolosa, affiancata da Cinzia, speaker coach, che ha curato il mio speech in ogni sua parte e per questo tengo a ringraziarla pubblicamente: è anche per merito suo se il talk è stato anche uno dei più seguiti. Una volta sul palco sono state tante le emozioni adesso difficile da descrivere a parole, ma una volta partita ho letteralmente preso il volo. Mi sono divertita, mi sono emozionata, ho riso e sono stata io stessa coinvolta e trasportata dal meraviglioso pubblico. C’è stata anche una bella interazione, riuscendo a vedere i loro volti e a percepire le loro reazioni.”

– Qual era il messaggio che volevi comunicare? Cosa volevi che le persone capissero?

“Erano tante le cose che volevo comunicare. Nel mio talk si è parlato di sordità a 360 gradi con un po’ di sana autoironia, di sfide, di esperienze personali e di tanto altro. L’obiettivo principale, in quei pochi minuti a disposizione, era rispondere un po’ ‘alle domande che avreste sempre voluto fare ad una persona sorda’. Domande spesse volte comuni, a volte scomode o insolite, ma domande sempre e comunque molto importanti. Domande alle quali ho sempre risposto nel corso dei miei 28 anni, provando ad abbattere tutti quei pregiudizi e stereotipi che da sempre ci sono intorno alla sordità e provare a condividere che cosa significa essere persone sorde al giorno d’oggi.”

– Il TEDx è una manifestazione accessibile alle persone con disabilità sensoriali? Credi che si potrebbe fare di più per rendere questi tipi di eventi più inclusivi? 

“TEDx Bergamo è stato reso accessibile con il servizio di sottotitolazione di ‘Culturabile’ gentilmente offerto dal Pio Istituto Sordi di Milano. Gli stessi hanno affermato in un post sulla loro pagina FB che ‘è stato molto impegnativo sottotitolare l’evento, ma un TedX così difficilmente si era visto’. Considerati gli speech in inglese e considerata la velocità con cui parlavano (me compresa) mi rendo davvero conto di quanto lavoro ci sia stato dietro, parliamo di un evento che è stato sottotitolato per oltre 4 ore. A loro va il mio più grande ‘grazie’ per aver permesso alle persone sorde presenti in platea di riuscire a seguire l’evento. L’accessibilità deve diventare la normalità, non un’eccezione, perché anche noi siamo parte del mondo e non un mondo a parte.”

– Il tuo TEDx talk è stato tra i più visti del TEDx di Bergamo, segno che hai sorpreso anche con la tua ironia, riuscendo a trattare la tematica in modo intelligente e non banale, a tratti commovente. Quanto è stata importante la tua famiglia, citata spesso nel tuo discorso?

“La famiglia per me è stata e lo è tutt’ora molto importante. Se sono la donna che sono ora devo tutto a loro, che sin da piccola mi hanno sempre spronata a raggiungere i miei sogni, mi hanno costruito e messo le ali per poter spiccare il volo. Non voglio anticiparvi nulla di quanto citato nello speech, ma avere la mia famiglia tra le prime file in platea e vedere la loro reazione è stata una delle cose che a parole non si possono spiegare, quelle davvero belle che porterai sempre nel cuore e che non dimenticherai mai.”

– A proposito di sport e inclusione, l’iniziativa degli “Champions Camp”, i campi estivi sportivi frequentati da ragazzi sordi e udenti insieme, sta andando alla grande! Ce ne parli?

“Ogni edizione ha visto un crescente e notevole numero di iscrizioni, segno che stiamo lavorando su un progetto d’integrazione e di inclusione (progetto nazionale continuativo che è unico in tutta Italia) che ha un ottimo riscontro da parte delle famiglie che si ritrovano nei valori che il Champions Camp insegna. Lo sport è fondamentale per la crescita di ogni bambino, è in grado di non marcare le differenze e fornisce una piena integrazione permettendo a chiunque di avere autostima di se stessi. Se il tutto è inserito anche in un’ottica di completa accessibilità per i bambini e i ragazzi sordi si può dire di avere vinto. È un progetto in cui io e Manuela Nironi crediamo fortemente perché lo sport è vita per noi, vogliamo dare la possibilità a più bambini sordi di vivere questo momento di crescita. Questa estate entriamo nella 5 edizione e ci saranno tante nuove sorprese, come le settimane sperimentali al mare. Abbiamo già raggiunto le oltre 70 iscrizioni di bambini e ragazzi sordi da tutta Italia e questo ha superato di gran lunga le nostre aspettative iniziali!”

– Dai, adesso ti lasciamo alla preparazione dei raduni in vista degli Europei di Giugno (tra l’altro, per la prima volta in Italia a Cagliari): un commento a caldo? Quanto sei emozionata?

Molto emozionata, come sempre. Ogni volta è come se fosse la prima, ma giocare in casa sarà ancora più emozionante. Ci stiamo preparando con i raduni e con le selezioni in vista dei prossimi Europei che si svolgeranno dal 6 al 16 giugno e il prossimo raduno sarà a Cemmo in Val Camonica dal 24 al 28 aprile. Se qualcuno vorrà venire a farci il tifo e conoscerci sarà il benvenuto.”

Ho 27 anni, vivo in provincia di Firenze e provo a raccontare le storie degli altri. Studio scienze politiche, lavoro come giornalista freelance (Fanpage.it) e ogni tanto scrivo libri (Mondadori). Attivista e presidente della Onlus #Vorreiprendereiltreno. Parlo di Diritti, Libertà e Uguaglianza. Sorrido alla vita e mi innamoro tutti i giorni.

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Il fenomeno delle fake news nell’era dell’informazione

Nei periodi di campagna elettorale, esplode la disinformazione: cosa stanno facendo i big dei social media e cosa possiamo fare noi nel nostro piccolo per arginare il fenomeno delle fake news.

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Le campagne elettorali per le elezioni europee del 23-26 maggio 2019 sono ufficialmente iniziate da mesi.
La storia insegna che la politica e la disinformazione sono come il latte con il miele: vanno a braccetto.

Non a caso questo è il periodo in cui le fake news sono all’ordine del giorno, sempre più numerose soprattutto sulle piattaforme social, dove miliardi (!) di persone si informano quotidianamente (uno studio condotta nel 2018 dal Pew Research Center stimava che l’89% degli studenti universitari leggeva le notizie di attualità esclusivamente sui social).

La risposta “bellica” di Facebook

Il gruppo Facebook conosce bene cosa significa aver a che fare con le notizie di questo genere, ed ha iniziato una strenua battaglia contro gli account che divulgano informazioni false.

Così, per evitare che le informazioni abbiano una proliferazione veloce, la compagnia di Zuckerberg ha attivato, nella sede di Dublino, quella che viene chiamata una “War Room”. Il quotidiano inglese The Guardian ha visitato “la stanza”, composta da 40 ingegneri pronti a dare battaglia a qualsiasi notizia ritenuta falsa, dopo un attento controllo da parte dei team preposti.

La location irlandese serve proprio per rimanere vicini al vecchio continente nel momento delle elezioni: il gruppo è fortemente poliglotta proprio per contrastare un qualsiasi post in una qualsiasi tipologia di comunicazione parlata e scritta.

I primi risultati si sono visti nel corso di queste settimane, quando il social di Menlo Park ha chiuso 23 pagine Facebook in italiano, grazie alla collaborazione con la OGN Avaaz, che ha prodotto un report con nomi ed esempi di pagine vicine ai partiti e movimenti, che immettevano online informazioni false tramite il social blu.

In questa lista troviamo anche gli attuali gruppi politici che governano l’Italia, ovvero il Movimento 5 Stelle e la Lega che, insieme ad altre pagine, potevano contare su qualcosa come 2,5 milioni di followers in totale.

La definizione di “disinformazione”

Ecco quindi che si rientra nuovamente nella disinformazione politica dove basta un semplice click, o tap del proprio smartphone, per condividere una falsa notizia ad altre migliaia di persone nell’arco di pochissimi secondi. E questo anche quando riteniamo l’informazione poco credibile: quante volte leggiamo delle condivisioni del genere “Non so se sia vero, ma potrebbe esserlo”?

Facciamo quindi chiarezza su cosa si intenda esattamente con questo termine e affidiamoci all’autorità in questione di vocabolario (la Treccani):

Diffusione intenzionale di notizie o informazioni inesatte o distorte allo scopo di influenzare le azioni e le scelte di qualcuno. “ ed anche “Mancanza o scarsità d’informazioni attendibili su un determinato argomento, su fatti e avvenimenti sui quali si dovrebbe essere informati.”

Quali sono i contenuti di “mala informazione”?

L’aspetto fondamentale della disinformazione è quindi l’intenzionalità: c’è un fondo di malafede che spopola nel periodo di maggior disinformazione, ovvero durante le campagne elettorali, come avvenuto in Italia prima delle votazioni del 2018.

Secondo l’Agcom i temi principalmente colpiti dalla manipolazione disinformativa sono, nell’ordine, cronaca, politica, scienza, tecnologia e, a seguire, spettacolo, cultura e esteri.

Un libro che consiglio, proprio sull’argomento delle informazioni distorte o bufale è Misinformation, nel quale Walter Quattrocciocchi illustra in maniera precisa la disinformazione nell’era della maggior possibilità di reperire informazioni, cercando di capire quali sono i fake e quali le notizie vere, con molti esempi concreti e utili.

Come reperire una fake news?

Nel nostro piccolo possiamo contribuire a fermare la proliferazione delle fake news con un accorgimento semplice: prestare maggiore attenzione. Vediamo in quali casi:

  • Verificare le fonti: cercare di capire da dove proviene quel post, cioè quale testata online l’ha riportato (osservando in particolare i nomi che si prestano a confusione: genere ilfatoquotidiano invece de ilfattoquotidiano oppure corriere.ru invece di corriere.it).
  • Soppesare l’autorevolezza delle fonti: capire se, all’interno dell’articolo, ci sia un link o un riferimento che possa portarmi alla fonte primaria (ad esempio, in questo testo che state leggendo, ho messo i link ai documenti originali che cito).
  • Notare la grammatica: avete notato come le fake news abbiano una prevalenza di caratteri maiuscolo per attirare la vostra attenzione? Eppure dopo una lettura più attenta del testo, riusciremo a notare una composizione grammaticale veramente elementare con tanti errori ortografici.
  • Riferimenti: è importante aver chiaro chi è l’autore di questo articolo, dove posso reperirlo e quando è stato scritto l’articolo (la stessa notizia o una foto di tre anni fa, ripresa oggi in un altro contesto, è spesso sintomo di manipolazione).

Con questi piccoli e semplici passaggi potremmo notare se effettivamente ciò che stiamo leggendo sia attendibile o meno ma, soprattutto, è importante avere un occhio critico, che non sia colmo di pregiudizi ma semplicemente attento perché, alle volte, la fake news è molto più vicina di quanto si possa pensare.

NowPlaying:
Hard To See, Five Finger Death Punch

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L’errore di chi non sa ammettere i propri errori

Sentirsi liberi di ammettere i propri errori rinforza la fiducia e migliora la collaborazione. Ma l’esempio deve venire dall’alto.

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L'errore di chi non sa ammettere i propri errori

Ho lavorato in un’azienda in cui le persone segnalavano i propri errori – si autodenunciavano – anche quando nessuno li aveva notati.
Ne parlavo l’altro giorno a pranzo, con dei colleghi che, prima di arrivare al caffè, avevano ormai gli occhi più grandi della faccia.

“Dove lavoravo io, non sarebbe mai stato possibile”, ha detto uno, manifestamente basito.
“Non so, non è rischioso per l’immagine?”, gli ha fatto eco l’altra.

Non lo so neanch’io, onestamente: è rischioso?
Gli studi sembrano andare nella direzione opposta: riconoscere un errore permette di identificarlo meglio e quindi di correggerlo.

“Un errore è un errore se non è stato corretto”

Lo diceva già Confucio, che non è nato ieri.
Poi nel caso specifico di cui parlavo, intendiamoci: a volte si trattava di cose banali, del genere Francesca ha aperto il pacco A mentre aveva bisogno del pacco B. Soluzione: i due pacchi hanno colori troppo simili e quindi vanno distinti, o messi in luoghi separati.

Oppure Gianluca ha preso in prestito un apparecchio per fare le etichette e non lo ha reso in tempo, perché il magazzino era già chiuso, così il giorno dopo chi ne aveva bisogno non l’ha trovato. Soluzione a seguito della segnalazione: in questi casi, lasciare l’apparecchio al ricevimento, che ha orari di apertura più estesi ed è accessibile a tutti.

Cose così.

Poi c’erano gli errori o i quasi errori (quelli in cui ti eri fermato in tempo) più gravi, che potevano avere un effetto concreto sulla sicurezza o dei collaboratori o dei clienti.
Di tutti questi, grandi o piccoli che fossero, si discuteva in modo istituzionale: avevamo gruppi coordinati dal servizio qualità a ogni livello di responsabilità, sia gerarchica che professionale. E la maggior parte delle decisioni venivano protocollate in un documento pubblico, accessibile a tutti sotto forma di newsletter.

Avevo visto un approccio simile in un’altra azienda, con un forte focus sulla sicurezza sul lavoro: ogni mese venivano pubblicate delle informazioni dettagliate su come si era prodotto l’infortunio, quale parte del corpo era stata colpita, e su come si poteva evitare che succedesse ancora. E venivano segnalati anche i “near miss”, quindi i “quasi errori”, sullo stesso principio di trasparenza (quindi, a ben pensarci, ho lavorato in ben DUE aziende che avevano una cultura positiva dell’errore).

La cultura dell’errore positiva

In letteratura, quando si parla di cultura dell’errore, la si associa spesso al contrario di quello che dovrebbe essere: ovvero un ambiente di lavoro che favorisce l’omertà e punisce severamente chi commette degli sbagli.

La cultura dell’errore positiva, invece, permette alle persone di sentirsi libere di riconoscere i propri errori, perché questi vengono inseriti in un processo di miglioramento continuo e non di gogna sociale, dove la persona si ritroverebbe marchiata a fuoco e a vita con la E di Errore sulla fronte.

Sbagliare e imparare è un aspetto fondamentale di ogni processo cognitivo, e non è esclusivo dell’essere umano: anche gli animali sono in grado di imparare dai propri errori e le ricerche scientifiche indicano che possono imparare anche nell’osservare i propri simili commetterne.

Oltre a questo, noi essere umani abbiamo anche la capacità di elaborare e di ponderare quanto appreso.

Da questo punto di vista, gli errori sono quindi una opportunità per affermare la nostra vera natura e mostrare ai colleghi come ci comportiamo quando sbagliamo. Si tratta di mostrare chi siamo in un momento di crisi. Per questo non dobbiamo essere ossessionati dalla paura di sbagliare.

Quando commetteremo un errore (notate il “quando” e non il “se”, perché prima o poi capita a tutti) cerchiamo quindi di non coprirlo con scuse o comportamenti difensivi o evitando di parlarne o ancora peggio dando la colpa ad altri.
Mostriamo invece a colleghi e superiori (e anche ai clienti, a volte) che sappiamo prendere le nostre responsabilità: questo darà di noi un senso di maggiore affidabilità, perché dimostreremo che, nel momento del bisogno, sappiamo fare la cosa giusta.

Imparare dagli errori

Ho studiato management a Singapore, dove mi avevano inculcato l’idea-stereotipo che una delle caratteristiche principali della cultura pan-asiatica è aver paura di “perdere la faccia”. Poi, venendo a vivere in Italia, ho scoperto che questo è un tratto condiviso dagli amici cinesi e dai professionisti italiani.

Piuttosto che riconoscere di aver sbagliato, si fanno tagliare una mano.
Ma non per malizia o per arroganza, proprio per abitudine (o per paura delle rappresaglie, che è peggio).
A mio avviso questo succede perché non hanno/abbiamo i modelli giusti.
Mancano i leader che sappiano ispirare la cultura dell’errore positiva, ammettendo di aver sbagliato.

Senza entrare nelle dinamiche da tifosi, siamo comunque il Paese in cui da una parte dello schieramento politico è tutta colpa del PD e dall’altra parte, invece, ci sono personaggi che, nonostante tutte la randellate democratiche prese, continuano a pensare di poter tornare sul davanti della scena, prima o poi.

Se non è difficoltà ad ammettere gli errori questa, ditemi voi.
Ed è un peccato, perché in realtà essere aperti all’errore, ai propri errori, agli errori del proprio team, è da sempre un’attitudine che cementa la fiducia.

Quando un leader è in grado di dire “Ragazzi, ho toppato”, manda un messaggio positivo, che autorizza anche gli altri a mostrarsi maggiormente vulnerabili.
Se l’Amministratore Delegato, se il Presidente del Consiglio, se l’imprenditore di successo sono in grado di riconoscere la propria vulnerabile fallibilità, perché non dovrei poterlo fare anch’io?

Una questione di fiducia

Onestamente, perché il fatto che il nostro capo o un leader politico dovesse ammettere di aver sbagliato dovrebbe destabilizzarci?
È un po’ come pensare che la Regina Elisabetta non vada in bagno anche lei. Mmm. Cattivo esempio, prendiamo qualcuno che non sia immortale: Belen Rodriguez, per esempio. La fa come tutti.

Nello stesso modo, sappiamo che tutti commettono errori eppure abbiamo tendenza ad aspettarci dai nostri superiori che non ne facciano.
In nome di cosa? Forse di quella famosa “immagine” di cui parlavamo all’inizio, perché dire di aver sbagliato è rischioso per il proprio personal brand?

Ma è veramente così?
Gli studi in questo campo hanno dimostrato che

L’autenticità
è uno degli elementi fondamentali della fiducia: cosa di più autentico, se non il fatto di affermare l’ovvio, ovvero che anch’io commetto errori? Lo sapevate già, non vi sto dando nessuna breaking news.

Le altre due caratteristiche sono:

L’integrità
Il leader che ammette di essersi sbagliato – soprattutto in situazioni di peso – la dice lunga sulla sua integrità, prima ancora che sul suo bisogno di avere ragione. Le persone apprezzano chi sa fare un passo in avanti e prendersi le proprie responsabilità, perché il segnale che manda è quello di essere in grado di fare la cosa giusta anche quando è la cosa più difficile da fare.

e

La capacità di far sentire le persone al sicuro

In quanto leader, sta a te dare l’esempio e a definire le modalità in cui gli errori verranno trattati nella tua azienda.
Le persone vedranno che non ti fai problemi ad assumere i tuoi errori, e quindi si sentiranno al sicuro nel fare lo stesso. Insieme, potete creare un ambiente di lavoro dove gli errori sono evidenziati e sfruttati per migliorare.
Un leader che dimostra di essere interessato alla crescita personale di ciascuno di noi rinforzerà il senso di fiducia dei collaboratori nella sua leadership.

Quando riconoscere un errore è problematico?

Ci sono invece situazioni in cui ammettere di aver sbagliato non è di grande utilità.
In questo caso, il mio suggerimento è di riconoscere l’errore, ma di non aspettarsi un effetto positivo in termini di fiducia e neanche integrità.

Penso in particolare a quelle casistiche in cui una persona continua a fare sbagli, uno dietro all’altro o, ancora peggio, ripete sempre lo stesso errore: a questo punto, o è incapace o è incosciente. Ammettere i propri errori funzionerà all’inizio, ma col passare del tempo verrà vissuto come un tentativo di manipolare l’altro tramite una falsa trasparenza che dovrebbe garantire l’immunità ad oltranza.

Un altro caso è quando l’errore è stato fatto a causa di un comportamento esageratamente testardo o egoistico: tutti ti avvertono che potresti sbagliare, e in fondo sai che hanno ragione, ma ci vuoi provare lo stesso, e pam. L’effetto formativo, in questi casi, è giustificabile solo se si è adolescenti ribelli.

Una terza casistica è quella della reazione fuori luogo: un errore commesso in un momento di collera, ad esempio. Tipo buttare il computer dalla finestra perché non riesci a far funzionare quella transizione su PowerPoint che tanto ti piaceva. Dubito che la soluzione, in questi casi, sia incollare il computer al tavolo: è probabile che sia più funzionale prendere provvedimenti nei confronti della persona.

E infine, la giustificazione d’errore più codarda (ma purtroppo piuttosto comune): “Non è colpa mia”, che si declina in vari modi, genere “È stato Giovanni a dirmi di fare così”, “Maria non mi ha dato le informazioni a tempo” o “Queste cose succedono perché la Direzione continua a tagliare il personale”. Ammettere l’errore con colpa degli altri a corollario è raramente utile e comunque mai benefico.

Migliorare le prestazioni

Degli studi recenti condotti dal medico e sociologo Nicholas Christakis hanno dimostrato che i gruppi in cui si ammettono gli errori hanno tendenza a collaborare meglio. E che questo ha un effetto diretto sulla produttività.

L’aspetto interessante dell’esperimento del professor Christakis è di essere stato condotto su gruppi misti uomini/macchine, dove le macchine avevano questo ruolo di mostrarsi fallibili (o no, a dipendenza del gruppo test).

Nei gruppi in cui i computer (che poi erano robot umanoidi)  si dimostravano sufficienti di fronti all’errore, e non ne prendevano la responsabilità, si sono creati dei meccanismi disfunzionali che hanno portato il team a comportamenti poco collaborativi.

Nell’altro gruppo test, invece, proprio perché il preconcetto era che i computer non commettano errori di calcolo o di elaborazione, sentirne uno riconoscere di essersi sbagliato nel risolvere un problema matematico, in modo candidato e genuino, ha creato delle interazioni di gruppo molto simili a quelle tra superiore e collaboratori, in un ambiente di lavoro caratterizzato dalla cultura dell’errore positiva.
In altre parole, in questo team si è creato uno spazio in cui le persone si sentivano maggiormente sicure nel condividere le proprie insicurezze.

E questo ha pagato, anche a livello di produttività.

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