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I robot non licenziano le persone. Le persone (sbagliate) licenziano le persone

I robot non licenziano le persone. Le persone (sbagliate) licenziano le persone

Daniela Cadeddu

Notizie che si sono lette negli ultimi mesi e che temo potremo leggere anche in futuro. Notizie come queste due in particolare:

1) un operaio disabile è stato licenziato dopo trent’anni di attività perché sostituito da un robot; 2) un’azienda del triveneto sta perdendo importanti commesse perché non trova operai specializzati in grado di far funzionare le modernissime macchine che ha acquistato.

Due notizie agli antipodi: da un lato un operaio che vorrebbe lavorare e non può, dall’altro un’azienda che vorrebbe operai e non li trova.

In entrambi i casi, le macchine che “ostacolano” i normali processi di assunzione e l’inadeguatezza delle competenze del personale.

È colpa dell’uomo o della macchina?

Industry 4.0, la quarta rivoluzione industriale

Ne contiamo solo quattro ma è un processo iniziato con l’invenzione della ruota, passando per i mulini del medioevo.

Come nelle precedenti, l’evoluzione tecnologica toglie lavoro alla manodopera umana, almeno nella sua fase iniziale.

È nella natura stessa dello sviluppo tecnologico, e del genere umano verrebbe da dire, trovare soluzioni atte a rendere il lavoro più efficiente e meno faticoso. L’inconveniente, nella fase di transizione, è che chi “faticava” non è più necessario. Il risultato è che, nell’immediato, si registra un calo dell’occupazione nei settori coinvolti dall’innovazione tecnologica, progressivamente mitigato dall’ingresso di nuove professionalità sorte in virtù di quella stessa innovazione.

Lo sostiene l’imprenditore Paul Graham “Io credo che il fatto che alla fine il saldo dei posti di lavoro sarà positivo, è uno schema così antico e consolidato, che l’onere della prova del contrario spetta a chiunque lo contesti. E io francamente non vedo perché dovrebbe accadere” e lo conferma Leonardo Quattrocchi, docente di Business Development all’università LUISS Guido Carli “se è vero che il 28% dei lavori saranno sostituiti dai robot è altrettanto vero che industria 4.0 genererà il 35% in più di opportunità di lavoro nuove”

Perché ciò accada, come e più che nel passato, serve preparazione.

La globalizzazione ha portato l’industria 4.0 nel nostro Paese senza che questo si fosse preparato ad accoglierla. E la “rivoluzione” sta momentaneamente rischiando di travolgerci perché non eravamo preparati.

Uso il termine preparazione nel suo significato di formazione.

Ma la formazione di chi?

Del personale impegnato nelle imprese naturalmente, e anche – soprattutto – dei/lle titolari di quelle imprese che devono imparare ad affrontare le innovazioni e accoglierle come un’opportunità di sviluppo e crescita dei fatturati, in un’ottica di valorizzazione delle produzioni e dei/delle dipendenti.

E l’esigenza risulta evidente se Confindustria ha indicato al 4° di 10 punti del suo manifesto della “Responsabilità Sociale d’Impresa per l’industria 4.0” la formazione ed è confermata da una ricerca di “Fondirigenti” che ha rilevato un incremento della produttività pari al 12% medio nelle aziende che investono in formazione manageriale.

Ma le PMI italiane stanno reagendo lentamente e con grandi reticenze.

Perché l’essere umano si sente minacciato dal proprio ingegno?

C’è perfino chi profetizza scenari apocalittici in cui le macchine sostituiranno l’uomo in ogni attività produttiva e intellettuale e che le intelligenze artificiali si evolveranno autonomamente fino a sovrastarci e dominarci in una specie di Matrix in cui le persone saranno assoggettate alle macchine.

Non credo sarà possibile perché l’essere umano ha due caratteristiche peculiari che né la natura né la tecnologia sono mai riuscite a replicare: l’immaginazione e l’empatia.

Il genere umano è l’unico di tutto il mondo animale ad avere sviluppato la capacità di immaginare il futuro. È l’asso nella manica che ci ha consentito di dominare su tutte le altre specie, nonostante non fosse il più grande, il più forte o il più veloce.

È la caratteristica che ci ha consentito di sviluppare le arti, le scienze, la filosofia e la politica.

È stato rilevato che il nostro cervello dedichi la maggior tempo e delle energie nel tentativo di prevedere le conseguenze future di ogni azione del presente, così da organizzarsi per limitare al massimo i pericoli.

Le macchine elaborano dati ad una velocità esponenzialmente maggiore del cervello umano ma non esiste un algoritmo in grado di generare l’immaginazione.

Ciò rappresenta al momento l’ostacolo principale allo sviluppo delle autovetture senza conducente che non riescono a prevedere le reazioni umane.

L’empatia, o intelligenza emotiva, è la capacità di percepire le emozioni non primordiali delle altre persone.

È ciò che ci consente di entrare in relazione con gli altri “mettendoci nei loro panni”, capendo stati d’animo e sensazioni che possono scaturire da contesti esterni (ambiente, relazioni, comportamenti subiti, linguaggio).

E qui sembra proprio che le macchine non potranno mai eguagliarci, per la semplice ragione che rappresenta una specie di “dono divino” che non siamo in grado di comprendere a pieno e quindi di replicare.

Come lega tutto questo con le notizie di apertura?

Proviamo ad approfondirle.

L’operaio licenziato (cui naturalmente va tutta la mia solidarietà) per trent’anni “ha applicato tappi provvisori sulle taniche prima della verniciatura”, anche dopo aver perso l’uso di una mano.

A 40 ore settimanali, lo ha fatto per 62mila ore della sua vita.

La colpa della sua azienda, secondo me, non nasce il giorno del licenziamento.

Dura da almeno 20 anni: perché lo ha fatto vivere come una macchina, mantenendogli il posto di lavoro fintanto che il costo del macchinario non è diventato più basso del suo salario.

Perché in trent’anni di rapporto di lavoro, e dopo un grave infortunio, non si è preoccupata di formarlo e riqualificarlo, magari insegnandogli ad usare quella macchina che lo avrebbe accompagnato al pensionamento (4 anni) senza drammi. Perché ora qualcun@ sta facendo funzionare la macchina al suo posto.

L’azienda sapeva che ad un certo punto quell’operaio non sarebbe servito e ha deliberatamente deciso di disinteressarsene, senza prevedere, però, la sua reazione e il danno di immagine che ne è derivato.

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E poi c’è l’azienda evoluta, che ha investito decine di migliaia di euro in macchinari moderni e non trova chi sappia farli funzionare.

Come è possibile?

Nessuno li ha avvisati al momento dell’acquisto che sarebbe servito personale specializzato? Sono stati truffati?

L’azienda è in attività da anni, ha già operai e operaie nel suo organico e i macchinari non servono a lanciare nuove produzioni ma a migliorare quelle esistenti.

Nessun@ del personale interno potrebbe essere format@ ad usarle?

A sentire il titolare, non si è nemmeno posto la domanda. Lui vuole assumere neodiplomati/e e siccome nel suo territorio non ne trova, lamenta che in Italia c’è un’eccessiva scolarizzazione e i/le giovani non hanno voglia di lavorare (per la cronaca, in Italia meno del 43% della popolazione attiva è diplomata e meno del 16% laureata).

Perché non risolve formando chi è già assunt@?

Perché un/a neodiplomat@ entra con contratti agevolati (per il datore di lavoro) e perché le competenze richieste sono specialistiche per un operai@ con una certa anzianità mentre sono base per chi si è appena diplomat@; con il risultato che al/la prim@ dovrebbe aumentare lo stipendio mentre per l’altr@ non rilevano sulla retribuzione.

E allora, meglio che i macchinari restino spenti a prendere polvere, con il titolare che minaccia di chiudere (con relativi licenziamenti), sollecitando aiuti dalla Regione.

Se arrivassero in massa tutte le persone necessarie a far funzionare questi macchinari, che ne sarebbe di quelle che ora lavorano con quelli obsoleti?

Tra qualche mese leggeremmo che un esercito di robot ha licenziato decine di lavoratori e lavoratrici? Assisteremmo a servizi televisivi drammatici come se si fosse verificato uno tsunami?

Quanti di noi ricorderebbero che sarebbe stato il frutto di un’operazione pianificata e voluta e non responsabilità delle macchine fameliche?

E se invece quegli operai specializzati non arrivassero mai e l’azienda non riuscisse ad ammortizzare l’investimento?

Che ne sarebbe delle persone che ora ci lavorano?

La tecnologia è uno strumento straordinario per migliorare l’efficienza produttiva e la qualità della vita delle persone, operai inclusi.

Ma una macchina fa solo ciò per cui è stata progettata e costruita.

La scelta sul se e come utilizzare la tecnologia, la capacità di prevederne gli effetti sull’organizzazione del lavoro e la scelta di considerarne o meno le ripercussioni sul personale resta esclusivamente umana, così come la responsabilità.

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