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Spesso è necessario attendere (non è tempo perso e può essere bellissimo)

Spesso è necessario attendere (non è tempo perso e può essere bellissimo)

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Saper attendere non è una virtù, ma una condizione necessaria

Nell’epoca del tutto e subito abbiamo perso di vista la bellezza del tempo sospeso. Non parlo della pazienza come virtù, che a volte imbriglia alla staticità, ma dell’attesa, quella condizione in cui ti trovi inerme ad aspettare qualcosa o qualcuno. Quando aspetti la fatidica risposta di un colloquio, l’interesse dal tuo capo nei confronti del tuo progetto, lo spiraglio dopo momenti di difficoltà, la nascita del tuo bambino che tanto desideravi e… aspettavi, appunto.

L’attesa presuppone un’azione, il lancio di qualcosa, l’impegno nel portare avanti i tuoi obiettivi, la molla che fa partire l’ingranaggio.

Come nel flipper. Lanci la palla con tanta energia, poi attendi che la palla arrivi a tiro con la prima aletta mobile e rilanci, riprovi. Ma poi è tutta un’attesa, breve, ma intensa, vedi la palla schizzare in ogni dove ma tu non fai altro che aspettare che arrivi “a tiro” e premi di nuovo quei pulsanti.

L’attesa come opportunità di “spinta”. La forza che provoca uno spostamento. Il lavoro visto nella sua dimensione fisica. La vera essenza del lavoro.

L’attesa non è altro che il momento in cui elabori ciò che hai fatto e costruisci le tue aspettative.

Talvolta però logora, perché attendere con ansia l’esito della nostra azione può portare a un rallentamento del tempo e delle azioni. La summa di questa attesa è quella di Samuel Beckett “Non succede niente, nessuno viene, nessuno va, è terribile”, dice in Aspettando Godot. Ecco che nascono pensieri negativi, di crisi, quella vera. L’atteggiamento giusto invece è quello di agire nell’attesa, per far sì che sia utile alla buona riuscita del nostro obiettivo.

Pensiamo a un progetto digitale, ovvero la creazione di un blog. Gli esperti digitali ci dicono che prima che un blog diventi efficace e che tu possa essere riconoscibile per quello che fai, devono passare in media dai 3 ai 5 anni. È un bel lasso di tempo, ma sicuramente nel frattempo non devi startene con le mani in mano. Devi agire, pubblicare contenuti, dare voce a queste storie e far sì che il tuo scritto ti presenti al mondo intero. Si attendono i risultati ma si opera affinché siano sempre più vicini e raggiungibili.

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È un’attesa in divenire, un tempo sospeso che diventa concreto, compiuto.
Il tutto e subito è un’utopia anche nei nostri giorni frenetici. Sì, puoi usufruire di un servizio all’istante, puoi ricevere il pacco di Amazon in mezz’ora, ma non è questo che ci porta grandi risultati. È l’amore che mettiamo nel fare qualcosa, è il tempo che gli dedichiamo che rende il progetto o l’obiettivo prezioso, nostro.

Possiamo dire che far vivere il tempo sia l’azione da compiere, ciò che rende l’attesa qualcosa di “magico” è proprio questo “scolpire il tempo” come direbbe Andrej Tarkovskij, e riempirlo di energia creativa. E l’attesa si trasforma nel più alto momento creativo dove ogni soluzione deve essere studiata, valutata e applicata.

Pensiamo alla ricerca di lavoro. Se sono in cerca di occupazione posso inviare un curriculum e aspettare, ma meglio sarebbe se pensassi a varie soluzioni che mi permettano di presentarmi in modo originale, aprire ulteriori strade, creare relazioni nuove, appassionarmi di una nuova disciplina per far sì che l’attesa sia ripagata presto e, magari, in modo inaspettato.
E al caso non possiamo comandare.

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