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Chiamami col tuo nome. Anzi, no: con quello di tuo marito

Il seggio elettorale, luogo sacro della democrazia, ci sbatte in faccia l’evidenza che l’uguaglianza tra uomo e donna è spesso sepolta dalle piccole cose.

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Scrivo questo post a neanche un’ora dal risveglio. Ci sono appena state le elezioni europee e in Italia la Lega ha stravinto. Brutta notizia per me che sono convintamente antifascista e antileghista (non metto le parole in fila a caso).

Io ho una faccia che pare mi abbiano sparato alla tempia, mio marito è uscito felice dandomi un bacio e dicendomi che con gli occhi pesti di sonno sono bellissima. Questo significa che con ogni probabilità sto andando a letto col nemico.

In casa parliamo poco di politica e se ne parliamo ne parlo prevalentemente io che leggo, mi informo, cerco risposte, mi pongo dubbi. So in cuor mio cosa ha votato, ma fino a ieri speravo di no, speravo di averlo convinto facendogli notare quello che è successo in questi ultimi giorni di campagna elettorale: striscioni tolti illegittimamente dalle finestre di chi li esponeva, manganellate a persone pacifiche, un comizio tenuto dalla stessa finestra dove si affacciò Mussolini. Il fascismo suggerito – e neanche troppo a bassa voce.

Vivo in un piccolo paese di provincia, un paesino di 4000 anime e ieri sono andata a votare già con un po’ di morte nel cuore sapendo che il mio voto – un voto contro – probabilmente sarebbe valso a poco.

Entrando al seggio ho visto i due grandi cartelli apposti sul bancone: UOMINI – DONNE.
Ho pensato subito una cosa: che orrenda sensazione devono provare le persone trans che devono presentarsi di fronte a una fila che non è la loro?

Magari hanno quasi ultimato la transizione, sono ormai abituati a sentirsi anche chiamare con un nome che si sono scelt* e oggi, nel giorno in cui si esercita un diritto, lo stato decide di ricordati che devi essere qualcosa che non sei più. L’imbarazzo della fila. Lo sguardo della gente, e il sentir dire “ XX ha votato” e non riconoscersi.

Talvolta le istituzioni riescono davvero a essere disumane, senza empatia, quando basterebbe poco per ovviare al problema.
Andrea Trombin Valente, quando con un’amica ne abbiamo discusso su Facebook, ci ha detto che in Svizzera il distinguo non c’è e al seggio al massimo si trova la divisione per ordine alfabetico.
Un modo a mio avviso corretto di creare inclusione e rispetto.
Basta poco. E non toglie diritti a nessuno.

Ho votato, mettendo anche la doppia preferenza di genere visto che è prevista, e sono stata felice di esprimere un voto femminista.
Ho votato, sono uscita e abbiamo fatto altro.

Verso sera ho notato che un mio contatto sui social postava l’immagine della scheda elettorale: per le donne sposate in automatico la scheda viene redatta con anche il cognome del marito.
Pare sia stata riesumata dall’attuale ministro degli interni –  quello in felpa – l’articolo 13 della legge del 30 aprile 1999, n. 120 dice che “per le donne coniugate il cognome può essere seguito da quello del marito”.
Può, non DEVE.

Ma no, figurati. Nella mia non ci sarà; ricordo perfettamente che quella che ho smarrito aveva solo il mio: perché dovrebbe esserci anche il cognome di mio marito? Non ricordo di aver detto di volerlo.

Ho aperto la busta dove conservo la scheda elettorale e quella che si è sentita strana, tanto quanto trovarsi di fronte alle file UOMINI/DONNE, sono stata io.
La mia scheda attuale porta anche il cognome di mio marito. Risulto “Valentina in” e il cognome di mio marito.
Non me n’ero accorta e la cosa decisamente non mi è piaciuta. Sono rimasta basita.
Una mia amica separata dall’ex marito che nel frattempo è pure morto – ha sulla scheda elettorale il cognome dell’ex ormai defunto.

Ve lo dico: non amo essere identificata come la moglie di qualcuno.
Ho la mia identità, sono una cittadina, non vedo il motivo di porre il cognome di mio marito accanto al mio sulla scheda elettorale.
E se così deve essere, che lui porti il mio sulla sua.
Se io ho sposato lui, lui ha sposato me. Non mi sta facendo concessioni, non sono meno di lui, non esisto in virtù di.
Sono una singola entità.
Non mi ha comprata. Non sono una cosa sua. Non gli appartengo.
Non è lui a descrivere me. Io esisto da sola.
È una questione di rispetto verso la propria individualità.
Perché questa necessità di farmi sentire meno di lui? Perché l’uomo che ho sposato deve avere in qualche modo più diritti di me?

Ma già lo so cosa starà pensando qualcuno: ma che te ne importa? Dopotutto è solo il cognome di tuo marito, alla fine te lo sei sposato
Esattamente come qualsiasi altro piccolo segnale che dimostri il desiderio di ingabbiarci, di farci sentire meno. Come quando “sei la solita” se ti arrabbi e dici la tua. Come quando “Dove andate voi due da sole?” – ma infatti non siamo sole, siamo in due. Come quando gli assorbenti non vengono considerati un bene primario ma un lusso tassato al 22%. Come quando fai presente agli organizzatori di un concerto che non ci sono donne nella line-up e loro riescono solo a risponderti “Eh, purtroppo no” come se fosse qualcosa di ineluttabile.

La subordinazione a qualcosa si comprende dalle piccole cose: sono piccoli segnali che tutti i giorni urlano “Tu no”.

Non voglio crescere mia figlia in un mondo che le sussurri ogni singolo giorno, in ogni minima occasione, che lei è meno, vale meno, che non ha diritti ma concessioni.
I diritti sono di tutti, altrimenti sono privilegi.

Dopo scriverò in comune all’ufficio competente: voglio togliere quel cognome dalla scheda. E appena rifarò la carta di identità lo toglierò anche da lì. Ora vado a vedere come fare a far aggiungere anche il mio cognome a quello dei miei figli.

Sono Valentina Maran. E non sono “la moglie di”.

Valentina Maran è nata a Varese nel 1977. È una copywriter freelance. Si è formata nelle più grandi agenzie di comunicazione milanesi e dopo un trionfale licenziamento ha scritto “Premiata Macelleria Creativa” (Fandango 2011). Scrive per riviste, committenza privata, blog di ogni tipo e si occupa prevalentemente di questioni di genere, femminismo, parità di diritti nella comunicazione. Con la sua socia Vanessa Vidale ha una piccola agenzia di comunicazione che si chiama NoAgency dalla quale non può licenziare nessuno, tranne se stessa. Da anni è docente in corsi ITS e IFTS post diploma dove insegna creatività.

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“Chiudi gli occhi e vola”: la storia di una pilota di aerei cieca

Un film-documentario racconta la storia straordinaria di Sabrina Papa, una donna cieca dalla nascita che ha realizzato il suo sogno di pilotare un aereo.

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Arriva dritto in finale della 59esima edizione del Globo d’Oro il docu-film “Chiudi gli occhi e vola” (con la regia di Julia Pietrangeli). Si tratta della storia di Sabrina Papa, romana e cieca dalla nascita, che grazie alla sua tenacia ha imparato a pilotare gli aerei frequentando uno stage organizzato da Les Mirauds Volants, l’Associazione Europea di piloti ciechi.

“Il miglior modo di aiutare un disabile è quello di non aiutarlo, così ce la caviamo da soli”.
Questa è una delle frasi emblematiche del film, facendo intuire quale sia lo spirito che riveste questo documentario, dove il pietismo e la compassione lasciano il posto alla forza delle proprie ambizioni.
Io da piccola volevo essere l’aereo, non il pilota. – racconta la protagonista del documentario -. Volevo proprio essere qualcosa che volava, ma non gli uccelli perché secondo me gli uccelli volavano troppo piano.”

Per questo motivo “Chiudi gli occhi e vola” è un racconto in grado di andare ben oltre il semplice superamento della disabilità e dei propri limiti fisici e sensoriali: è uno scorcio che intende mostrare concretamente la forza di chi è riuscito a vivere all’altezza dei propri sogni, arrivando fino a toccare il cielo dove a quanto pare non esistono barriere.

“Io rifiutavo tutto quello che ha a che fare con la cecità, con i ciechi, perché quando vedi che c’è qualcosa che tu non puoi fare perché non ci vedi, ti inc**zi eccome… e di brutto, anche!”. È così che scatta qualcosa che spinge ad andare oltre una stupida etichetta, ribaltando la prospettiva di ciò che si è e di ciò che si può fare o meno. Perché come dice uno dei piloti intervistati, quando le persone da terra sentono passare un aereo non possono sapere se chi lo comanda è cieco o meno: ecco perché “Chiudi gli occhi e vola” vuole annullare qualunque differenza.

Il film è prodotto da Human Installations, con la sceneggiatura di Frida Aimme, Kyrahm e Julia Pietrangeli. Tra le prossime proiezioni, il film prenderà parte anche al Festival Cineglobo in Svizzera, organizzato dal CERN di Ginevra (il centro di ricerca nucleare mondiale).

Il Globo d’Oro è un prestigioso premio della stampa estera in Italia, ad oggi considerato fra i tre più importanti premi italiani insieme ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento. Quest’anno sono arrivati in finale, insieme a “Chiudi gli occhi e vola”, anche i documentari “Butterfly” (Alessandro Cassigoli, Casey Kauffman), “Pugni in faccia” (Fabio Caramaschi), “The disappearance of my mother” (Beniamino Barrese) e “Selfie” (Agostino Ferrente).

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Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Non capisco se le ‘bambole disabili’ siano un bene o un male.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Non so se hai avuto modo di leggere la notizia che la Barbie si è ‘rifatta il look’ e che quindi il prossimo giugno esordirà sul mercato con la protesi alla gamba, ma anche in una versione sulla sedia a rotelle (dovrebbe far parte se ho capito bene della linea 2019 ‘Barbie Fashionista’).

Sai, l’ho fatta vedere alla mia bimba Alice di nove anni dicendole ‘Guarda, ti piace questa bambola?’. E lei mi ha risposto con estrema naturalezza: ‘Certo, come tutte quante le Barbie!’.
Ed io che mi aspettavo delle domande da parte sua, delle richieste di informazioni riguardo quella evidente (concedimelo) ‘diversità’, e invece…

Vorrei sapere tu cosa ne pensi di questo tipo di giocattoli. Possono essere utili davvero per fini educativi e di sensibilizzazione? Credi possano in qualche modo insegnare che la bellezza la troviamo oltre l’aspetto esteriore nonostante la Barbie sia ritenuta la bambola ‘bella’ da sempre? Oppure può esser visto da qualcuno come un giocattolo pietistico, compassionevole, quasi politically correct dato che si tratta di una bambola ‘ad hoc’ per delle categorie ‘protette’? Grazie per la tua risposta, Laura!”

Cara Laura, quella che tu mi poni è una domanda che (devo dire suscitando un certo stupore da parte mia) ricorre spesso in chi mi segue. È interessante come una mossa di puro marketing, soltanto perché associata alla disabilità, possa quasi “destare sospetti” e lasciare intendere chissà quale dietrologia, quando in realtà dovrebbe essere presa come tale: una scelta di mercato più inclusiva, così come un’azienda produttrice di telefoni sceglie di sfornare più modelli in modo da coprire tutte le fasce di prezzo e soddisfare qualsiasi tipo di cliente (leggi a questo proposito l’articolo di Giulia Viti sul marketing inclusivo). Di per sé, già in questo, non ci trovo nulla di male. Ma facciamo prima una doverosa introduzione!

La linea Barbie Fashionistas non è qualcosa di nuovissimo ma nasce qualche anno fa con l’intento di creare delle bambole “più reali”, e quindi più “per tutti”: Barbie con la pelle diversa dal classico colore rosa, oppure con forme fisiche e strutture corporee di vario tipo. Adesso, la stessa Mattel (l’azienda americana produttrice) ha dichiarato con una nota ufficiale:

“Come brand, possiamo elevare la conversazione intorno alle disabilità fisiche includendole nella nostra linea di bambole, per portare avanti una visione ancora più multidimensionale della bellezza e della moda.”

La nuova Barbie non sarà poi così diversa da tutte le precedenti, ma avrà semplicemente un corpo più snodabile che le permetterà così di sedersi su una carrozzina, oltre ad essere dotata di una rampa come fosse un qualsiasi altro “gadget”, sottolineando in questo modo anche l’importanza di abbattere le barriere architettoniche (d’altra parte, la casa delle Barbie dev’essere una casa per tutti, no?).

Questo tipo di bambole, come dicevo, non sono una novità: sempre più frequente, infatti, è l’inserimento anche nelle scuole di bambolotti “diversi”: oltre a quelli di colore, adesso, ci sono quelli con sindrome di Down, quelli con qualche arto in meno, con impianti cocleari in testa o, magari, con deambulatori vari contenuti nella scatola. Salvo casi eccezionali, giochi di questo tipo stanno ottenendo un buon riscontro soprattutto tra i più grandi che, in qualche modo, sperano di poter rendere i loro figli più consapevoli e aperti alla diversità.

In base a quanto detto fino ad ora, non posso che essere favorevole alla realizzazione di giocattoli con qualche disabilità, purché questa loro “caratteristica” non venga enfatizzata eccessivamente. Non sarebbe bello, anche in questo caso, stracciare “le etichette”? Quanto sarebbe figo se la neo-Barbie si chiamasse “Barbie” e basta, come tutte le altre sue sorelle? Allora sì che avremmo davvero incluso la disabilità nella società, accogliendola al punto da non notarla più!

In questo, tua figlia Alice ci fa sbattare dritto in mezzo agli occhi la realtà più bella: il fatto che alla fine i bambini sono i primi a dimenticarsi, dopo due secondi, di ciò che è distante da loro, trovando connessioni magiche. Senza dubbio, la lezione più educativa di qualsiasi marketing sociale (sempre e comunque apprezzabile).

E chissà, magari, per lo stesso motivo, molto presto vedremo reclamizzati alla televisione, sui giornali oppure online, questi (ma soprattutto altri) giocattoli, proprio da un bambino in carrozzina o con sindrome di Down. E sempre magari, in quel preciso istante, la prima cosa che ci verrà in mente sarà: “Guarda che bel gioco, questo Natale lo regalo a mia figlia!”.

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