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Ciatu de lu me cori

Ciatu de lu me cori

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Ahj ahj ahj ahj moru moru moru moru / ciatu de lu me cori l’amore mio si tu

Mi sono infilata i tuoi pantaloni perché i miei si erano bagnati di pioggia.
Mi stanno larghi.
Chiaro! Sono da uomo.
Quelli di mio fratello mi vanno bene, però.
Tuo fratello peserà si è no cinquanta chili, ti credo che ti stanno.
Dovevamo solo andare a casa dalla spiaggia, non mi avrebbe vista nessuno ma quei pantaloni cargo, di stoffa troppo pesante per l’estate, che mettevi sempre per coprire le ginocchia a X, mi facevano sembrare un sacco.
Marghe dai, è solo da qui alla macchina, io devo venir via in costume con queste gambe da stambecco, che dovrei dire!

Io amavo le tue gambe da stambecco e quei tuoi nei grossi, in rilievo sul petto, che sembravano una piccola scia di meteoriti pronti a caderti fuori dalla pelle.
È la galassia da dove provengo – dicevi.

Siamo stati insieme cinque anni, convissuti quattro e tre quarti, un colpo di fulmine a regola d’arte: visti, presentati, piaciuti, baci, sesso e chiavi di casa. Poi ti sei ammalato e mi sono arrabbiata perché non me lo dovevi fare.

Da quando te ne sei andato la mia vita è diversa; anche se ci siamo conosciuti da grandi, quando già lavoravamo e abitavamo soli, stare insieme ci aveva modificato abitudini, ritmi, gusti e impegni. A parte il lavoro, perché quello è rimasto uguale per entrambi, la nostra quotidianità era diventata l’unica vita conosciuta, quella che, senza accorgertene, diventa un inizio che offusca quello che c’era prima. Da lì potevamo solo crescere, costruire, avevamo progetti, desideri e piani di viaggio.

Con la tua passione per il cibo e per il vino avevi contagiato anche me che sono sempre stata ignorante in fatto di vino, ma che adesso saprei riconoscere un riesling dell’Alsazia da uno della Mosella. Il mio amore per le storie e la scrittura invece, ti avevano incuriosito tanto da essere diventato il mio primo lettore. Io mi fidavo e aprivo le pagine Word con te seduto vicino; sapevi già che ci sarebbe stato un personaggio chiamato Stella e che ogni dieci righe avrei messo una parola che facesse pensare all’acqua.

Cu ti lu dissi che t’haju a lassari / megliu la morti e no chistu duluri

Sto facendo tutto quello che facevi tu, un po’ alla volta. Ho costruito un paio di librerie solo con i mattoni refrattari e le assi di legno, falcio l’erba due volte al mese stando attenta a non farla troppo corta altrimenti secca, non alzo mai al massimo il volume dello stereo perché le casse non reggerebbero e le frequenze medie si perderebbero tra le alte, mi riposo, quando posso anche in mezzo alla giornata, fosse solo per dieci minuti, con il telefono silenzioso e lontano, le gambe alla stessa altezza del cuore e le mani sotto la nuca.

Vieni qui, Marghe, sdraiati con me solo cinque minuti.

In casa non c’è più nessun segno di te. Ho bruciato i vestiti nel bidone del giardino e mi sono quasi intossicata con il fumo, ma ci sentivo un po’ del tuo profumo e non potevo smettere di respirare, ho regalato i vinili e tutti i libri di cucina con gli appunti a matita sulle ricette che avevamo provato insieme, ho buttato il pettine e il gel che ti mettevi prima di uscire perché ti piaceva essere in ordine, lo spazzolino, perfino i calici con l’imboccatura stretta che usavamo solo per la birra, rotti e buttati nel vetro. Ho comprato lenzuola e asciugamani nuovi, e portato tutti i corredi vecchi alla Caritas, ho donato al mercatino il tuo armadio e liberato il cassetto del comodino ma dentro ci ho trovato una nostra foto, eravamo a Salina, un primo piano di due teste appiccicate e sul retro una delle tue tante dediche che ho distrutto insieme alla foto non se ne va dalla memoria: duci comu lu zuccuru, bedda comu u ceusu iancu.

Lu primu amuri lu fici cu tia /e tu schifusa ti stai scurdannu a mia

Da qualche settimana frequento un corso di cucina perché sono sola e mi sono stancata di mangiare le buste. Il signor Armando è il mio compagno di fornello, (mi chiede lui di chiamarlo così) ed è un vecchio che però non sembra esserlo e io credo davvero che sia te se fossi riuscito ad avere ottant’anni. Quando l’ho visto tagliare la cipolla e il suo pollice ha fatto lo stesso movimento a scatto che facevi tu, mi è venuto quasi un mancamento, poi si è passato il dorso sulla gota per asciugarsi una lacrima e tu eri di nuovo lì, quando mi dicevi che bastava passare la cipolla sotto l’acqua e il bruciore si sarebbe evitato.

All’ultima lezione, il signor Armando mi ha detto che ho dei bei seni e lo schiacciapatate con il quale stavo facendo i passatelli mi è quasi caduto nel brodo bollente. Non è saltato fuori con la frase proprio così; mi stava dicendo che aveva aspettato la fine del corso per dirmi che, tra tutte le coppie della classe, noi eravamo i meglio assortiti e che io ero la più bella, quella con il fisico più tonico, le gambe più lunghe e i seni più proporzionati rispetto alle altre e ai loro corpi, e poi ha ripetuto signorina Margherita, lei ha proprio dei beni seni. Il signor Armando è alto e in questo, invece, tu e lui non vi somigliate per niente. Tu eri alto come me, forse anche un paio di centimetri in meno, e quando mettevo i tacchi mi guardavi sempre le tette e mi dicevi che il panorama, da lì sotto, non era niente male e io rizzavo la schiena e mi eccitavo al pensiero che quando sarei “scesa”, le nostre bocche sarebbero ritornate alla stessa altitudine e ci saremmo amati con grazia e quel filo di imbarazzo che non va mai via e poi con foga, con quella voglia forte di entrarci dentro che non abbiamo mai perso; fureghin ti chiamavo, perché il mio dialetto non ho fatto in tempo a spiegartelo bene ma avevamo concordato che alcune parole dovevano rimanere così, secche.

Ho chiesto allo chef di uscire e lo so che durante le sue lezioni non si può fare, ma credo mi abbia vista tutta rossa in viso e mi ha detto di sì. Fumando una sigaretta, seduta scomoda sul porta bici davanti all’istituto alberghiero, ho comprato un biglietto per andare in Francia, a Reims, a bere lo champagne direttamente nelle cantine dei produttori. Ho deciso anche che devo dire ai miei che Vicenza non è più casa mia e non lo è nemmeno Roma e che io, una casa vera, non la voglio perché tu non ci sei. Ho mandato un messaggio a mia madre e le ho scritto che le voglio bene e che sarei partita per qualche giorno.

Basta che stai bene, mi ha risposto, e ha aggiunto un cuore viola alla fine.

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Sono rientrata in classe e tutti avevano già impiattato i passatelli e il signor Armando lo aveva fatto anche per me. Alla vista del piatto fumante, che aveva decorato anche con un rametto di timo fresco, l’ho abbracciato schiacciando il mio petto contro il suo e gli ho detto grazie, gliel’ho detto tre volte e lui ha sorriso accarezzandomi la testa, andrà tutto bene signorina Margherita, andrà tutto al suo posto.

 

Al duty free dell’aeroporto ho rubato una bottiglia di vino rosso, è stato facile staccare l’antitaccheggio perché c’era un’enorme comitiva di giapponesi che metteva le mani dappertutto. L’imbarco è andato liscio, non mi hanno nemmeno chiesto i documenti, mi è bastato il telefono con il QR code e sono passata. L’hostess ferma sul portellone ripeteva “buongiorno, buongiorno, buongiorno” e sembrava che dalla bocca le uscisse carta velina tant’era leggera la sua voce, un suono vuoto.

La bottiglia di vino l’ho bevuta tutta in volo, un Furore della cantina Marisa Cuomo, un vino della costiera amalfitana spremuto da uve cresciute sulle terrazze a picco sul mare, e ho ascoltato in loop, per l’esattezza sessantadue volte, la canzone che mi avevi dedicato al nostro quinto appuntamento e che non ho capito fino a che non me l’hai tradotta.

Forse sono l’unica che è arrivata in Champagne già ubriaca ma è andata così, continuo a fare cose che ti avrebbero fatto ridere e a me, il ricordo del tuo sorriso, mi serve per andare avanti.

Paci facemo oh nicaredda mia
ciatu di l’arma mia (l’amore mio si tu)
paci facemo oh nicaredda mia
ciatu di l’arma mia (l’amore mio si tu).

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