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L’amore ai tempi della collera (e dei lavori domestici)

C’è una guerra silenziosa che si combatte tra le mura di casa. I campi di battaglia sono la cucina, il bagno, la gestione dei figli. E la tregua diventa sempre più fragile.

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Ho appena prenotato due visite mediche in un centro specialistico. Una per me e una per mio figlio.

Sempre oggi, dal dentista oltre alla mia pulizia dei denti, ho anche pianificato gli appuntamenti per mio figlio.

Appena rientrata mi sono ricordata delle caramelle da portare all’asilo per il suo compleanno. Devo anche ricordarmi di iscrivere la grande in piscina domani e pianificare la sua visita medico sportiva.

C’è in ballo anche il regalo da impacchettare che sta nell’armadio e ancora non ho fatto in tempo perché ho questo articolo da scrivere e dei radio da consegnare urgentemente, ho anche un appuntamento il pomeriggio e starò via fino a questa sera.

Normale routine, direte voi?

Insomma, perché nonostante io sia una freelance e possa decidere come giostrarmi il lavoro, in automatico tutto quello che riguarda i figli passa sempre sulle pagine della mia agenda, non su quella di mio marito? Per lui è normale arrivare a casa e chiedermi se ho sentito la pediatra per la febbre del piccolo o se ho ritirato in comune la carta di identità rifatta.

La cosa bizzarra è che lui è libero professionista tanto quanto me e con un’agenda altrettanto elastica.

E quindi?

La routine che logora

Noto che molto spesso – anche parlando con le amiche noi donne veniamo delegate dai nostri compagni a fare tutto quello che riguarda la gestione della casa e dei figli. In toto.

La domanda frequente che lui mi fa è: L’ho fatto? Ci ho pensato? Ho eseguito?

Anche colpa nostra (mia, in questo particolare frangente) se non deleghiamo e se continuiamo ad andare avanti come trattori.

Se faccio lo schema di una mia giornata tipo comincia con la sveglia, mi alzo, doccia, poi sveglia bambini, li preparo, colazione, mio marito prepara la merenda per la scuola, poi lui porta la grade e io un’ora dopo il piccoletto all’asilo.

In quei 60 minuti io rifaccio tutti i letti, do una passata di disinfettante al bagno, se c’è da stendere stendo o carico la lavatrice, svuoto la lavastoviglie se è piena, la riempio se ci sono piatti in giro, pulisco la sala e rassetto per dare una parvenza di normalità alla casa.

Poi, una volta consegnato il piccolo all’asilo, torno e comincio a lavorare.

Non faccio mai tutto in modo lineare: se sto facendo una cosa e incappo in qualcos’altro, mi fermo e comincio anche l’altro lavoro per paura di dimenticarmene. Stacco giusto all’ora di pranzo, poi riprendo fino a sera con varie pause per il ritiro dei figli a scuola. La sera, per chiudere in bellezza, può essere che debba anche stirare.

Ma almeno la cena la prepara sempre lui.

Tutto qui?

No, perché ogni volta che c’è qualcosa, dalla bolletta da pagare al veterinario per il gatto, immancabilmente viene infilato nella mia agenda.

Perché?

Perché evidentemente si pensa che il mio lavoro sia più semplice (vai poi a capire perché) – o l’aspettativa in automatico è che io lo possa fare.

Non mi sono mai sentita dire “ci penso io”.

Mi sento continuamente dire “pensaci tu” e io lo faccio, sia per non dover litigare, sia perché il più delle volte lui finisce col dimenticarsene, o fa le cose male, e io tendo a non tollerarlo. Mi rendo conto che non delego anche perché se il lavoro non viene fatto come dico io, la prendo sul personale. Non riesco a concepire che l’altro possa averlo fatto secondo una sua metrica. O è la mia, o non va bene.

E allora faccio io.

La stanchezza dei generi

Il carico mentale è questa cosa: questa mia colpevole incapacità di delegare.
E di mancanza di accettare le deleghe dall’altra parte.

È il dare per scontato che uno dei due se ne occupi, e il più delle volte è la donna.

In Italia ancora la maggior parte delle donne fa come me e si addossa tutto il peso dei lavori domestici.

Spesso quando si comincia la vita di coppia in automatico l’aspettativa è che sia la donna a occuparsi della casa e dei figli, indipendentemente dal fatto che partecipi comunque alla vita economica della coppia.

Vai a sapere perché la stanchezza del maschio è più stanchezza di quella di una donna.

La dipendenza che snerva

Il più delle volte ci si sente dire “ma io lavoro!” quando si chiede di partecipare alle fatiche casalinghe, come se noi invece fossimo pagate per divertirci.

Oppure, grande proposta di solito è “dimmi cosa devo fare”. È una frase che tende a farmi innervosire molto, perché ve lo dico, non ho il tempo di stare a fare anche elenchi a chi vive con me: lo dovrebbe sapere che cosa c’è da fare in casa.

La regola in questi casi è semplice: se qualcosa è fuori posto rimettilo a posto, se qualcosa è sporco, puliscilo, se qualcosa va sistemato, sistemalo.

Se qualcosa va fatto, fallo.

Non servono elenchi, perché guarda caso toccherebbe sempre a noi donne stilarli.
E oltre all’immane mole di cose che già ci addossiamo, ci toccherebbe pure quella, con l’altissima probabilità di trovarsi i lavori fatti male.

Perché una cosa è fare, e una cosa è fare bene.

È l’amore, bellezza

Quello di cui non mi capacito soprattutto perché lo vivo tutti i giorni sulla mia pelle è come si possa vivere in una casa avendo attorno una persona che fa tutto pensando di non chiedere mai “posso fare qualcosa?”.

A mo’ di ospite coccolato, come se la casa non fosse la propria.

Ma non abitiamo insieme?

Perché c’è l’aspettativa di essere accuditi? L’amore non dovrebbe essere ambivalente? Tanto quanto si ricevono attenzioni, se si ama davvero quelle stesse attenzioni, si dovrebbero riversarle in egual misura ed egual intensità sull’altro?

È amore delegare sempre all’altro?
È amore non accorgesti della fatica?
È amore dire “dimmi cosa devo fare” senza prendere mai l’iniziativa?

Uomo avvisato…

Un consiglio se siete i classici uomini che stanno sul divano col telefonino mentre la vostra compagna fa tutto o comunque la maggior parte delle cose in casa: meglio che schiodate le chiappe e cominciate un po’ a darvi da fare.

Perché quegli sbuffi che ogni tanto sentite, quel “non sono mica una cameriera!” ripetuto talmente tante volte che ormai non ci fate più caso, sotto sotto racchiudono piccole gocce di rancore che giorno dopo giorno fermentano e un giorno esploderanno col botto esattamente come una bottiglia di champagne. Ma a quel punto l’unica cosa da festeggiare sarà il divorzio.

 

Voi delegate? Fate a metà con gli impegni? O vi ritrovate pure voi a sentirvi dire “fallo tu”? Quanto vi fa rabbia dover pensare a tutto?

Valentina Maran è nata a Varese nel 1977. È una copywriter freelance. Si è formata nelle più grandi agenzie di comunicazione milanesi e dopo un trionfale licenziamento ha scritto “Premiata Macelleria Creativa” (Fandango 2011). Scrive per riviste, committenza privata, blog di ogni tipo e si occupa prevalentemente di questioni di genere, femminismo, parità di diritti nella comunicazione. Con la sua socia Vanessa Vidale ha una piccola agenzia di comunicazione che si chiama NoAgency dalla quale non può licenziare nessuno, tranne se stessa. Da anni è docente in corsi ITS e IFTS post diploma dove insegna creatività.

Crescere

La ragione di vivere non sempre si trova (e neanche si deve cercare)

La vita è tutta una ricerca, nella speranza di trovare la nostra vera vocazione. Ma la ragione per alzarci al mattino, spesso, non la si trova: bisogna coltivarla.

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Ikigai: coltivare la propria ragione di vivere

“A parte la sveglia, che cos’è che ti fa alzare la mattina?”

Questa domanda di solito fa sorridere le persone.

Alcune, dopo aver sorriso, hanno uno sguardo un po’ preoccupato.

Alcune chiedono di specificare meglio la domanda.

Altre, invece, la domanda l’hanno compresa benissimo.

Adesso hanno solo il timore di non avere una risposta che sia la loro vera risposta.

Quello che ci fa alzare la mattina

Negli ultimi anni, si sono scritti diversi libri e articoli sul tema dell’Ikigai. La parola proviene dai vocaboli giapponesi “iki” (vivere) e “gai” (ragione, scopo). Pertanto, questo concetto può essere tradotto come “ragione di vita”.

In un unico termine, gli abitanti della terra del Sol Levante esprimono diversi significati che possono essere “indossati” a seconda delle nostre condizioni interpretative.

Possiamo sentire l’Ikigai come il motivo basilare per cui ci alziamo tutte le mattine (sveglia elettronica esclusa). Oppure quello che vogliamo realizzare con il nostro tempo (il tempo che definiamo “libero”). Magari è l’insieme delle nostre passioni più autentiche o è la nostra vocazione più vera. Per qualcuno potrebbe essere il modo con cui contribuisce a migliorare l’ambiente in cui vive.

Un territorio molto impegnativo

Personalmente, riguardo all’Ikigai, tendo a suddividere le persone in cinque categorie.

  1. Quelli che hanno compreso cosa sia (risposta personale, non “giusta”)
  2. Quelli che hanno compreso cosa sia e stanno cercando di farlo germogliare
  3. Quelli che non hanno compreso cosa sia
  4. Quelli che non hanno tempo per pensarci
  5. Quelli che non ne hanno mai sentito parlare

L’Ikigai è un “territorio” molto impegnativo per l’uomo e la donna occidentali (che siamo noi).

Lo è perché, se ci entriamo dentro, pone delle domande ostiche. Ci mette in contatto con quesiti personali che solitamente non sono né leggeri, né volatili, né banali. Sono solo terribilmente rari. Ci mette cioè sulla frequenza di quello che potremmo definire un nostro senso esistenziale.

Forse neanche ce ne accorgiamo, ma siamo abituati ogni giorno a stringere, produrre, correre, obbedire, fatturare, presenziare, non deludere, garantire, rimanere composti, rimanere fedeli, ammaliare, accondiscendere, sorvolare, cercare consenso, ecc. (verbi caratteristici di un certo modus vivendi).

Una ragione per vivere

Come direbbe un politico italiano (o un comico che lo imita), non possiamo mica star qui a “pettinar le bambole”. Cioè, in qualche modo, bisogna andare al punto.

E con una ricerca specifica sull’Ikigai, l’Università di Sendai (Giappone) è andata al punto. Lo ha fatto approfondendo le credenze sociali e gli stili di vita relativi a questo tema, oltre ai risvolti effettivi sulle persone che hanno compreso l’Ikigai nella loro vita.

Dai risultati emerge che le persone con un consapevole senso di Ikigai sentono la pienezza del presente: quella che rende ogni istante prezioso e che dà la sensazione di avere uno scopo (che è qualcosa di diverso di un semplice obiettivo da raggiungere).

I ricercatori hanno dedotto che questo senso non rifletta semplicemente fattori psicologici individuali (quali benessere, speranza, fiducia), ma anche la consapevolezza individuale delle motivazioni per cui si vive. Il suo significato ha a che vedere con l’avere uno scopo o una ragione per vivere.

Oltre questa benedetta felicità

Secondo questa filosofia, tutti possiedono un proprio Ikigai. Però non sempre si riesce a scoprirlo, perché è necessaria una ricerca profonda che implica un viaggio introspettivo.

E i viaggi introspettivi costano un sacco, giusto? Non denaro, forse, ma una fatica e un rischio di “pericoloso risveglio” capace di far tremare le gambe.

Nella dimensione dell’Ikigai non si tratta quindi di trovare “questa benedetta felicità” (parola che citiamo spesso, talvolta senza sapere di cosa stiamo parlando).

Si tratta più che altro di scoprire invece ciò che ci fa stare bene e che ci appassiona, soprattutto sul lungo periodo.

Volevamo trovare, ma c’è da coltivare

Fin da bambino, mi hanno raccontato le storie di pirati che trovano il tesoro, di principesse che trovano ranocchi (e a volte prìncipi), di uomini che trovano lampade speciali nelle grotte, di ragazzetti che trovano spade nelle rocce, di astronauti che trovano pianeti sconosciuti nell’Universo.

Nella mia infanzia, tutto quello che ancora non c’era… andava trovato. Perché era il fisiologico risultato della ricerca.

L’Ikigai invece no. La brutta notizia, a questo punto del post, è che non c’è uno scopo da trovare.

Ken Mogi, studioso giapponese che ha scritto Il piccolo libro dell’Ikigai, ritiene che non sia qualcosa da trovare, quanto piuttosto qualcosa che possa essere svelato. Da chi? Da chi decide di coltivare una pianta, che ha una ragione per vivere.

Come sempre, per “scrivere racconti nuovi”, potremmo cominciare con delle domande. In questo caso, tre semplici domande. A noi stessi.

  1. Quali sono le cose che hanno per me maggior valore?

  2. Come mi piace utilizzare le prime ore del mattino, dopo essermi svegliato?

  3. Da quali attività ricavo con naturalezza il massimo piacere?

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Crescere

Tra percezione e reazione: l’equilibrio della forza grande

Il Tai Ji Quan insegna che se vuoi spingere il tuo avversario lontano devi lasciare che il suo peso entri dentro di te. La forza grande nasce nell’equilibrio tra la percezione dell’altro e ciò che ci porta a reagire.

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La curiosità: la forza grande del Tao

Che cos’è la forza “grande”?

Il Tai Ji Quan insegna che se vuoi spingere il tuo avversario lontano devi lasciare che il suo peso entri dentro di te. E tanto più lascerai che questo accada, tanto più sentirai in te la forza aumentare.
Questa parabola crescerà fino al punto in cui ti sentirai in bilico: se tu lo facessi entrare un pizzico in più, non avresti più la forza di respingerlo. Ed è esattamente quello il momento di (re)agire: ti ritroverai a sviluppare una forza “grande” in quanto somma della sua forza dentro di te e della tua forza su di lui. Avrai realizzato il Tao: il bianco dentro il nero e il nero dentro il bianco.

Percepire e reagire: questa è la via della forza “grande”, del Tao supremo

Così, chi non si esercita nella capacità di percepire, non sviluppa la capacità di reagire; chi non si esercita nella capacità di reagire, non sviluppa la capacità di percepire.

Se lasci che l’altro avanzi troppo verso e dentro di te, non avrai più la forza di respingerlo; se non lo lasci entrare abbastanza, non avrai la forza di raggiungerlo.

La forza dunque nasce dalla capacità di lasciare entrare gli altri dentro di noi, piuttosto che da quella di entrare noi dentro gli altri.
Al tempo stesso la forza trova compimento nella capacità di reagire quando l’interazione con l’altro si sta per trasformare in prevaricazione. Chi vuole esercitare la sua forza sugli altri deve innanzitutto imparare a gestire il contatto con gli altri.

I grandi maestri di Tai ji Quan riescono talvolta ad esercitare la loro forza sugli altri anche senza avere con essi un contatto diretto. Come si spiega tutto questo, si domandano in molti? In loro infatti non sembra esserci alcun contatto con l’avversario. La forza sembra sorgere da loro e da loro soltanto!

Chi li osserva attentamente sa bene come sciogliere questo dilemma. Il contatto in realtà c’è! Semplicemente non avviene per il tramite del tatto, ma attraverso altri sensi, come l’udito, la vista e in qualche modo l’olfatto. Così l’ingresso dell’altro in noi stessi può avvenire anche in forma di informazioni sensoriali non tattili: una percezione a distanza.

Qual è dunque il più grande talento di un essere umano capace di una forza “grande”? La risposta è semplice, ma per nulla scontata.

È la curiosità, la virtù degli uomini e delle donne capaci di una forza “grande”

A questo punto allora la domanda diventa un’altra: qual è la qualità necessaria per essere curiosi e di conseguenza forti? Lao Tzu, nel suo mitico Tao Te Ching, dice:

Chi conosce gli altri è sapiente,
chi conosce se stesso è illuminato.
Chi vince gli altri è potente,
chi vince se stesso è forte.

Sapienza e illuminazione, come una costante oscillazione tra sé e gli altri, tra gli altri e sé, questa è la curiosità che rende potenti e forti. Chi esplora solo se stesso o solo gli altri sarà sempre debole. È l’interazione che sprigiona la forza “grande”!

Quando percorriamo la via della solitudine e dell’isolamento, siamo come un fiore che si rifiuta di fiorire: non emana nessun profumo, non sprigiona nessun colore. Se ci avviamo lungo le vie del mondo e ci concediamo di imbatterci in altri esseri viventi umani e non umani, allora, presto o tardi, gli urti e le carezze della vita ci faranno sbocciare e le nostre potenzialità diventeranno le nostre azioni, le nostre azioni ripetute nel tempo le nostre virtù.

Chi rifiuta gli schiaffi della vita, si rammollisce;
chi rifiuta le carezze, si irrigidisce 

Spesso si sente dire che il vuoto sarebbe la premessa del pieno, il disinteresse la premessa per la curiosità, il distacco la premessa del contatto. Solo chi è vuoto, infatti, può far entrare un pieno. Penso che questo sia vero, ma solo fino ad un certo punto.

Negli anni ho cercato il vuoto più e più volte, ma più l’ho cercato, meno l’ho trovato.
Ho incontrato decine di persone che dopo anni di dedizione al vuoto interiore, hanno perso l’equilibrio, frustrati da un pieno che non arriva mai.

Quello che fa la differenza tra la via del Tao e della forza “grande” e la via del vuoto è… la pratica.
La forza grande è il frutto della pratica e mai del sacrificio. La ripetizione quotidiana dell’esercizio della curiosità, questa è la strada sicura. Osservare, ascoltare, sentire: tutto.

Di nuovo Lao Tzu dice:

Per raggiungere la conoscenza
aggiungi qualcosa ogni giorno.
Per conquistare la saggezza
togli qualcosa ogni giorno.

Spesso si ritiene che conoscenza e saggezza siano due qualità che si escludono a vicenda: antitetiche, come il professore e il saggio della famosa storia Zen. Quello che ho potuto sperimentare e sperimento quotidianamente è diverso: conoscenza e saggezza si alimentano reciprocamente.

La via della forza “grande” è la via dell’integrazione.

 

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