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L’amore ai tempi della collera (e dei lavori domestici)

C’è una guerra silenziosa che si combatte tra le mura di casa. I campi di battaglia sono la cucina, il bagno, la gestione dei figli. E la tregua diventa sempre più fragile.

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Ho appena prenotato due visite mediche in un centro specialistico. Una per me e una per mio figlio.

Sempre oggi, dal dentista oltre alla mia pulizia dei denti, ho anche pianificato gli appuntamenti per mio figlio.

Appena rientrata mi sono ricordata delle caramelle da portare all’asilo per il suo compleanno. Devo anche ricordarmi di iscrivere la grande in piscina domani e pianificare la sua visita medico sportiva.

C’è in ballo anche il regalo da impacchettare che sta nell’armadio e ancora non ho fatto in tempo perché ho questo articolo da scrivere e dei radio da consegnare urgentemente, ho anche un appuntamento il pomeriggio e starò via fino a questa sera.

Normale routine, direte voi?

Insomma, perché nonostante io sia una freelance e possa decidere come giostrarmi il lavoro, in automatico tutto quello che riguarda i figli passa sempre sulle pagine della mia agenda, non su quella di mio marito? Per lui è normale arrivare a casa e chiedermi se ho sentito la pediatra per la febbre del piccolo o se ho ritirato in comune la carta di identità rifatta.

La cosa bizzarra è che lui è libero professionista tanto quanto me e con un’agenda altrettanto elastica.

E quindi?

La routine che logora

Noto che molto spesso – anche parlando con le amiche noi donne veniamo delegate dai nostri compagni a fare tutto quello che riguarda la gestione della casa e dei figli. In toto.

La domanda frequente che lui mi fa è: L’ho fatto? Ci ho pensato? Ho eseguito?

Anche colpa nostra (mia, in questo particolare frangente) se non deleghiamo e se continuiamo ad andare avanti come trattori.

Se faccio lo schema di una mia giornata tipo comincia con la sveglia, mi alzo, doccia, poi sveglia bambini, li preparo, colazione, mio marito prepara la merenda per la scuola, poi lui porta la grade e io un’ora dopo il piccoletto all’asilo.

In quei 60 minuti io rifaccio tutti i letti, do una passata di disinfettante al bagno, se c’è da stendere stendo o carico la lavatrice, svuoto la lavastoviglie se è piena, la riempio se ci sono piatti in giro, pulisco la sala e rassetto per dare una parvenza di normalità alla casa.

Poi, una volta consegnato il piccolo all’asilo, torno e comincio a lavorare.

Non faccio mai tutto in modo lineare: se sto facendo una cosa e incappo in qualcos’altro, mi fermo e comincio anche l’altro lavoro per paura di dimenticarmene. Stacco giusto all’ora di pranzo, poi riprendo fino a sera con varie pause per il ritiro dei figli a scuola. La sera, per chiudere in bellezza, può essere che debba anche stirare.

Ma almeno la cena la prepara sempre lui.

Tutto qui?

No, perché ogni volta che c’è qualcosa, dalla bolletta da pagare al veterinario per il gatto, immancabilmente viene infilato nella mia agenda.

Perché?

Perché evidentemente si pensa che il mio lavoro sia più semplice (vai poi a capire perché) – o l’aspettativa in automatico è che io lo possa fare.

Non mi sono mai sentita dire “ci penso io”.

Mi sento continuamente dire “pensaci tu” e io lo faccio, sia per non dover litigare, sia perché il più delle volte lui finisce col dimenticarsene, o fa le cose male, e io tendo a non tollerarlo. Mi rendo conto che non delego anche perché se il lavoro non viene fatto come dico io, la prendo sul personale. Non riesco a concepire che l’altro possa averlo fatto secondo una sua metrica. O è la mia, o non va bene.

E allora faccio io.

La stanchezza dei generi

Il carico mentale è questa cosa: questa mia colpevole incapacità di delegare.
E di mancanza di accettare le deleghe dall’altra parte.

È il dare per scontato che uno dei due se ne occupi, e il più delle volte è la donna.

In Italia ancora la maggior parte delle donne fa come me e si addossa tutto il peso dei lavori domestici.

Spesso quando si comincia la vita di coppia in automatico l’aspettativa è che sia la donna a occuparsi della casa e dei figli, indipendentemente dal fatto che partecipi comunque alla vita economica della coppia.

Vai a sapere perché la stanchezza del maschio è più stanchezza di quella di una donna.

La dipendenza che snerva

Il più delle volte ci si sente dire “ma io lavoro!” quando si chiede di partecipare alle fatiche casalinghe, come se noi invece fossimo pagate per divertirci.

Oppure, grande proposta di solito è “dimmi cosa devo fare”. È una frase che tende a farmi innervosire molto, perché ve lo dico, non ho il tempo di stare a fare anche elenchi a chi vive con me: lo dovrebbe sapere che cosa c’è da fare in casa.

La regola in questi casi è semplice: se qualcosa è fuori posto rimettilo a posto, se qualcosa è sporco, puliscilo, se qualcosa va sistemato, sistemalo.

Se qualcosa va fatto, fallo.

Non servono elenchi, perché guarda caso toccherebbe sempre a noi donne stilarli.
E oltre all’immane mole di cose che già ci addossiamo, ci toccherebbe pure quella, con l’altissima probabilità di trovarsi i lavori fatti male.

Perché una cosa è fare, e una cosa è fare bene.

È l’amore, bellezza

Quello di cui non mi capacito soprattutto perché lo vivo tutti i giorni sulla mia pelle è come si possa vivere in una casa avendo attorno una persona che fa tutto pensando di non chiedere mai “posso fare qualcosa?”.

A mo’ di ospite coccolato, come se la casa non fosse la propria.

Ma non abitiamo insieme?

Perché c’è l’aspettativa di essere accuditi? L’amore non dovrebbe essere ambivalente? Tanto quanto si ricevono attenzioni, se si ama davvero quelle stesse attenzioni, si dovrebbero riversarle in egual misura ed egual intensità sull’altro?

È amore delegare sempre all’altro?
È amore non accorgesti della fatica?
È amore dire “dimmi cosa devo fare” senza prendere mai l’iniziativa?

Uomo avvisato…

Un consiglio se siete i classici uomini che stanno sul divano col telefonino mentre la vostra compagna fa tutto o comunque la maggior parte delle cose in casa: meglio che schiodate le chiappe e cominciate un po’ a darvi da fare.

Perché quegli sbuffi che ogni tanto sentite, quel “non sono mica una cameriera!” ripetuto talmente tante volte che ormai non ci fate più caso, sotto sotto racchiudono piccole gocce di rancore che giorno dopo giorno fermentano e un giorno esploderanno col botto esattamente come una bottiglia di champagne. Ma a quel punto l’unica cosa da festeggiare sarà il divorzio.

 

Voi delegate? Fate a metà con gli impegni? O vi ritrovate pure voi a sentirvi dire “fallo tu”? Quanto vi fa rabbia dover pensare a tutto?

Valentina Maran è nata a Varese nel 1977. È una copywriter freelance. Si è formata nelle più grandi agenzie di comunicazione milanesi e dopo un trionfale licenziamento ha scritto “Premiata Macelleria Creativa” (Fandango 2011). Scrive per riviste, committenza privata, blog di ogni tipo e si occupa prevalentemente di questioni di genere, femminismo, parità di diritti nella comunicazione. Con la sua socia Vanessa Vidale ha una piccola agenzia di comunicazione che si chiama NoAgency dalla quale non può licenziare nessuno, tranne se stessa. Da anni è docente in corsi ITS e IFTS post diploma dove insegna creatività.

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Oltre al gelato c’è (molto) di più

Quando gelateria fa rima con cultura, integrazione e luogo di incontro: la storia di Simonetta Cervelli nella nostra intervista in esclusiva.

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Un luogo di incontro, di integrazione e di cultura

Sfatiamo un po’ di stereotipi:

  1. La filantropia non è solo per ricchi con tempo da buttare o milioni da devolvere in fondazioni
  2. La cultura ha mille forme e non è solo roba noiosa da musei
  3. L’etica nel business non è una facciata di marketing ma uno stile imprenditoriale

Non ci credete?

Vi presento una donna che ha trasformato una piccola attività commerciale tradizionale in un centro di aggregazione culturale e in un catalizzatore di eventi e attività sociali.
Si chiama Simonetta Cervelli e con il marito Enrico gestisce la gelateria “Splash” nel quadrante sud est di Roma.
Sorriso accogliente e lo sguardo dolce e deciso di chi ha scelto di creare un posto dove sia “felice di stare”.

Perché una gelateria?

Io vengo da una famiglia di gelatieri, ma facevo tutt’altro lavoro e non avevo nessuna intenzione di portare avanti la tradizione.
Ero bibliotecaria per la Società Geografica Italiana, perché mi piacciono i libri, il loro odore, mi piace l’ambiente dei libri…
E poi mi piaceva viaggiare (con Enrico abbiamo girato mezzo mondo in camper) e crescere mia figlia.

Accadde, però, che mio padre ebbe un infarto e io dovetti farmi carico del suo locale.
Per tre mesi mi divisi tra il mio lavoro, la gelateria e la mia bimba piccola. Mio marito, che allora lavorava per una grande azienda, veniva la notte a fare il gelato.
Dopo tre mesi, e con mio padre che faticava a riprendersi, dovemmo licenziarci entrambi per occuparci interamente del suo locale.

Quando finalmente mio padre stette bene e riprese a lavorare, ci rendemmo conto che eravamo in troppi a decidere per una sola attività.
A quel punto con mio marito, che aveva rinunciato alla sua carriera per aiutarmi e starmi vicino, ci trovavamo senza lavoro e una figlia di pochi anni. L’unica possibilità era aprire una gelateria nostra. Ci investimmo tutte e due le liquidazioni e facemmo qualche debito.
Ci lavorammo giorno e notte, perché doveva andare bene per forza.

Poi, nacque l’idea di coinvolgere le scuole del quartiere sul tema dell’alimentazione sana: così, da 24 anni, i bambini vengono qui e per un giorno fanno il gelato artigianale con mio marito e poi lo mangiano tutti insieme.

Il servizio è gratuito, ma poi i bambini tornano con le famiglie: per noi è un modo per farci pubblicità in maniera sana.

Questo ci ha permesso di crescere, ingrandirci e introdurre anche un servizio di caffetteria.

Come è impostato il business?

Abbiamo scelto l’etica e la qualità come valori guida.
La gelateria è interamente artigianale e, per quanto possibile, utilizziamo prodotti a chilometro zero.
Per la caffetteria utilizziamo solo prodotti equo solidali.

Abbiamo due collaboratori [non li chiama mai dipendenti, ndr] che sono con noi da quattordici anni. Prima avevamo tre ragazze che nel tempo hanno fatto scelte diverse, ma i loro figli mi chiamano zia e stanno sempre qui.

Inoltre, ospitiamo stage professionalizzanti per ragazzi e ragazze che vengono da uno SPRAR (il sistema di protezione per i richiedenti asilo) e due case famiglia della zona.

[Marcelle, giovane camerunense, è la nona stagista e li chiama mamma e papà, ndr]

Come è nata l’idea di introdurre le attività culturali e sociali?

Quando ci siamo allargati, abbiamo deciso di dedicare lo spazio in più per riaprire quei cassetti che con Enrico avevamo dovuto chiudere per dedicarci al lavoro. Abbiamo deciso di mettere dentro tutto quello che noi, stando qui, non potevamo andare a fare fuori.
Abbiamo iniziato ad ospitare presentazioni di libri, mostre, a prestare gratuitamente lo spazio alle associazioni che ne avevano bisogno, ad organizzare eventi interculturali; e piano piano questa cosa è cresciuta.

Oggi Splash è sede di Amnesty International (gruppo1), Welcome Refugees e Informatici Senza Frontiere.

Collabora stabilmente con Unicef, Amref e Medici Senza Frontiere e con decine di “piccole” associazioni che si occupano di tutela dei diritti umani, di sostegno alle donne e ai più deboli, di lotta allo spreco, di sviluppo sostenibile.

Ospita conferenze e convegni, inclusi quelli dell’AIF (Associazione Italiana Formatori).

Ha una ricca biblioteca condivisa, con una sezione dedicata ai bambini.

Ogni settimana è sede di una scuola di scrittura creativa coordinata dallo scrittore Massimo Occhiuzzo. Sono partiti in quattro e oggi sono 38 e hanno da poco pubblicato una raccolta di racconti.

“Più che una classe siamo una comunità, perché condividiamo i nostri scritti e ci supportiamo anche fuori delle lezioni”.

Infine, organizza eventi di presentazione di luoghi e Paesi da tutto il mondo, attraverso la proiezione di foto di viaggiatori e i racconti di residenti in Italia originari di quei Paesi.

“Abbiamo ospitato anche un indigeno della Papua Nuova Guinea, e non lo avrei mai immaginato” mi dice sorridendo “e ospitiamo regolarmente i racconti di ragazze birmane che vengono a Roma per un gemellaggio culturale stabile con l’Università La Sapienza. Poi loro tornano a casa e ci teniamo in contatto tramite WhatsApp” e qui il sorriso diventa ancora più grande e dolce.

Come scegli chi ospitare?

Spesso non li conosco finché non si presentano e mi propongono di fare qualcosa insieme. Se un progetto, un’idea, un’associazione o una persona mi piacciono, li frequento per un po’.
Se i loro scopi sociali sono solo di facciata, per attirare le persone, ma poi si dimostrano non coerenti con questo posto e le persone che lo frequentano, svaniscono da soli.

Alla fine, anche noi abbiamo fondato un’associazione, per poter organizzare eventi gratuiti in strada. In tre anni ho chiuso la strada venticinque volte…

Che fate?

Creiamo momenti di aggregazione e condivisione, anche per dare visibilità alle tante associazioni e strutture impegnate nel sociale e nella cultura.

Qualche tempo fa abbiamo organizzato una giornata intitolata “Resti a pranzo”: hanno cucinato gli allievi della scuola “Tuchef” di Anna Maria Palma, hanno servito gli studenti dell’Istituto Alberghiero di zona, hanno sfilato i capi di abbigliamento della casa delle donne “Lucha y Siesta” (le modelle erano tutte clienti della gelateria) e c’è stata una mostra di mobili di ecoriuso.

Ovviamente, tutto senza plastica: piatti e bicchieri in pasta di mais e le posate te le dovevi portare da casa. Hanno partecipato 250 persone e tutto l’incasso è stato devoluto in beneficienza per progetti del ForumSaD (Forum per il Sostegno a Distanza)

Che impatto hanno queste iniziative sulla gelateria?

Non è sempre facile.
Chi ci sceglie lo fa anche per il nostro impegno e le nostre iniziative.
Se leggi i commenti su Trip Advisor, la prima cosa che viene messa in evidenza è il lato sociale.

Comunque, chi entra lo nota che non è un locale convenzionale.
Una parte della clientela la abbiamo persa: quelli che non si sentono in linea, in sintonia. È chiaro che queste iniziative non sono una leva per fare soldi. Ma ci consentono di attrarre il target che ci piace.

Cioè?

Famiglie, naturalmente, e poi universitari (che vengono qui a studiare in tranquillità), professionisti: in generale persone culturalmente curiose e attive.

Abbiamo anche tanti adolescenti, di quelli che definiresti “bulletti”, che non vengono qui con la comitiva, perché si sentirebbero a disagio, ma che ci scelgono per portare la prima fidanzatina o l’amico del cuore.
La maggior parte di loro li conosco da quando sono nati e ho notato che gli fa piacere, quando entrano, essere chiamati per nome, far vedere che sono di casa.

E invece come impatta il fatto di essere una gelateria sulle attività culturali e sociali?

Qualcuno storce il naso, qualcuno invece apprezza lo spazio non convenzionale e informale.

Una delle prime donatrici della nostra biblioteca è stata Maria Jatosti, già Presidente dell’Ordine dei Giornalisti, prima donna a dirigere un giornale erotico (Le Ore), nonché protagonista femminile del romanzo “La vita agra” di Luciano Bianciardi.
Ci siamo conosciute per caso e da allora abbiamo organizzato mille iniziative insieme, incluse le sue feste di compleanno per gli 85 e ora per i 90 anni. Alcuni suoi amici, all’inizio, hanno provato a dissuaderla.

Quello che hai oggi è il risultato di una scelta iniziale non tua, perché ti sei dovuta adeguare a situazioni più grandi. C’è qualcosa che pensi ti manchi della vita che avresti avuto?

La libertà di gestire il mio tempo. Ci sono situazioni in cui vorrei esserci, anche solo come numero. Mi manca dire: Io c’ero a quell’evento, quella manifestazione. Non contavo niente, ma ero un numero in più. E molte volte non lo posso fare.

Invece cosa hai che non avresti avuto?

Non avrei potuto tirare fuori tutta la mia vena creativa e sociale. Se fossi rimasta a fare la bibliotecaria, mi sarebbe mancato tutto quello che ho qua dentro.

Il contatto umano che ho qui è difficile da costruire altrove.
L’ottanta per cento delle persone che entrano vengono chiamate per nome; e questo vuol dire che non sono persone di passaggio, che vedi una volta sola.

Quando mia figlia si è laureata al DAMS di Bologna, sono venuti ad assistere talmente tanti clienti, che abbiamo riempito un ostello.

Come fai a gestire così tante attività e a mandar avanti la gelateria?

Ho degli ottimi collaboratori.
E poi c’è Enrico. Senza il suo supporto non avrei potuto e non potrei fare tutte le cose che faccio. Siamo una bella squadra.

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Crescere

Cambiare vita a 40 anni (o a qualsiasi altra età)

Cambiare vita e cambiare lavoro è possibile. Non lasciate dire a nessuno che è impossibile. Mai.

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Cambiare vita a 40 anni e aprire la propria ditta

Ci sono diversi modi di cambiare vita a 40 anni.
Per alcune persone ci pensa il caso, travestito da malattia o da infortunio.
Per altre, interviene la fortuna: vincono una grossa somma di denaro, o trovano la persona giusta, o il lavoro giusto.
Per altre ancora, è il frutto di un bisogno, come ad esempio dedicare più tempo alla famiglia.

Per me, è stata una canzone.

Imparare ad ascoltarsi, come una canzone

Ero sulla collina che sovrasta Edimburgo, con le cuffie nelle orecchie e il vento nelle mani.
L’uragano Ophelia aveva appena toccato terra sull’Irlanda e stava mietendo le sue prime vittime. Era il 2017 e io passeggiavo a fatica e controvento tra i sentieri di Calton Hill.
Il vulcano spento alle mie spalle, il castello davanti agli occhi e, nella vallata in mezzo, tutto quel brulicare di vita che si agitava ostinatamente.

Il mondo assomigliava alla geografia della mia anima, in quel momento.
Finché non è passata quella canzone.

Inizia col piano e prende forza con gli archi e la voce di Morten Harket è sempre perfetta, in modo inversamente proporzionale all’uomo che è diventato: bigotto e conservatore.

Ho dovuto riascoltarla tre volte di seguito. 3 minuti e 47 secondi per tre volte. E a ogni passaggio qualcosa in me si depositava, si stancava di correre, si calmava.

Quando cominciai la discesa verso la città, ero diventato un altro.
O forse ero semplicemente tornato me stesso.

Avere il coraggio di cambiare vita

È in quei giorni che ho deciso di lasciare un lavoro a tempo indeterminato e ben pagato.
È in quei giorni che ho cominciato a sentire che la vita che conducevo non era in linea con ciò che ero.
È in quei giorni che ho saputo che entro fine anno avrei lasciato la persona che amavo.

Fu il mio corpo ad avere la prima reazione a questa consapevolezza: pochi minuti prima di arrivare all’aeroporto per rientrare a casa, la mia schiena si è bloccata. Un dolore indicibile – uno di quelli che ti fa sudare e ti spegne il viso in una smorfia che non puoi celare. E che si fissa lì.
Come se il sedimentare della mia inquietudine si fosse cristallizzato nelle vertebre, premendo sui nervi della gamba. Per sei mesi non ho più avuto sensibilità dal polpaccio in giù, solo un formicolio incessante e pungente.

Poi ci furono le reazioni della mia famiglia: non si lascia un lavoro sicuro. Mai. È l’undicesimo comandamento, quello che Dio non sentì il bisogno di scrivere perché talmente ovvio.
I colleghi: sei coraggioso, vorrei farlo anch’io, ma ho bambini e mutuo.
Gli amici: quindi torni a Ginevra? quindi vai a vivere in Scozia? quindi che programmi hai?

Io sapevo solo che entro la fine dell’anno avrei fatto qualcosa di diverso e che ero pronto a farlo.
Non sapevo bene come, ma ci stavo lavorando su. Come era già accaduto in precedenza nella mia vita, sapevo esattamente dove andare ma non sapevo ancora bene dove mi trovassi in quel momento preciso della mia vita.

Fondare la propria azienda: l’esempio di Purple&People

La direzione che cercavo prese la forma di un locale di sushi all you can eat di Milano, dove ognuno portava un contatto di LinkedIn che non conosceva nella vita reale e dove incontrai Davide Cardile.
All’inizio solo un riconoscersi in 3D, dopo le molte chiacchierate via Skype. Poi la voglia di trovare sinergie tra i nostri progetti. E dopo pochi mesi, la decisione di creare una società di consulenza insieme.

Purple&People è nata così, con un nome confuso e stratificato e difficile da capire, come la vita dei suoi fondatori.

Purple è un omaggio al viola della mucca di Seth Godin; è un’occhiolino alla musica di Prince; è un riferimento ai “colletti viola“, quelle persone che cercano di interfacciarsi tra business e aspetti tecnici; è un richiamo ad un colore nobile dell’antichità, prezioso e raro, ma anche a un colore di un’attualità fatta sempre più di diffidenza nei confronti della diversità.

People sono le persone che vanno rimesse al centro di… tutto.
Di una banalità sconcertante e di un’altrettanto sconcertante rarità.

Mi piaceva che il nome della società suonasse come quello di uno studio legale americano. Ho sempre avuto un gusto pronunciato per il paradosso e il deuxième degré, come diremmo in francese.

Purpletude, invece, è il nostro magazine dove proponiamo argomenti che sono vicini alla nostra sensibilità, che rimane comunque quella di fare le cose in modo diverso, nonostante i piccoli fraintendimenti che questo ci ha portato (vedi poche righe più sotto per i dettagli).

La giusta responsabilità sociale

All’inizio, il nostro bisogno di esprimere la diversità della nostra azienda era tale che puntammo quasi unicamente sui valori del rispetto, della generosità e del fare le cose in modo diverso. Che non era stata un’idea geniale lo capimmo tardi, intorno alla una di notte, quando un contatto mandò un messaggio a Davide e a me per farci i complimenti per la nostra “onlus”.

L’idea di trasformare una parte di Purple&People in non-profit era già nei piani. Ma nei nostri calcoli, l’avremmo fatto con un investimento successivo e in base alle eccedenze della società profit.
Il nostro posizionamento valoriale, invece, ci aveva messo in una situazione imbarazzante: non solo facevamo fatica a trovare dei clienti ma addirittura le persone si sentivano offese dal fatto che facevamo loro delle offerte commerciali.

Questa è sicuramente una lezione che ho imparato: forse a causa della mia formazione americana, per me business e responsabilità sociali possono andare a braccetto senza problemi.
Evidentemente, alle nostre latitudini, invece, o sei un’azienda che sfrutta o sei un’azienda che aiuta. È una visione molto manichea – e anche un po’ irrealista, diciamoci la verità. Certi progetti culturali esistono solo grazie all’aiuto finanziario delle fondazioni legate ai grandi gruppi profit, mentre dietro a molte associazioni del terzo settore ci sono interessi miliardari. Aiutare il prossimo è un grande business, pare.

Obiettivi di crescita professionale

Il fatto di essere un professionista riconosciuto nel proprio settore – e di avere delle solide competenze – non è sufficiente per creare un’azienda di successo. Ci vuole un po’ di faccia di tolla, come si dice dalle nostre parti.

Sia Davide che io detestiamo vendere. Ci viene proprio contro.
E concordare il prezzo di un servizio, ancora peggio. Se dipendesse da noi, faremmo sempre tutto gratuitamente.
Oggi, a distanza di un anno, il consiglio che potrei dare ai neo-imprenditori è di procurarsi subito un buon commerciale.

Io credo di avere questo pregiudizio che un buon venditore è sinonimo di filibustiere aggiratore.
E invece non è vero, proprio come non è vero che un’azienda profit non possa fare del bene. Ci sono moltissime persone che sono brave a promuovere un servizio o un prodotto, senza venire meno ai propri valori.

Ecco, l’investimento di soldi e di tempo più importante che possiate fare è questo: trovate la persona giusta per aiutarvi a far crescere il business, e retribuitela bene. Il resto, a mio avviso, è secondario, persino la vostra capacità di fare networking. 10’000 contatti che si convertono in zero vendite hanno un valore di zero. Punto.

Lasciare un lavoro che fa stare male

Fin dall’inizio ci è stato chiaro che volevamo lavorare sul cambiamento.
Tuttavia l’emergenza disoccupazione in Italia è tale che ci siamo concentrati soprattutto sulle persone che erano senza lavoro.
E questo anche perché le molte agenzie del lavoro e le agenzie di recruitment hanno tendenza a mostrarsi poco comprensive nei confronti di chi non riesce a trovare un impiego.

In questo ambito, quando non hai posizioni concrete da offrire alle persone, è meglio non creare aspettative.
Lo abbiamo capito e lo abbiamo accettato, anche se questo vuol dire non poter aiutare le persone che ne hanno più bisogno.

Per questo ci siamo concentrati su chi invece un lavoro ce l’ha ma lo vuole cambiare.
O lo deve cambiare, a dipendenza dei casi. Ci sono persone che soffrono perché sotto pressione. Altre che invece si sentono frustrate perché non riescono a migliorare la propria posizione (e la propria retribuzione). Altre ancora che temono che il fatto di restare troppo nella stessa azienda precluda loro nuove opportunità.

Senza voler generalizzare, possiamo identificare due tipologie di persone che fanno ricorso ai servizi di un’azienda come la nostra: uomini sui 35 anni che vogliono fare carriera e sentono che è il momento – ora o mai più – di fare un salto di qualità; donne sulla cinquantina con un buon bagaglio professionale alle spalle che, a un certo punto della loro vita, si rendono conto di aver voglia di fare qualcosa più in linea con i propri valori.

In entrambi i casi lavoriamo su due aspetti fondamentali: i valori personali (e non solo le competenze) e il proprio posizionamento personale (qualcosa di simile al personal branding, ma con meno bullshit, come direbbero gli americani).

Non si smette mai di imparare

Ho pensato che condividere la mia esperienza come imprenditore avrebbe potuto essere interessante per altre persone che sono in una situazione simile.

La cosa che mi sorprende di più, nel rileggere le mie stesse parole, è la quantità di cose che ho imparato in anno: a ogni riga avrei un aneddoto, un ricordo, un’esperienza da raccontare. Ho dovuto tagliare moltissimo per evitare che questo articolo diventasse un soliloquio autoreferenziale.

Ma mi rimane ancora una cosa che so che devo fare e questa volta la voglio fare: per tutti quelli che ci chiedono cosa facciamo “esattamente” in Purple&People, magari questo riassuntino può aiutare. E a me fa bene esercitarmi a farlo, perché, come dicevo, sono un pessimo venditore, ma cercare di promuovere i servizi dell’azienda a cui ci si dedica anima e corpo non è qualcosa di cui avere vergogna.

Anche questo è un insegnamento. L’ho appreso solo a metà. Al 30%, dai, per essere onesto. Ma ci sto lavorando 😉
Quindi…

Cosa fa una agenzia per il cambiamento?

Davide Cardile è un Thinking Partner

Davide ha una sensibilità pazzesca su tutto ciò che è trend di idee e di business. Legge moltissimo e ha tra i suoi clienti persone che incarnano il cambiamento e l’innovazione, ma le sue conoscenze non sono legate solo a questo: ha proprio un talento naturale. Soprattutto quando si occupa del business degli altri e non del nostro 😉
I suoi servizi sono quindi orientati alla parte editoriale e di public speaking di persone che hanno un certo livello di esposizione mediatica (o che hanno il potenziale per averlo). Per saperne di più potete visitare la sua pagina Davicardi.

Emanuela Fato è una Career Coach

Emanuela è un esempio di cambiamento di vita e di carriera: anche lei ha lasciato un lavoro sicuro (e statale!) per dedicarsi a ciò che l’appassiona e che sa fare bene: aiutare le persone a trovare la propria strada. È specializzata nel cambiamento di carriera e/o lavoro e non lascia le persone indifferenti: scopri uno dei percorsi interdisciplinari che offriamo.
Emanuela ha un’energia incredibile che motiverebbe anche uno zombie. È la mia fonte naturale di fluoxetina nei giorni in cui faccio fatica a impegnarmi al 100% nella nostra missione.

Simone Bigongiari è un Career Counselor

Simone ha una passione quasi imbarazzante per il suo lavoro: aiutare i giovani a orientarsi negli studi e nel mondo del lavoro.
Quando parliamo di questi temi si vede proprio che è animato da una vera e propria vocazione. Lo ammiro per questo suo fuoco sacro e per il lavoro costante che porta avanti da diversi anni nel quadro del suo blog La Divina Carriera e anche in alcune trasmissioni televisive dedicate a giovani e lavoro.

Andrea Trombin Valente è un Change Agent e Mentor

Io mi occupo soprattutto delle aziende, a livello di risorse umane e di comunicazione interna. Ho diversi progetti carini che si concretizzeranno nei prossimi mesi, tra cui un Podcast sull’innovazione sociale/aziendale e, soprattutto, uno strumento di gestione della comunicazione interna che avrei voluto avere io quando ero in azienda (e che abbiamo sviluppato con un partner di eccezione… stay tuned…).
Parallelamente, seguo alcune figure manageriali in un percorso di mentoring.
Lo faccio per due ragioni e mezza: 1. mi aiuta a capire cosa succede in azienda e non cadere nella trappola del consulente che vive sulla luna; 2. perché credo che sia un setting in cui posso veramente portare un valore aggiunto, utile per la persona (e qui c’è il 2.5 ovvero la soddisfazione dell’altro mi rende felice e quindi lo faccio volentieri).

Ma nel nostro team di Purple&People ci sono anche altre persone, tutte interessanti… continuate a leggerle su Purpletude per imparare a conoscerle meglio.

E per i curiosi melomani…

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