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Trote, salmoni e squali bianchi: tu di che era sei?

Trote, salmoni e squali bianchi: tu di che era sei?

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Imparare a convivere con l'incertezza

Ovvero: istruzioni per affrontare l’incertezza e imparare a conviverci.

In questo settembre che sembra sospeso, tra il pericolo che vorremmo già scampato e lo stesso pericolo ancora in agguato, siamo tutti e tutte alla ricerca di risposte, di indicazioni sul da farsi, di certezze a cui appigliarci. Sono mesi, veramente, che va avanti così.

Ho trascorso, come – immagino – la maggior parte di voi, le settimane di quarantena a leggere libri e articoli, ad ascoltare audiolibri e servizi in TV, a guardare ed erogare webinar, a cercare – dentro e fuori di me – istruzioni per affrontare l’incertezza e imparare a conviverci. Raramente mi capita di incontrare letture straordinarie e folgoranti, più spesso ho l’impressione che dicano sempre, più o meno, le stesse cose, fino a quando sono incappata in un audiolibro sulla resilienza, che mi ha dato una chiave di lettura sull’evoluzione del mercato del lavoro e sugli impatti sulle persone, che mi ha risuonato parecchio.

Questa è la storia: i nati tra il 1935 e il 2000 – in pratica la quasi totalità dei viventi – hanno vissuto grossomodo tre ere lavorative, ognuna con particolari caratteristiche e specificità.

L’era della trota

I nostri nonni e genitori, nati tra il 1935 e il 1955, fanno parte, lavorativamente parlando, della cosiddetta “generazione fortunata”, quella che, tra la metà degli anni Cinquanta e la metà degli anni Ottanta, ha avuto un lavoro continuativo e garantito – il mitico “posto fisso” celebrato da Checcho Zalone – e, poi, il pensionamento sicuro; ha vissuto il boom economico del dopoguerra, si è comprata o costruita casa, ha messo al mondo figli in giovane età, ha potuto, insomma, guardare al futuro come a una promessa, a un progetto, a un sogno. Realizzabile.

Per loro, vivere nel mercato, vincere la competizione e garantirsi la stabilità, era piuttosto semplice, come pescare trote in un laghetto artificiale. Non avevano bisogno di istruzioni per affrontare l’incertezza e imparare a conviverci, perché in quel mercato bastava esserci, stare, metterci un minimo di impegno e il risultato era certo. Non servivano particolari talenti o competenze, non era necessario avere una determinazione e una motivazione fuori dal comune, bastava esistere.

L’era del salmone

Tra la metà degli anni Ottanta e la metà degli anni Novanta, il mercato del lavoro subisce una prima impennata. Dal laghetto delle trote si passa ai torrenti a pescar salmoni, che – si sa – sono pesci più veloci, più combattivi, più resistenti, più scaltri. Il salmone, inoltre, va pescato in un particolare periodo dell’anno, durante la sua risalita dei fiumi, e può capitare anche di trovarsi alle spalle qualche orso agguerrito, che vuole la nostra cena.

I ventenni di allora, figli e figlie dei pescatori di trote, cominciano a sperimentare un certo subbuglio professionale, che poi diventa personale, esistenziale. La psicoterapeuta francese Françoise Sand li ha definiti la “generazione nel labirinto”: apparentemente liberi e individualisti, sono in realtà confusi, insicuri, precari, volubili, immaturi, e anedonici, ovvero incapaci di godere di alcunché, tanta è l’ansia che li divora.
Il futuro per loro ha i contorni della minaccia e manifestano una certa difficoltà a prendere in mano la propria vita, ad assumersi responsabilità. Sono i primi a sentire il bisogno di istruzioni per affrontare l’incertezza e imparare a conviverci. Se fai parte, come me, di quest’era, I trentenni di Françoise Sand è un testo che può interessanti.

L’era dello squalo bianco

Che è anche il titolo di un libro di Alberto Fedel, quasi introvabile (ma qui ne hanno qualche copia usata, se vi interessa).

Dicevo: a metà degli anni Novanta l’accelerazione diventa continua e vorticosa: siamo nell’epoca della globalizzazione, della connessione crescente di tutto il mondo e di tutti i mercati, dell’innovazione tecnologica galoppante. Pianeta, vita e lavoro: tutto cambia velocemente e continuamente e questo si traduce nell’essere sempre in allerta e in rincorsa, in un vortice che annienta il tempo del pensiero, della riflessione, delle decisioni ponderate. Continuando la metafora ittica, la nostra soglia di attenzione è inferiore a quella di un pesce rosso! Tutto avviene in un click.

Se dal laghetto artificiale eravamo passati al torrente, ora siamo in oceano aperto, nel regno dello squalo bianco. Oggi, stare sul mercato significa essere capaci di pescare squali, in ambienti popolati da moltissimi squali e da altrettanti cacciatori di squali. Prodotti, servizi, organizzazioni, competenze: tutto ha un ciclo di vita brevissimo. Fare previsioni non è solo difficile, è praticamente impossibile. E gli accadimenti di quest’anno ce lo hanno ampiamente dimostrato.

La generazione Y, i cosiddetti Millennials (nati dal 1981 in poi), lungi dall’essere fortunata e garantita, è definita la “generazione dei lavori”, giacché entro i 38 anni pare che ne avrà cambiati oltre una decina.

Data tutta questa complessità e volatilità e incertezza e ambiguità (si parla di realtà VUCA, acronimo inglese dei sostantivi appena citati), avrà anch’essa bisogno di istruzioni per affrontare l’incertezza e imparare a conviverci? In parte sì e in parte no, perché a differenza delle generazioni precedenti, che sono state travolte dalle accelerazioni improvvise e sempre più frequenti del mercato del lavoro, i/le giovani di oggi in questo turbine ci sono nati, quindi per loro è una condizione naturale, come l’acqua per i pesci.

Nessuno si salva da solo

Se i pescatori di trote a questo punto, per questioni squisitamente anagrafiche, sono salvi, e i Millennials, per le stesse ragioni, sono in grado di abitare questo mondo vorticoso, esiste una strategia funzionale che aiuti chi doveva pescare salmoni e ora deve catturare squali a sopravvivere e – perché no? – prosperare, in questa velocità e incertezza e ansia?

Questa è la domanda che ci facciamo in molti; ancor di più con questa pandemia, che ha scombinato tutte le pagine del libro della nostra vita.

Le strategie ci sono, non perché siano pronte, ma perché si possono costruire. Con altre persone. Questo secondo me è il punto cruciale: fare rete, fare squadra, evitare di isolarsi. Serve molta energia per cavalcare le onde dell’oceano e da soli, da sole, è più dura. Abbiamo sperimentato anche questo nei mesi di lockdown, la solitudine e l’isolamento, e abbiamo visto quanto sono disfunzionali, soprattutto nel lungo periodo.

Minime istruzioni per affrontare l’incertezza e imparare a conviverci

Dai un nome alle cose. Chiama per nome le difficoltà, i problemi e le tue emozioni. La consapevolezza da sola non basta, lo sappiamo, ma la negazione di certo aiuta meno. Nominare le cose è il primo passo per riconoscerne l’esistenza, guardarle in faccia, cominciare ad affrontarle e poi imparare a gestirle. Se riesci in prima persona, perché hai le risorse e gli strumenti, bene, altrimenti abbi il coraggio di chiedere aiuto. Ci sono moltissime professioniste e professionisti competenti – psicologi, psicoterapeute, coach – a cui puoi rivolgerti.

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Convivenza forzata

Mantieniti in continua formazione e aggiornamento. Se il ciclo di vita delle competenze è attualmente di 5 anni (e realisticamente si accorcerà ancora), non puoi mai darti per arrivato o compiuta. Devi essere in continua trasformazione ed evoluzione. Oggi più che mai è richiesto un mindset dinamico, che contempli la possibilità di continuare a imparare: possono essere cose che hanno a che fare con il tuo lavoro oppure con le tue passioni, così ti diverti e, se serve, hai pronto un piano b.

Stay up to date, stay flexible”, direbbe oggi Steve Jobs.

Sviluppa una mente strategica. Non tutti i modi di pensare sono utili. Alcuni sono superficiali, altri contorti, altri ancora ruminanti. Impegnati per sviluppare una mente ecologica. Cura la qualità dei tuoi ragionamenti e impara l’arte del problem solving. Ci sono moltissime letture e molti approcci. Scegli quello che ti è più congeniale e studia. E poi applica, applica, applica, fino a farla diventare una forma mentis.

Ragiona come una startup. Alvin Toffler ci aveva avvisato già nel 1970: “Gli analfabeti del ventunesimo secolo non saranno coloro che non sapranno leggere o scrivere, ma quelli che non sapranno imparare, disimparare e imparare di nuovo”. Abbraccia gli errori e i fallimenti, come parte integrante del processo di apprendimento e del successo. Come se fossi un’impresa in fase di lancio, sperimenta. Qualcosa andrà bene, qualcosa andrà male, ma se la vivi come un moderno Archimede, come minimo ti godi l’esperienza.

Allena la tua resilienza. Parola molto di moda, un po’ abusata, un po’ noiosa, certo, ma è una qualità necessaria. Se abbiamo lo sconforto facile e ci arrendiamo alle prime difficoltà, questo mondo ci espelle con forza centrifuga. Se invece impariamo a tollerare la fatica, la frustrazione e le cadute, sapendo che ci rialzeremo, diventiamo robusti e flessibili al contempo. Come il bambù.

Fai rete. L’ho già detto, ma te lo ripeto: la solitudine professionale e imprenditoriale non paga.

Abbi cura di te. Fai una vita sana. Coltiva il corpo e lo spirito. Se non lo fai tu, che è roba tua, chi altri?

Sempre le solite cose?

Un po’ sì, è vero. Perché i problemi ci appaiono sempre complessi, ma le soluzioni in realtà sono semplici. La differenza la fai tu. Se metti in pratica, le cose accadono, se ti limiti a leggere, sbuffare e trovare alibi, non accadono. Gli ingredienti della torta di mele sono gli stessi da tempo immemore, eppure, c’è chi fa ottime torte e chi no.

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