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Scelgo me o gli altri? Non c’è da scegliere.

Scelgo me o gli altri? Non c’è da scegliere.

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“Se mi fido degli altri creo situazioni di reciprocità in cui gli altri possono fidarsi di me; e questo, alla fine, rafforza la fiducia che ho in me stesso”. Queste parole non sono di uno psicologo, ma di due giocatori di rugby italiani, Mauro e Mirco Bergamasco.

Quando passo la palla a qualcuno, quel qualcuno si sente “spontaneamente” portato a coinvolgermi nel suo gioco. E quando lui passa la palla a me, io sento che valgo. Quindi nel momento in cui decido di passare la palla a qualcuno che mi era accanto, sono io che creo le premesse del mio valore.

L’essenza di noi esseri umani è tutta qui. Siamo nati per passare la palla, alimentare il gioco di squadra e far succedere tramite il gruppo cose grandi, fuori dalla portata dell’individuo. E il tutto per un interesse assolutamente personale: il piacere.

Eppure, non sempre ci viene naturale assecondare la nostra essenza. Siamo tormentati e pieni di contraddizioni. Tutti i giorni un enigma ci accarezza la mente “Scelgo me o gli altri?” come se le due opzioni fossero inconciliabili.

Mi muovo in automobile o in treno? Prendo una bottiglietta di plastica nuova o ne riempio una vecchia? Alle strisce pedonali mi fermo e faccio passare i pedoni o accelero? Pago le tasse o non le pago? Faccio la ricevuta o non la faccio? Chiedo la ricevuta o non la chiedo? Aspetto i miei compagni o me li lascio alle spalle? In questi termini sembra che non ci siano alternative, in quanto o do la precedenza a me o la do agli altri.

Nella prospettiva di Mauro e Mirco, invece, l’enigma svanisce nel nulla, dal momento che proprio quando scelgo di scegliere gli altri in realtà scelgo me stesso.

Il rugby è uno strano sport in cui è vietato passare in avanti la palla e l’unico modo per avanzare è andare avanti, guardando indietro. Chi si lancia in un’azione individuale e avanza guardando avanti, rischia di trovarsi solo. Allora, meglio passare la palla prima di essersi spinti troppo in là.

Del resto, anche nella vita di tutti i giorni è così. Quando avanzi da solo, tutto proiettato in avanti, rischi di trovarti solo. Magari riesci ad arrivare ad un passo dal traguardo, ma sei così sfinito che potrebbero mancarti le forze per portare a termine il progetto.

Passare la palla e condividere il progetto diventa una scelta naturale, senza sforzo. È come se fossimo naturalmente portati a condividere i nostri progetti e a investire sugli altri per realizzare noi stessi. E non si tratta del freddo calcolo di un robot che decide di usare gli altri per convenienza. Avanzare in gruppo diventa scegliere la via a minore resistenza. Quasi un fatto piacevole. Così piacevole che siamo pronti a creare uno sport in cui non si può passare la palla in avanti, pur di enfatizzare la nostra abilità di avanzare in gruppo, di investire in un altruismo sano che alimenta un egoismo sano.

Gli esperti sostengono che il punto di forza dell’Homo Sapiens sia da sempre questo: la propensione a condividere il progetto e sfruttare la forza e l’intelligenza del gruppo.

Non si tratta di saperlo fare, ma di trovare piacere nel farlo. Farlo tramite gli altri è più piacevole che farlo da soli e a forza di farlo si impara a farlo bene.

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Provate a pensare a quando ottenete qualcosa da soli, grazie unicamente a voi stessi. Vi sentite deboli o forti? La risposta probabilmente è forti.

Adesso, provate a pensare a quando ottenete qualcosa grazie all’interazione con altri. Vi sentite deboli, forti o ancora più forti? La risposta probabilmente è ancora più forti.

C’è una piccola differenza! E come spesso accade, è la piccola differenza che fa la differenza.

Giocare di squadra alimenta un senso di forza calma e stabile, la forza di chi asseconda le proprie propensioni e alla fine si sente capace di resistere alle folate di vento più temibili, perché ci sarà sempre qualcuno che gli guarda le spalle.

Anche questo è #gowild

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