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Immaginari in transizione: sempre più personaggi transgender nelle serie TV

Immaginari in transizione: sempre più personaggi transgender nelle serie TV

Monica J. Romano

Il più recente e clamoroso casus belli che ha visto la comunità transgender americana scagliarsi contro la lobby di Hollywood è stata la candidatura di Scarlett Johansson per il ruolo del gangster – nonché uomo transgender FTM (Female to Male) – Dante ‘Tex’ Gill, nel film Rub and Tug. La Johansson ha dovuto rinunciare alla parte dopo essere stata sommersa da un’ondata di proteste capitanate da una combattiva Trace Lysette, l’attrice trans nella serie Transparent che non ha certo misurato parole e dichiarazioni: «Voi potete continuare a interpretare noi, ma noi non voi? Non solo ci rubate la nostra storia, ma vi date pacche sulle spalle e vincete trofei scimmiottando quello che abbiamo vissuto!».

«Alla luce delle questioni etiche sollevate relativamente al mio ruolo», ha dichiarato  Johansson a Out Magazine, «ho deciso di abbandonare il progetto. Stiamo facendo dei progressi, a livello culturale, nella comprensione delle persone transgender e io in prima persona ho imparato molto sulla comunità da quando ho scelto di accettare questo ruolo e ho capito che alcune mie dichiarazioni sono state poco sensibili».

Da qualche tempo a questa parte pare quindi che anche a Hollywood e dintorni sia in corso un’inversione di tendenza. Durante la mia sessione settimanale di cibo ipercalorico e binge watching targato Netflix, mi sono imbattuta in una serie televisiva destinata a segnare un punto di svolta: la fenomenale Pose, realizzata dal «Re Mida» delle serie tv Ryan Murphy – regista, sceneggiatore e produttore fra i più prolifici e premiati di Hollywood (American Horror Crime, American Horror Story, Nip/Tuck, Glee) – con Brad Falchuck e Steven Canals, candidata ai Golden Globes 2019 fra le migliori serie tv drammatiche dell’anno. Otto episodi che mi hanno tenuta incollata allo schermo fra lacrime e risate, regalandomi emozioni forti. E, finalmente, tre importanti ruoli transgender sono stati assegnati a eccellenti interpreti che trans lo sono per davvero. Pose è infatti la serie tv con il più ampio cast non soltanto LGBT, ma anche transgender della storia, con tre attrici di grande talento, presenza scenica e bravura (Mj Rodriguez intepreta Blanca Rodriguez-Evangelista; Dominique Jackson interpreta Elektra Abundance; Indya Moore interpreta Angel Evangelista).

La serie narra l’affascinante ball culture, subcultura LGBT (peraltro già descritta negli anni ’90 nel bel documentario Paris is burning, anch’esso disponibile su Netflix) che sfida gli anni ’80 di Ronald Reagan e Donald Trump e il terribile avvento dell’AIDS a colpi di competizioni di ballo, sfilate e pose statuarie quanto ipnotiche. Attorno a tutto questo si costruisce una controcultura che nasce dalla disperazione e che, proprio per questo, ha una carica potente, sovversiva e rivoluzionaria, al punto da riuscire a dare delle house, vere e proprie famiglie alternative, a chi in quegli anni non aveva nessuno al mondo perché  rifiutato dal sistema e spinto prepotentemente nella marginalità: i gay e le donne trans, spesso ispanici, neri e sieropositivi. E quale poteva essere l’obiettivo di chi non aveva più nulla da perdere, di chi decideva di rivendicare la bellezza di quel margine in cui si era ritrovato spinto contro i suoi stessi sogni? Entrare nella leggenda, è ovvio! Diventare le uniche e incontrastate queens di quel mondo alternativo e lasciare un segno diviene così il faro a cui tendere dimenticando tutto il resto. Mai quindi prendersi troppo sul serio, anche quando la morte è dietro l’angolo, e soprattutto senza dimenticare quel sentimento salvifico che è capace di tenere in piedi ogni realtà dissidente e fuori dagli schemi: la sorellanza, che finisce col prevalere su ogni senso di rivalità e competizione.

Certo i pregiudizi esistono e resistono, e la strada perché si arrivi, anche nel mondo del cinema, ad evitare le penalizzazioni che derivano dalla mancata adesione alla visione binaria dei generi è ancora lunga. Basti sapere che le tre attrici principali di Pose non sono state nominate ai Golden Globes. La Foreign Press Association, che ha fondato i Golden Globe Awards e che è attualmente composta da circa 90 giornalisti stranieri, ha infatti preferito candidare come migliore attore in una serie drammatica Billy Porter, attore cisgender che nella serie riveste un ruolo secondario, per quanto magistralmente interpretato.

Resta però indiscutibile il dato del cambiamento dell’immaginario collettivo della realtà transgender che queste serie televisive stanno favorendo.

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Sono sempre di più infatti le serie che hanno fra i protagonisti, o fra i personaggi secondari, una persona transgender. Pensiamo alla celebre serie ambientata in un carcere femminile Orange Is The New Black e all’indimenticabile Sophia Burset interpretata da Laverne Cox, prima persona transgender ad avere una copertina su Time, oggi icona mediatica e attivista influente; alla serie fantascientifica Sense 8 – creata dalle sorelle Wachowski, celebri ideatrici della saga di Matrix – e al personaggio Nomi Marks, donna transgender lesbica e inarrestabile hacker, interpretata da Jamie Clayton; o a “Le terrificanti avventure di Sabrina” – una nuova trasposizione più fedele al fumetto, e decisamente più dark, rispetto alla serie teen “Sabrina. Vita da strega” in voga negli anni ’90 (serie che, da brava nativa degli anni ’70 ho adorato) – che ha fra i suoi personaggi conta Theo, un ragazzo trans; o ancora alla serie “The OA”, con Buck Vu, un ragazzo transgender studente alla High School di Groton.

Le cose cambiano per fortuna, immaginari inclusi. Ogni volta che scendo alla fermata dalla metropolitana milanese di Porta Venezia e la vedo interamente tappezzata dei colori della bandiera rainbow (voluti inizialmente da Netflix e poi mantenuti dall’amministrazione cittadina) non posso non pensare, con gioia, all’impatto che questa nuova cultura mediatica e cinematografica sta avendo sui Post Millennials (convenzionalmente considerati come i nati dopo il 1996) e su quale significativa portata sta avendo e avrà su una coscienza collettiva sempre più emancipata e liberata dall’omotransfobia.

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