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Cambiare lavoro senza cambiare lavoro (a qualsiasi età)

Cambiare lavoro senza cambiare lavoro (a qualsiasi età)

Marta Cavaliere
csambiare lavoro

Quando inizio a pensare “questa posizione comincia ad annoiarmi” vuol dire che qualcosa nella mia mente è scattato: è ora di cambiare lavoro e aria.

Lavoro da otto anni e ho sempre avuto il privilegio di svolgere dei ruoli che mi piacevano (e piacciono). Dopo un po’ di tempo, però, inevitabilmente gli stimoli vengono a mancare, prevale l’esperienza sulla conoscenza e – come gli anziani – si diventa insofferenti a certe dinamiche e inefficienze.
E poi cambiamo noi: ci interessiamo ad argomenti diversi, diamo un peso differente a ciò che ci accade intorno.

Cambiare lavoro diventa un’esigenza, la causa e al contempo la conseguenza di un certo malessere.

La trama è tipicamente questa: si cercano opportunità nell’azienda di appartenenza ma non ce ne sono, allora si scansa la pigrizia e si comincia con il volantinaggio di CV.
Anche “fuori” le opportunità appetibili scarseggiano, e le poche interessanti non sono per noi: apparentemente resta poco da fare, se non insistere e aspettare.

Ma se si provasse a ribaltare lo schema?
*** SPOILER ALERT *** Si può fare. Giuro.

Cambiare la mentalità: da dipendente a “imprenditore in azienda”

La definizione “dipendente” non induce ad avere un atteggiamento autonomo: siamo autonomi nel nostro lavoro, certo, ma sempre all’interno del nostro ruolo, di una certa delimitazione.

È da questa definizione che dovremmo iniziare ad allontanarci iniziando a pensare a cosa potremmo fare in alternativa al nostro lavoro attuale, che sia un’occupazione parallela o diametralmente opposta.
Iniziare a pensare da “imprenditori in azienda”: non attendere che si creino le opportunità o le giuste condizioni, ma farle accadere, muoverci per farle realizzare.

Proporre iniziative che congiungano i nostri desideri con dei potenziali benefici per l’azienda.

In quest’ottica il terroir su cui si fonda l’azienda ha un certo peso: se è un terreno fertile, incoraggerà le iniziative dei singoli. Altre volte invece le compagnie non sono propense al cambiamento, e ci si sente troppo piccoli per poter fare azioni concrete: ma è una sensazione.

Perché un bambino dovrebbe liberare un pesce dalla boccia d’acqua? È così carino, non disturba, gira nella boccia, lui lo nutre ogni giorno e magari con amore. Sembra quasi felice quando lo guarda. 

La sfortuna del pesce è che lui non può uscire dalla boccia (né parlare al bambino per farsi liberare), ma noi dalle gabbie del nostra mente si, possiamo uscirne. Bisogna solo avere un chiaro obiettivo e iniziare a pianificare il futuro che vorremmo.

Ostacoli da superare

Prima ancora di cominciare c’è una regola: imporsi di non seminare scuse.
Già lavoro troppo“, “ho famiglia“, “non voglio lavorare di più e rinunciare ai miei hobbies“. 

Il primo cambiamento deve essere mentale: dobbiamo predisporci a cambiare il nostro status attuale, ad abbandonare le nostre abitudini (e l’insoddisfacente comfort zone) e ripensare il nostro modo di lavorare. Siamo già troppo impegnati al lavoro? Impariamo a delegare, a ottimizzare. Ritagliamoci del tempo o, se possiamo, aggiungiamone un po’ da dedicare a questo progetto (più lettura e meno social, ad esempio). 

Fatte le giuste premesse, si passa ai fatti.

“Vorrei cambiare lavoro ma non so cosa fare”: l’importanza di darsi un obiettivo challenging

Che non crediate in voi stessi o che, come me, soffriate della sindrome dell’impostore, non importa: dobbiamo darci un obiettivo lavorativo e darcelo challenging. Scegliamo di perseguire qualcosa che ci piaccia, che ci appassioni, o che ci consenta di migliorare personalmente e professionalmente.

Potrebbe essere lavorare da un atollo delle Maldive, diventare un TED talk speaker, allevare bachi da seta. O, semplicemente, lavorare in un nuovo settore dopo 15 anni passati in un altro.

Non è rilevante che l’obiettivo sia raggiungibile: l’importante è che tutti i passi che faremo da oggi in poi, anche se leggermente fuori traiettoria, siano in quella direzione.

Fare corsi, leggere saggi e manuali, partecipare ad eventi dal vivo quanto online: dedicarci a quello che ci appassiona, che sentiamo il bisogno di conoscere. Che aggiunge un pezzetto di esperienza che ci manca. 

Ciò che importa non è la meta ma il viaggio: nel tragitto si acquisiscono competenze, incontrano persone, scoprono passioni che non avremmo mai immaginato. 

Come identificare un progetto? Trovando le giuste persone

Come ogni buon viaggio che si rispetti la differenza la fanno i compagni, sia che partano con noi o che si incontrino durante il tragitto: ricominciamo ad interagire con le persone, parlare con colleghi con cui non abbiamo dialogato prima, scoprire chi ha interessi simili ai nostri o diametralmente opposti. Si, prendiamo tanti caffè in compagnia. 

Soprattutto bisogna essere aperti a comprendere il punto di vista del prossimo, e a cambiare il nostro se necessario. Cercare ispirazione, cercare complici: ci sono molte più persone con i nostri stessi interessi (e insoddisfazioni) di quante ne possiamo immaginare. Si tratta di essere ben predisposti a cercarle. 

Un obiettivo, nuove basilari competenze e capacità di fare rete: abbiamo tutti gli ingredienti necessari a perseguire il nostro fine, cambiare lavoro senza cambiare lavoro.

Ora viene il bello: inventare il nostro impiego di domani

È qui che si devono coinvolgere le persone con valori simili ai nostri con cui ritagliarsi del tempo per pianificare e strutturare un progetto comune.

Quale tempo? I caffè, le pause pranzo e perché no, gli aperitivi.

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Quale progetto? Un’iniziativa che stimoli noi e che possa portare un beneficio all’azienda. Non dobbiamo brevettare un elicottero, sia chiaro: potrebbe trattarsi di un’ottimizzazione per gestire un software, di realizzare training interno su come scrivere e-mail o parlare in pubblico, di progettare un piano per rendere l’ufficio più green o per favorire il babysitting dei figli. 

Parlandone insieme, condividendo pareri e scambiando opinioni riusciremo a comprenderne i punti forti del progetto e migliorare quelli deboli, nonché i benefici per l’azienda che potrebbero convincerla ad appoggiarci.

Ultimo passo, pensare il ruolo che vorremmo avere in questo progetto qualora riuscissimo a realizzarlo: sarà la ricompensa che chiederemo a fronte dell’ottenimento del risultato.

Bene, non resta ora che mettere il frutto dei nostri ragionamenti su un paio di slides e prepararci a presentarle.

Prenderli alla sprovvista: fare una proposta anziché una richiesta

Innanzitutto: presentare le slides a chi?
Scegliamo un interlocutore adeguato che abbia la giusta autorevolezza in azienda e i giusti canali (di rete quanto comunicativi).

L’intento sarà di cogliere il povero malcapitato alla sprovvista: non si troverà davanti l’impiegato del “sono stanco di lavorare“, “voglio cambiare vita” o “voglio un aumento“, ma l’imprenditore aziendale che dirà fieramente: “sono qui con una opportunità“. 

Il progetto poi potrà piacere o no, essere geniale o poco praticabile ma la nostra proposta avrà un valore. Avrà un valore per lo studio che c’è dietro, per le riflessioni, per il miglioramento personale che ci ha apportato il lavorarci. Avrà un valore che sarà riconosciuto per il semplice fatto che siamo lì non solo a proporre un’opportunità all’azienda, ma a metterci in gioco.

I patti chiari e le amicizie lunghe

In quel momento non stiamo recriminando un cambio di lavoro, ma lo stiamo negoziando a fronte del nostro raggiungimento di un obiettivo: e non un obiettivo qualunque, non scelto da qualcun altro, ma deciso da noi.

Funzionerà? 

Non ve lo so dire.

Ma quello che posso dirvi è che da quando ho iniziato a vivere con questo mood e a lanciarmi in questi progetti (dentro e fuori dell’azienda) ne ho imparate di cose, ne ho fatte di esperienze, ne ho bevuti di caffè e conosciute di persone.
Ho cambiato idee, ho imparato ad ammettere (e provato a migliorare) i miei punti deboli. Mi sono arricchita e appassionata ad argomenti che credevo immensamente lontani da me.

E ho persino finito per scrivere un articolo su Purpletude.

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