Stai leggendo
Le aspettative sono morte (tipo un lavoro, una vita tranquilla e altre cose facili)

Le aspettative sono morte (tipo un lavoro, una vita tranquilla e altre cose facili)

Enrico Chiari

Le nostre aspettative normali, ormai, sono morte. Defunte, col passare del tempo.

L’amaro in bocca prolungato è per chi si ostina a non accettarlo.

Le nostre aspettative di occidentali fortunati sono tramandate di generazione in generazione e condizionano le decisioni delle persone. Che siamo noi.

Si riassumono all’incirca così.

  • Una vita tutto sommato tranquilla.
  • Un lavoro che rimane tra le nostre mani.
  • Una ricchezza che è fatta essenzialmente di denaro e di cose.
  • La tranquillità della garanzia “sposati e sistemati”.
  • I matrimoni ‘fisiologicamente’ duraturi.
  • Il diritto acquisito di pensioni future garantite.
  • La presenza di politici vicini al cuore del popolo.
  • Le banche e la Chiesa amiche nel momento del bisogno.
  • Un sottile senso di immortalità, fin quando non arrivano certi tipi di problema.

Inoltre, con un po’ di umorismo cinico popolare:

  • La distanza ‘meno male’ da flussi migratori tragici.
  • Le catastrofi naturali che ‘scelgono’ principalmente Africa, Asia e Sud America.
  • I cambiamenti climatici di cui ‘se ne sente parlare, ma speriamo che non da noi’.

Bene. A questo punto cosa faccio?

Apro il vocabolario. E a caratteri cubitali c’è scritto:

ILLUSIONE

/il·lu·ṣió·ne/

Proiezione in ambito immaginario di elementi che non troveranno corrispondenza nella realtà contingente.

C’era una volta il ventesimo secolo

Le persone nate negli anni ’50 (ma anche un po’ prima e anche un po’ dopo) sono cresciute assieme a queste aspettative. Sono le loro sorelle, queste aspettative.

Hanno avuto la fortuna di nascere quando la storia stava decollando oltre confini impensabili. E hanno avuto la fortuna di godere di agi a disposizione solo dei sovrani (!) nei secoli precedenti.

Queste persone hanno circa l’età dei miei genitori. Queste persone sono i miei genitori.

Loro mi hanno insegnato lezioni senza tempo che, quanto a solidità, hanno i millenni contati.

Hanno costruito case, creato rapporti di fiducia e generato famiglie che hanno ancora fondamenta solide.

Hanno improntato la mia educazione sulla gentilezza, l’umiltà, la coerenza tra dire e fare, il rispetto verso l’altro, il senso di comunità, l’amore per la bellezza, la cura di ciò che si ha, il carattere trasparente dell’onestà, l’inevitabile accettazione del sacrificio e della perseveranza paziente.

Ma in questo racconto c’è anche il MA. E c’è pure il PERÒ.

Non è una mia decisione, lo ha deciso la realtà.

La generazione dei miei genitori pare che abbia una paura tremenda del futuro. O meglio, della velocità dei cambiamenti che stanno avvenendo.

Questa generazione è preparata a tenere duro di fronte alle difficoltà quotidiane, a proteggere la famiglia dai ‘grilli per la testa’, a risparmiare denaro come formiche. Ma non sembra preparata ad adattarsi alle ultime invenzioni sociali.

Si accorge  che molte certezze si stanno sgretolando, che abitudini per loro comuni stanno cambiando, che quelli che erano valori stanno diventando ‘opzioni nel menù’.

Lo storico israeliano Yuval Noah Harari dice che siamo prossimi alla confluenza di due grandi rivoluzioni: quella biologica e quella tecnologica.

Riapro il vocabolario.

RIVOLUZIONE

ri·vo·lu·zió·ne/

Movimento organizzato e violento col quale si instaura un nuovo ordine sociale o politico.

Nella mente dei miei genitori, questo termine li porta a Parigi nel 1789, oppure tra i bolscevichi russi nel 1917. Si immaginano a pochi passi da Ernesto Guevara, a Cuba, mentre viene rovesciata la dittatura di Batista. Oppure nei pressi di Teheran, nel 1979, mentre sta per essere abbattuto il regime dello Scià.

Ma non è questa la rivoluzione che sta avvenendo.

Pochissimi tra noi percepiscono l’incredibile rivoluzione biologica che stiamo vivendo. Pochi comprendono realmente che stiamo decifrando i misteri del corpo umano, in particolare del cervello e dei sentimenti.

E forse non percepiamo nemmeno la destabilizzante rivoluzione tecnologica, che sta raccogliendo ed elaborando dati come mai successo nella storia (quella che abbiamo studiato finora).

Magari ti interessa
Donna al lavoro

E se provassimo a conoscere il futuro?

No, io possibilmente non lo farei.

I ricercatori universitari Gerd Gigerenzer e Rocio Garcia-Retamero hanno effettuato una ricerca chiamata “Cassandra’s Regret: The Psicology of Not Wanting To Know”, pubblicata all’inizio del 2017.

Hanno scoperto che più dell’85% dei partecipanti (abbondantemente adulti) non mostravano interesse nel conoscere il futuro. Sia per le possibili novità negative, sia per quelle positive.

Niente di strano: nemmeno io vorrei conoscere a priori il mio futuro. Però non posso proprio permettermi di immaginarlo come un romanzo già scritto.

Perché il futuro può essere plasmato. Piccolo dettaglio fondamentale, che a scuola di solito non dicono. O non dicono in questi termini.

Il futuro si può plasmare perché non ne è predefinito il contesto.

Tradotto? Tu hai un impatto. Io pure. Potentissimo o minimo, lo scegliamo noi. Dormendo o creando pensiero, continuiamo a sceglierlo noi.

Verbi attivi: progettare, modellare, coltivare

Una delle forme più alte di coraggio di quelli della mia generazione sarà dare una direzione al futuro. Ne sono così convinto che sono disposto a occuparmi di questo ideale.

Occuparmi in modo non-violento (nel secolo scorso avrei detto “battermi”).

Per farlo, è ancora necessario avere lo stesso elemento-spartiacque presente in ogni epoca storica: il coraggio.

E noi nel nostro piccolo, cosa potremmo fare?

Qualche idea sul tavolo c’è.

  • Riequilibrare i nostri stili di vita (limitando il consumismo perverso, ma evitando il pauperismo miope).
  • Spostare l’attenzione su elementi essenziali dell’evoluzione personale (meno possesso fine a se stesso, più congruenza essere-fare-avere).
  • Scommettere comunque sull’essere umano: può sembra una scemenza, ma è ancora l’animale con l’intelligenza più impattante in questo pianeta.
  • Ri-generare pensiero, percorsi, correnti. Ri-creare. Come nel Ri-nascimento, senza sconfinare nel Medioevo.

Per tutto questo, la scatola delle soluzioni magiche è sempre vuota.

Però sappiamo una cosa sull’impasto: menti accese, cuori caldi e desideri pulsanti valgono come farina, uova e latte.

Possibilmente non raffinati e ‘a chilometro poco’.

Cosa ne pensi?
Bellissimo
0
Interessante
0
Non so
0
Pessimo
0
Torna in cima