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Comunicare bene è da bravi comunicatori, non da brave persone (e viceversa)

Comunicare bene è da bravi comunicatori, non da brave persone (e viceversa)

Leonardo Dri

Guardai negli occhi il mio cliente, il titolare dell’azienda, senza distogliere lo sguardo. La mia voce era calma, mentre gli spiegavo con chiarezza, e pur con un linguaggio colorito, davanti al gruppo dei suoi manager, che era il suo comportamento, più del loro, che stava creando danni all’azienda.

Quasi in slow motion, potevo vedere una vena sulla sua fronte che si gonfiava, mentre riusciva a stento a contenere una reazione di rabbia, formulando risposte sempre meno lucide, nel corso della consulenza. I manager mormoravano assenso alle mie parole, e questo non faceva che accentuare il rossore sulle sue guance.

Alla fine della sessione se n’è andato senza salutare.

Chiunque avesse osservato lo scambio avrebbe probabilmente tratto una conclusione univoca: quel cliente l’avevo perso, definitivamente.

Eppure, solo dopo due settimane ci rivedemmo. Il contesto era identico, ma lui era diverso. Riflessivo, se ne stava in silenzio. Quando, prima, ad ogni mia affermazione appariva un sorrisetto squalificante, e si apprestava a spiegarmi perché no, in quell’azienda non funzionava così, ora era attento e concentrato; soppesava con attenzione ogni parola che pronunciavo, senza perdersene nemmeno una.

Era catturato.

Quando si parla di comunicazione, resto sempre affascinato dai pregiudizi dalle persone sull’argomento. Quando chiedo a cosa serva la comunicazione in un’aula, ad esempio, spesso mi sento rispondere che permette di evitare i conflitti. Insomma, una comunicazione non aggressiva fine a se stessa. Il sogno Hippy che si realizza con quarant’anni di ritardo.

Eppure, per chi studia la disciplina è chiaro che non sia questo il caso, e per rendersene conto è sufficiente guardare l’attuale comunicazione politica italiana: senza entrare nel merito sulla bontà delle idee del governo, siamo costretti ad ammettere che dal punto di vista comunicativo è molto potente, ed è incentrata sull’aggressività. Contro la vecchia classe politica, contro il diverso, contro il nemico da sconfiggere. Una comunicazione che fa leva sulle emozioni profonde delle persone, che ne risultano catturate e coinvolte.

Ma senza addentrarci in politica, torniamo alla nostra quotidianità. Potremmo suddividere, rozzamente, un atto comunicativo in tre fasi:

  • Intenzioni: il pensiero che sta dietro la comunicazione, o gli obiettivi che ci poniamo nel comunicare;
  • Azioni: l’atto comunicativo vero e proprio;
  • Conseguenze: gli effetti che la nostra comunicazione produce sulle altre persone, e su noi stessi.

Un altro pregiudizio comune che incontro è che quello che conta sono le intenzioni. Insomma, scimmiottando le parole di Massimo Troisi, sono responsabile di ciò che dico, non di quello che capisci.

Si tratta, in effetti, di una visione estremamente naif della comunicazione: da sempre chi studia questa disciplina definisce le proprie azioni proprio a partire dagli effetti che vuole produrre.

Insomma, credo che sia Martin Luther King, che Adolf Hitler, che Steve Jobs non abbiano raggiunto la posizione che hanno raggiunto per caso, grazie alle buone intenzioni, ma con azioni deliberate.

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Il che fa comprendere come la Comunicazione, di per sé, non sia una disciplina buona, né cattiva, ma ciò che fa la differenza sono le intenzioni e soprattutto gli effetti che si producono.

Ecco, quindi, che una comunicazione aggressiva e squalificante, mi ha permesso di costruire con un titolare d’azienda, una relazione funzionale allo svolgimento di un buon lavoro insieme. Mentre se avessi voluto a tutti i costi evitare il conflitto, probabilmente non sarei riuscito altrettanto bene.

Insomma, se le nostre intenzioni sono dettate dalla nostra etica, dai nostri principi e dai valori, quello che fa davvero la differenza sono gli effetti che produciamo.

Wittgenstein diceva che le parole sono come pallottole, e a me piace pensare che ciascuno di noi nasca con questa pistola. La maggior parte di noi, però, si limita ad agitarla sopra la testa, con le migliori intenzioni del mondo, senza però preoccuparsi dei colpi che partono, e che potrebbero anche ferire qualcuno.

Anche tu, quindi, puoi scegliere se imparare ad usare quella pistola, e diventare davvero responsabile delle pallottole che ne escono. Oppure accontentarti delle tue buone intenzioni.

Ma ricorda, come diceva Oscar Wilde, con le migliori intenzioni si ottengono gli effetti peggiori.

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