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Lavorare per vivere (e non il contrario)
Donna al lavoro

Ogni giorno una freelance si sveglia e si fa in quattro per sbarcare il lunario.
Per molte persone l’azienda è uno one (wo)man show: non ci si può permettere di perdere neanche un colpo, neanche una deadline, neanche un cliente. Per lo meno, se si ha l’intenzione di chiudere l’anno in attivo.

Mi rivolgo soprattutto a queste persone che hanno fatto del lavoro indipendente la loro unica fonte di sostentamento, ma credo che anche molte altre possano ritrovarsi: infatti, vorrei riflettere con voi sul fatto che lavoriamo “perché bisogna farlo”.

Le mie clienti mi dicono spesso frasi come:
Lavoro un paio d’ore dopo cena e poi sono troppo stanca per fare altro e vado a letto” oppure “Sì, lo so, avevamo deciso che mi sarei svegliata prima per fare colazione con calma ma ne ho approfittato per rispondere a qualche e-mail”.

Come coach, io tendo a rispondere con un moderato “Parliamone…” che però, nella mia testa, era partito come un “No, no, no e poi no”.

La fregatura più grande: il lavoro nobilita l’uomo

Ah, perché? Mandare avanti una vita di coppia sana ed armoniosa non ci nobilita?
Passare del tempo a studiare, crescere, viaggiare, fare esperienze… non ci nobilita?

E di contro, se trasformiamo il lavoro che abbiamo scelto nella nostra arma letale, questo cosa fa di noi?
Personaggi del Cluedo, alla meglio. La signorina Giulia, in ufficio, con il Modello 730.

Questo vuol dire che il più bel lavoro del mondo non stufa mai? Certo che sì. Normalizziamo questo fatto: ogni attività comporta delle cose fastidiose da fare, ed è normale trovarsi a voler mandare a quel paese una decina di persone alla volta, ogni tanto. Enfatizziamo: ogni tanto.

In quale scenario vogliamo essere?

Bisogna trovare la quadra e capire in che scenario siamo o, per lo meno, vorremmo essere.

Scenario A:
Il lavoro è organico alla vita, e quindi include e facilita le cose che sono importanti per noi.

Un esempio di questo scenario può essere quello della mia cliente L, che ha lasciato un lavoro che detestava per dedicarsi ad un altro che sa fare bene, che le piace e che può fare da casa, facendo vedere ai suoi tre pargoli che si può scegliere!

Quando è venuta da me, L voleva un po’ di aiuto nel reintegrare le altre parti della vita che erano rimaste indietro: la vita di coppia con il marito, il tempo libero, i momenti di studio per migliorarsi nella sua attività. Insomma, un po’ tutto a parte il lavoro. E così abbiamo fatto.

Ci siamo riuscite non perché io l’abbia ipnotizzata con magici incantesimi, ma semplicemente perché L aveva capito la parte più importante: la vita è il nostro parco giochi, e sta a noi darle la forma che desideriamo.
Con i nostri giochi e insieme alle persone che scegliamo noi, e se qualcosa o qualcuno va bene per i parchi degli altri non è detto che debba andare bene per il nostro.

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Scenario B:
Il lavoro è la nostra principale fonte di gioia e preoccupazione.

In questa situazione, spesso lasciamo che i risultati lavorativi ci definiscano come persone, facendo sì che la nostra immagine di noi stesse sia trascinata a destra e a manca da fattori sui quali non abbiamo il controllo.

Attenzione: in questo scenario si può anche avere successo. Talvolta molto, visto l’impegno e la mole di lavoro che si è disposte ad affrontare.
Peccato che il prezzo sia un’anima stracciata, che non ha posto per quelle cose che rendono la vita degna di essere vissuta e che il denaro potrebbe anche rendere più facili.

La buona notizia qui è: si può sempre scegliere.
La cattiva notizia invece è che si può sempre cambiare scenario, e se non stiamo attente il rischio e di ricascare sempre nel secondo.

E tu, in che scenario sei?

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