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Sistema Sanitario: l’emergenza non ci rende tutti uguali

Sistema Sanitario: l’emergenza non ci rende tutti uguali

Monica J. Romano
  • Si è parlato apertamente di criteri di idoneità alle cure, necessari quando il sistema è sovraccarico
  • Anni e anni di definanziamento hanno minato le basi del nostro Sistema Sanitario
  • Dobbiamo cominciare a pensare al futuro già adesso
Sistema Sanitario Nazionale

La graduale presa di coscienza del fatto che in questa emergenza esistano persone più sacrificabili di altre è destinata a maturare assieme alla consapevolezza che la nostra indignazione, ora come ora, non è certo una priorità del Governo. Tuttavia il suo seme, di questi tempi preziosissimo, può essere coltivato.

Gli altri non siamo noi. O forse sì.

Fin dai primi giorni di fine febbraio abbiamo assistito alla minimizzazione del problema, abbiamo ascoltato chi dichiarava che a morire erano le “sole persone anziane e con patologie concomitanti” e gli abbiamo dato acriticamente credito, provando – ammettiamolo – quel colpevole ma rassicurante sollievo che storicamente è foriero delle peggiori sventure: “Succede ad altri, non succede a me, quindi non mi riguarda”.

Mentre scrivo, sento la voce metallica del Sindaco dispensare la solita liturgia di raccomandazioni. Sono le 4 del pomeriggio e, qui dove mi trovo, il tempo verrà nuovamente marcato fra qualche ora dal suono delle campane.

Voglio sottrarmi alla paura e al catastrofismo che si prendono almeno una mezz’ora di ogni mia giornata e così, nel concedermi un po’ di fantasticare e di sana rêverie, provo a immaginare cosa racconteremo un domani fra noi che oggi ci siamo, ma anche cosa racconteremo a chi verrà dopo di noi.

La rivelazione: è grave

Io racconterò che ho iniziato a spaventarmi sul serio il giorno che ha preceduto la Giornata Internazionale della Donna, il 7 marzo, dopo aver letto la dichiarazione della SIIARTI – Società Italiana Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva:

Ѐ uno scenario in cui potrebbe rendersi necessario porre un limite di età all’ingresso in Terapia Intensiva”.

Il pensiero è andato immediatamente a mia madre e da lì la paura ha iniziato a connotare il vivere. Barbara Spinelli, riferendosi alla situazione francese, ha scritto parole potenti: “Ѐ qui che scatta la trappola etico-sanitaria, a partire dal momento in cui la morte dell’anziano asfissiato è definita accettabile”.

L’8 marzo, l’Ordine dei Medici ha cercato di mettere malamente una toppa alla dichiarazione della SIIARTI con la dichiarazione di principio “Il Codice di Deontologia Medica parla chiaro: tutti i pazienti sono uguali e vanno curati senza discriminazioni”. Troppo tardi, perché anche il gatto che gira per la via sa che le dichiarazioni di principio non possono in alcun modo supplire alle carenze strutturali: se mancano respiratori, personale e terapie intensive non saranno i princìpi a salvarci, quantomeno non adesso. Di come invece i princìpi avrebbero potuto salvare molti italiani se tenuti nella giusta considerazione ben prima di questa emergenza sarà necessario discutere per anni.

Le parole dell’emergenza erano già nell’aria

Ma torniamo all’oggi. Da ormai più di un mese siamo blindati in un tempo sospeso e il fatto che un lontano domani la Storia ne racconterà non ci è di consolazione. “L’imperativo della sopravvivenza domina su tutto” e parlare di politica economica pare una bestemmia in questo momento, eppure è l’unica pratica sensata e va fatta adesso.

Ѐ adesso che abbiamo il dovere morale di informarci, di capire come le manovre finanziarie dell’ultimo decennio abbiano compiuto uno scempio sotto ai nostri occhi; è ora che ci tocca capire il senso di quelle paroline che per anni, mentre disfacevamo la tavola e lavavamo i piatti la sera, abbiamo ascoltato distratti: spending review, definanziamento, welfare, media OCSE, trend, recessione; è in questo tempo che gli scenari, a dir poco orribili, che hanno rapito e che tengono in ostaggio la nostra immaginazione – le storie degli addii via tablet dei malati ai loro cari, quelle dei morti di asfissia che ormai inquinano i sogni la notte, la violenza del terribile participio passato, intubati, che sentiamo arrivare in gola ogni volta che lo ascoltiamo – risvegliandoci ogni santo giorno da un lungo e dissennato torpore, ci costringono a pensare.

Questo è il tempo della cura: ma non facciamo gli struzzi

Del resto, l’emergenza è uno specchio ingrandente delle disuguaglianze, è a quei molti di noi che in questo momento possono dirsi in qualche modo privilegiati – a noi che siamo sì confinati nelle nostre case ma con la possibilità di lavorare da PC e di scontare la pena con tutti gli agi che la modernità ci concede – è a noi che tocca studiare, capire e approfondire, allenare l’indignazione e tenerla pronta per quando si ricomincerà a parlare di gestione della cosa pubblica; e sempre a noi che tocca informare e sensibilizzare chi in questo momento non ha la nostra fortuna e il nostro tempo, trovandosi in balìa del destino. I troppi operai, ben oltre quelli che lavorano ai servizi essenziali, che Confindustria ha mandato a lavorare macchiandosi di una colpa incancellabile; i rider; le cassiere che muoiono per non rinunciare a quelle 600/700 euro al mese, quando va bene; le addette alle pulizie; i camionisti, gli spedizionieri e gli autotrasportatori; i precarizzati da un mondo del lavoro sempre meno tutelante, le partite IVA per disperazione e i tanti che non hanno proprietà, rendite e tesoretti vari (a proposito, a quando una bella tassa patrimoniale?) e, ultimi ma non meno importanti, gli operai da corsia, i medici, gli infermieri, le e gli OSS che in questo momento poco se ne fanno della narrazione epica che li definisce “eroi” se poi vengono mandati allo sbaraglio senza mascherine, tute protettive, protezioni adeguate e – aspetto non secondario – se vengono pagati una miseria.

Se è vero quanto ha dichiarato dallo psichiatra Luigi Cancrini nella bella intervista Questo è il tempo della cura, non dell’odio, che “la paura ci fa scoprire la prossimità. Succede quando il nemico è comune a tutti”, è ancor più vero e oggettivo che davanti a questa emergenza non siamo tutti uguali, e questo dobbiamo iniziare a dirlo a voce alta.

La narrazione fatta dai media

Mentre, rispetto alla questione non secondaria dei registri narrativi, dovrebbero essere i giornalisti a interrogarsi lungamente, perché plasmare l’immaginario collettivo e la pubblica opinione è una grande responsabilità ed è stata in larga misura disattesa dalla categoria in questione nella ricerca di un esasperante sensazionalismo. Qui non servivano l’epicità e titoli roboanti, ma un nuovo e certamente più deontologico neorealismo nello scrivere, nel riportare e nel commentare fatti e notizie.

Come è potuto accadere? Come siamo arrivati a quella che i media chiamano “emergenza Coronavirus” o, utilizzando il nome scientifico, emergenza “COVID-19”?

Mentre siamo privati delle nostre libertà fondamentali, sappiamo che lo stato di emergenza che stiamo vivendo è certamente dovuto alla diffusione del virus, ma anche all’inadeguatezza delle strutture e dei mezzi sanitari a disposizione sul territorio italiano. Sappiamo anche che il divieto di uscire dalle nostre case serve non soltanto a fermare l’epidemia e il diffondersi del virus, ma anche – come spiega la brillante virologa Ilaria Capua in una lunga intervista, una vera perla, rilasciata a Marco Montemagno – a scaglionare nel tempo i contagi e i ricoveri che ne conseguiranno perché non bastano le terapie intensive, i ventilatori, il personale sanitario, i presidi medici. Sappiamo insomma che l’emergenza non è dovuta soltanto alla pericolosità del virus, ma anche a una carenza strutturale. Il problema è quindi anche politico, economico e sociale.

Il Sistema Sanitario Nazionale è anch’esso una vittima

La Fondazione indipendente GIMBE, che si batte per il rafforzamento del Sistema Sanitario Nazionale dal 2010, ha pubblicato un report in tempi non sospetti –  settembre dell’anno scorso – Il definanziamento 2010-2019 del Servizio Sanitario Nazionale, che porta in sé molte risposte.

Nel decennio 2010-2019, tra tagli e definanziamenti al Sistema Sanitario Nazionale (SSN), sono stati sottratti circa € 37 miliardi e il fabbisogno sanitario nazionale (FSN) è aumentato di soli € 8,8 miliardi”.

Il report ci dice che all’origine di un definanziamento così cospicuo ci fu la crisi economica mondiale iniziata negli Stati Uniti nel 2006, per intenderci quella originata dalle insolvenze a catena nel mercato dei mutui sub-prime e giunta a noi nel 2007/2008, che a suo tempo ci fece tremare e di cui ancora oggi paghiamo tutti le conseguenze. Sempre secondo GIMBE, non possiamo tuttavia imputare alla Grande Recessione tutto il decennio di definanziamento preso in considerazione, ma soltanto la prima metà, il periodo 2010-2015. Il definanziamento, da fattore dovuto alla crisi economica, è diventato unacostante irreversibile”. In altre, efficacissime parole: “[…] Infatti, quando l’economia è stagnante la sanità si trasforma inesorabilmente in un bancomat, mentre in caso di crescita economica i benefici per il SSN non sono proporzionali, rendendo di fatto impossibile il rilancio del finanziamento pubblico.

Una questione di priorità: l’SSN non è all’ordine del giorno

Il report si conclude con uno sguardo internazionale, sottolineando che l’Italia è ormai il fanalino di coda fra i paesi dell’Europa nord-occidentale nella percentuale di PIL destinata alla spesa sanitaria totale: veniamo dopo Svizzera, Germania, Francia, Svezia, Austria, Danimarca, Belgio, Norvegia, Olanda, Regno Unito, Finlandia, Portogallo e Spagna e ci avviciniamo ai paesi dell’Europa Orientale.

Il finanziamento della sanità non è quindi stato una priorità politica per nessuno dei quattro governi succedutisi negli ultimi cinque anni, anche se ogni governo è riuscito a trovare risorse e volontà politica per foraggiare il proprio consenso elettorale – dal bonus di 80 euro al “reddito di cittadinanza”, fino ad arrivare alla misura cardine della legge di bilancio 2019, “La Quota 100” – ma non per salvaguardare un sistema sanità che è risorsa essenziale per la vita dei suoi cittadini.

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La trappola dell’antipolitica

Quali conclusioni possiamo trarre da questa analisi? Ognuno di noi, a casa, trarrà le proprie, alle quali mi piace l’idea di contribuire dialetticamente (attendo repliche, risposte e considerazioni da chi legge) con qualche riflessione.

Parto dalla vera e propria trappola dell’antipolitica. Io dico guardiamocene, perché è davvero insidiosa. L’idea che “tanto quelli, una volta al potere, sono tutti uguali”, che da troppo tempo ci affligge è in realtà una delle cause dell’attuale situazione. La pur comprensibile disaffezione dei cittadini rispetto al tema della gestione delle risorse pubbliche ha contribuito a molti dei mali che oggi ci affliggono perché è diventata distanza e la distanza dalla politica ha portato i cittadini a essere meno vigili. In pratica, e mi scuso se cerco di rendere l’idea con una metafora poco elegante, ci hanno tolto i lettini ospedalieri da sotto al sedere senza che nemmeno ce ne accorgessimo, anno dopo anno. Quell’antipolitica che anche in questa contingenza galoppa ormai senza briglie – ed è sufficiente farsi un giro su Facebook per constatarlo – è in realtà la nemesi dell’unica vera forza che può salvarci in un mondo sempre più dominato da interessi privati, macroeconomici e globalizzati, che si chiama buona politica.

Ma che cos’è, la “buona politica”?

Fatichiamo talmente a ricordarlo che ormai ci tocca rispolverare le risposte da manuale: la buona politica è quella che salvaguarda sempre e comunque quella cosa che si chiama “etica pubblica”, intesa come la capacità di stare al di sopra degli interessi di parte per garantire il bene della collettività.

Un esempio di buona politica fu proprio quello della firmataria della legge che istituì il Servizio Sanitario Nazionale nel 1978 e prima donna a reggere un ministero (1976, Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale per il terzo governo Andreotti), la deputata democristiana Tina Anselmi. A persone come lei dobbiamo quella sanità pubblica che dovrebbe renderci orgogliosi e farci sentire fortunati di essere italiani e non, chessò, americani. Alla buona politica dobbiamo il fatto che nel nostro paese invecchiare sia possibile anche se si è poveri grazie al SSN, a differenza degli Stati Uniti dove – diciamocelo – invecchiare è un lusso che spetta soltanto a chi può permetterselo. Agli americani toccherà adesso farsi moltissime domande sul loro sistema sanitario e su colui che in questo momento li rappresenta innanzi al mondo. A noi toccherà “soltanto” difendere un sistema sanitario che già abbiamo.

Il livore nei confronti dei nostri governanti rischia di obnubilarci e di farci perdere di vista chi, anche in politica, fa e lavora bene. Un esercizio di pensiero utile per riconoscere la buona politica può essere quello di osservare attentamente i risultati di quella cattiva, di cui è un esempio cristallino la mala gestio di Fontana e dei suoi predecessori della sanità in Lombardia che ha prodotto disastri. Ora che l’evanescenza del tanto decantato “modello della sanità lombarda” è sotto i nostri occhi, “il Re è nudo”.

L’evasione fiscale: la malattia endemica del nostro Paese

Un tema che in una nazione etica dovrebbe divenire immediatamente centrale quando usciremo da questa situazione, anche se avrebbe dovuto esserlo ben prima, è quello della lotta all’evasione fiscale. L’evasione che ci affligge è da record, ben 100 miliardi. Certo qualcosa si è fatto negli ultimi anni per contrastare il fenomeno, ma serve molto più coraggio. E qui vale, più di tutte, una considerazione: chi fino ad oggi ha evaso le tasse ha visto comunque garantito il suo diritto all’assistenza sanitaria anche in questa emergenza, grazie al principio della tutela universalistica della salute del cittadino.

Le forze politiche che negli ultimi decenni hanno difeso l’evasione fiscale con ogni mezzo e che in questo paese sono arrivate a fare Governi (sic! Pare fantapolitica, ma è realtà) dovrebbero essere inseguite da folle inferocite, altro che le sgridate dai balconi ai runner durante la loro corsetta mattutina.

Il Sistema Sanitario Nazionale: un diritto costituzionale

In ultimo, occorrerebbe lavorare al rafforzamento della tutela del diritto alla salute in Costituzione attraverso l’elaborazione di un dettato costituzionale che preservi i finanziamenti della sanità pubblica. Abbiamo modificato la Costituzione per dare potere alle Regioni, scelta che il senno di poi dovrebbe portarci a ridiscutere; abbiamo introdotto il vincolo del pareggio di bilancio, cosa giusta perché anche il principio della sostenibilità finanziaria e dei conti pubblici merita tutela costituzionale. I decisori politici dovrebbero ora contemperare questo giusto principio con quello del diritto alla salute.

Le campane suoneranno fra qualche minuto. Osservo, sul tavolino innanzi a me, le mascherine che le istituzioni avrebbero dovuto garantirmi da almeno un mese e che invece ho ordinato alla bisogna da un rivenditore sul web, ben lavate e riciclate a ogni uscita; i disinfettanti artigianali per le mani fatti con un prodotto per i pavimenti per quando si torna dalla spesa; la videata di Skype sul monitor del mio PC, sempre attiva per poter sentire e vedere mia madre; un termometro, anche se la febbre che mi ha tenuto compagnia per qualche giorno ora è scesa e la tosse, grazie a Dio, è passata; il libro di Goliarda Sapienza, L’Università di Rebibbia, che in questo limbo mi tiene compagnia e che mi affascina con il racconto della differenza che passa fra lo scorrere del tempo nelle carceri e quello nel mondo reale, stimolando molte analogie con il tempo sospeso che sto vivendo, sentendomi un po’ reclusa e un po’ in una dimensione protetta.

Non mi resta che scattare un’istantanea a futura memoria e attendere.

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  • L’articolo mi sembra analizzare bene l’argomento dell’attuale situazione d’emergenza in Italia, ponendo l’accento su quelli che sono stati (e sono ancora) i difetti strutturali del nostro sistema sanitario nazionale e, più in generale, della nostra politica economica e finanziaria. Di recente alcune trasmissioni e alcuni interventi sui social hanno anche evidenziato la diseguaglianza, all’interno del nostro Paese, tra la gestione della sanità pubblica al Nord e al Sud. Se al Nord si sono evidenziate gravi carenze nel finanziamento, nella programmazione, nell’organizzazione, nell’approvvigionamento e nella gestione del sistema sanitario, nelle regioni meridionali (a sentire chi ci vive) la situazione degli ospedali è disastrosa.
    Per quanto riguarda la gestione politica della sanità, condivido in pieno la messa in evidenza degli errori fatti con la drastica riduzione operata nel finanziamento della sanità pubblica (così come anche nell’ambito della scuola, dell’università e della ricerca). Rimane un po’ difficile anche capire un altro fenomeno concomitante con il relativo smantellamento della sanità pubblica. L’insolita crescita della sanità privata e dei servizi connessi (centri di analisi, ecc.). Non che io sia contrario a che il privato si cimenti nella gestione dei servizi pubblici, in competizione con la gestione pubblica. Quello che non capisco è come mai, ad esempio, un laboratorio analisi privato è in grado di crescere e svilupparsi e un laboratorio pubblico, invece, (magari nella stessa città) è costretto a chiudere. Se un centro di sanità privata riesce a consolidarsi, è evidente che riesce a mantenersi in piedi a livello economico e finanziario. Come mai, invece, un centro sanitario simile non riesce a fare altrettanto? Come mai nel privato non si fa la fila per una visita specialistica, mentre nel pubblico bisogna attendere mesi, se non anni?
    Ultima riflessione. Con la nascita delle Regioni, negli anni ’70 e ’80, la spesa dello Stato è cresciuta enormemente. Alcune regioni ricordo che contribuivano anche a pagare, in grande percentuale, il trasporto pubblico degli studenti. Gli ospedali erano diventati un terreno di spartizione di potere per i partiti. La spesa pubblica era ingente, ma spesso poco produttiva, e i servizi sanitari venivano gestiti con criteri clientelari. Sono stati costruiti ospedali rimasti vuoti, oppure ristrutturate vecchie sale operatorie subito dopo dismesse. Insomma ci sono stati anni in cui la politica ha utilizzato i finanziamenti pubblici con finalità che poco hanno a che vedere con l’efficienza e l’efficacia.
    Oggi, da circa dieci anni, come sottolineato nell’articolo di Monica Romano, stiamo passando all’estremo opposto. Molti posti letto, reparti, ospedali, medici, infermieri/e, OSS, ecc,. vengono smantellati o ridotti all’osso, senza che i risparmi realizzati contribuiscano ad un miglioramento della qualità dei servizi sanitari, anzi….
    Anch’io vorrei una buona politica che puntasse al bene comune e non solo al consenso mediatico-elettorale e, a volte, anche ai vantaggi e all’arricchimento personali. Ma la strada, credo, sia ancora lunga. Magari potremmo, come mi sembra proporre Monica Romano, almeno cercare di iniziarla…

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