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Ivano Porpora

Stamattina ho contato: dieci. Dieci volte ho amato in vita. Sono come le volte che son tornato al mio stanzino, da una stanza che le consuetudini e gli obblighi e un qualcosa che chiameremo: crescere, decidere, deviare mi hanno costruito intorno – ma di cartongesso, che al primo quadro che appendi viene giù. Non mi si venga a dire che si ama una volta sola, le altre son duplicazioni, fatto lo stampo va rotto: le regole d’oro varranno per voi, qui hanno annoiato decenni fa, hanno crepato queste mura e incrinato i suoni, il mio amore è mio [parole d’ordine: coito, sorriso, lacrime, fammi del male, quadri, libri, piano, cautela, Chopin, dolore, qui], il mio Cristo è mio [parole d’ordine: polvere, casa, muri, fare, sguardo, misericordia], i miei libri e film miei [parole d’ordine: troppe, tutto]. Mi sono asserragliato in casa in questi tre anni boccheggianti per dare un valore a tutto, ripulirlo dalla polvere del tempo con questi occhi miseri e misericordiosi insieme, capire cosa andasse buttato, buttarlo.

Il primo amore si è chiamata Rossella. Il cognome non lo so; avevo sette anni, o forse, era il 1982 o forse, era la maestra di seconda elementare, ci sorrideva parecchio, aveva riccioli mal tenuti che le scendevano ai bordi del viso a formare una sorta di capigliatura da persona stanca. Noi giocavamo a farla arrabbiare; Emiliano un giorno prese un calcio alla schiena, lo ricordo, quando lo racconto mi dicono che sia impossibile, ma i bambini sanno cosa sia possibile e cosa no, cosa sia imputabile alle memorie e cosa invece attenga al mercato delle fantasie – i soldatini degli yankees, verdi, che combattono a fianco degli Apaches, non avevo mai capito che cosa fosse quel soldatino, ora so che era uno sminatore; i Duplo tristemente usati a completare i Lego quando i Lego eran finiti; Clarabella che saluta Orazio da dietro lo steccato e ti chiedi se stiano insieme o no, Orazio di cognome fa Cavezza, si sa.

M’aveva preso in simpatia; aveva maglioni vivaci, non credo avesse trent’anni. Mi sorrideva. Fosse perché a scuola ero bravo, sapevo scrivere da tempo perché mi mettevo a copiare i compiti di mio fratello che era già in quinta elementare ed era il mio eroe, forse perché ero un buono apparente e son sempre stati i miei preferiti, i buoni bastardi e i cattivi buoni; l’incoerenza è sempre stata un valore, qua.

Perché abbia amato la maestra Rossella poco importa: è stata una cosa che è durata tanto poco che mi si appanna nella memoria, quando si sminuì alla mia vista diventò un: Tutto qui?, i suoi capelli mi si afflosciarono davanti agli occhi, il suo sguardo non avrebbe retto a quello della professoressa di filosofia che avemmo per un solo anno, in terza liceo.

Però una cosa di Rossella è rimasta nella sacca. Era bellissima, quando l’amai. E non credo che fosse bellissima perché l’amai, nel senso: non era bello il mio sguardo. Brodskij dice: “L’occhio non si identifica col corpo, ma con l’oggetto della propria attenzione”. Io dico, da allora: “L’amore è un elemento che ha diverse dimensioni. Come la luce si comporta a onde e particelle, così l’amore può essere un urto, un vento, un collante”. In quanto collante, unisce e catalizza le parti dell’amante e le parti dell’amato, questa unione avviene in particolare negli occhi; ed è per questo che in amore e nell’abbandono gli occhi non possono fare a meno di lacrimare.

Ma di queste lacrime non mi accorsi con Rossella. Ero troppo piccolo, seppellii i miei dolori sotto un plaid sotto il quale mi rintanavo a leggere Topolino, disegnare. Fu dieci anni dopo, con M.

Ma ne parlo la prossima volta.

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