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I migliori non hanno fatto ritorno

I migliori non hanno fatto ritorno

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Le ho lette tutte d’un fiato le 123 pagine di “Uno psicologo nel lager” di Viktor Frankl.
E una frase mi si è letteralmente stampata in testa: “I migliori non hanno fatto ritorno”. La fortuna non è stata sufficiente. Chi è tornato dal quell’inferno ha manipolato il suo destino. Era finito sulla lista, ma è riuscito ad uscirne. Tuttavia, dal momento che la lista doveva sempre essere completa, quando qualcuno è uscito, qualcun altro è entrato al posto suo.

Ne avevo letti di libri sulla Shoah, sui campi di sterminio, sulle leggi razziali, sul nazismo. Tuttavia, mai avevo riflettuto sul fatto che chi è tornato potrebbe aver avuto bisogno di qualcosa di più della semplice fortuna. Viktor nel suo libro mi ha suggerito che quell’elemento in più è stato un gesto: aver mandato giù tutti i giorni la pillola amara che sono le contraddizioni della vita. La prima delle quali è che “I migliori non fanno ritorno”.

I migliori hanno fatto la cosa giusta e non sono tornati

Chi era armato di forza e intelligenza, di valori e conoscenza, è rimasto allibito.
Non ha sperimentato il vuoto che spinge a osservare e pensare, ma è affondato nello sconcerto che fa chiudere gli occhi e spegnere la mente.
I migliori non hanno potuto scegliere, hanno fatto la cosa giusta e non sono tornati. Chi era disarmato davanti alla follia razziale, invece, ha avuto un attimo per riflettere e scegliere come sopravvivere.

I migliori non hanno fatto ritorno perché non sono stati capaci di ingoiare la pillola amara, sudicia, sporca della follia razzista. Le loro risorse fisiche e mentali non lo hanno permesso. Per cui, davanti all’inspiegabile, al contraddittorio, al folle sono rimasti bloccati. Si sono sciolti come cenere al vento, lo sappiamo tutti benissimo. E noi giustamente li piangiamo.

Chi è tornato ha ingoiato la pillola amara

Quello che mi ha fatto tremare mentre leggevo il libro di Viktor è stata la sensazione che, davanti alle contraddizioni, ingoiare non sia stato né un atto intelligente, né un atto di forza, ma un atto di lucida debolezza. Chi era debole non ce l’ha fatta a stare nella lista, ha avuto paura, e si è dato da fare per uscirne.
Chi, invece, ha avuto la forza di starci ci è rimasto e non è tornato. E questo fatto è disarmante, tanto più che sappiamo che è vero anche nella nostra vita di tutti i giorni. Insegniamo ai più giovani a fare un po’ per uno, ma ci auguriamo che un giorno lascino tutto l’amaro agli altri o tengano tutto il dolce per sé.

Coloro che sono tornati è come se, morsi dal serpente, avessero lasciato che il veleno penetrasse dentro di loro. Una mossa da deboli se vogliamo, che ha richiesto grande lucidità. Una lucidità che ammiro e che contemplo a bocca aperta e con un forte travaglio interiore.

Vita mea anche potrebbe essere mors tua

Se fosse stata solo una questione di fortuna vi garantisco che la cosa non mi avrebbe fatto riflettere tanto.
Tutti i giorni ho le prove che la fortuna è cieca. Il fatto è che a volte sembra non essere solo una questione di fortuna. Chi è tornato dai lager ha fatto qualcosa che ha contribuito a creare la sua fortuna e a volte si è trattato di schivare un colpo pur sapendo che avrebbe potuto colpire qualcuno dietro di lui.

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Non posso fare a meno di riflettere sulla vita da questa prospettiva.

Vivere implica che ogni tanto io possa finire su una lista: la lista di chi deve andare o di chi deve rimanere, di chi sarà sottoposto a verifica e chi no. Talvolta, sopravvivere è togliersi da quella lista. Tuttavia, dal momento che la lista deve sempre essere completa, quando io mi tolgo dalla lista qualcuno su quella lista ci finisce al posto mio.

Vivere significa portarsi dietro questo dato di fatto (il fardello!) e imparare e farci i conti.

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