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Oliviero Toscani e il Ponte Morandi: distinguere per non indignarsi

Oliviero Toscani e il Ponte Morandi: distinguere per non indignarsi

  • La frase di Oliviero Toscani sul Ponte Morandi è stata fraintesa
  • La capacità di distinguere dovrebbe aiutarci a decodificare meglio le cose
  • Le opinioni sono relative, anche quando non ci piacciono
Oliviero Toscani

Io c’ero, sul Ponte Morandi. Ci sono passato solo il giorno prima del crollo, di ritorno da un viaggio in Costa Azzurra con mia moglie al secondo mese di gravidanza.
Ma siccome credo che distinguere sia più importante che indignarsi, vorrei provare con umiltà a rileggere il caso Oliviero Toscani / Ponte Morandi più con la testa che con la pancia. Un po’ come ha fatto Ivano Porpora con il caso Junior Cally a Sanremo. Non fosse altro che per capire se tutto questo polverone ci può essere d’aiuto, in qualche modo.

Io c’ero, dicevo, e penso che tutto quello che è accaduto a seguito di un’espressione per me involontariamente indelicata — per quasi tutti invece volutamente grave e offensiva  — ci svela qualcosa, su di noi e sul modo di relazionarci con la comprensione delle (e con l’indignazione per le) cose che accadono.

Cos’è successo, in breve

Se sapete già com’è andata, saltate il paragrafo. Ma solo se lo sapete veramente. Se invece avete visto o ascoltato solo lo spezzone incriminato, e non tutto l’intervento di Toscani, allora dateci una lettura, che male non fa.

Oliviero Toscani, personaggio volutamente insopportabile e provocatorio che non apprezzo, si trova in quel contesto a metà tra l’informale e il giornalistico che è Un giorno da Pecora. Il succo di chi lo sta tallonando, è la storia delle sardine che si sono fatte immortalare con Luciano Benetton a margine di una lezione sulla comunicazione e sul futuro in Fabrica, la fondazione culturale del suo Gruppo, destinata ad una classe di studenti internazionali.

Di ponti e di sardine

La tesi attorno alla quale ruota la pungolatura dei conduttori è se la cosa fosse opportuna o meno politicamente, considerato che la famiglia Benetton controlla, attraverso una serie di partecipazioni azionarie, la società Autostrade per l’Italia, concessionaria nella gestione del Ponte Morandi, ponte che è crollato e al cui crollo sono seguite tutte le polemiche che ricorderete.

Richiamo in maniera ridondante questi collegamenti, perché è utile già per comprendere con quanti passaggi logici sia stato possibile passare da un workshop sulla comunicazione a Treviso al crollo del Ponte Morandi a Genova.

Ad un certo punto, dopo l’insistenza del conduttore sul collegamento sardine-Benetton-autostrade-ponte, Toscani sbotta e si fa scappare la frase fatale: “Ma a chi volete che interessi se è crollato un ponte”. Apriti cielo. Il comunicato delle vittime, i comunicati dei politici, i giornali e i social scatenati contro l’antipatico Toscani. A seguire, il comunicato dei Benetton che lo silurano chiudendo il rapporto di lavoro, dopo 38 anni di collaborazione.

Qui di seguito la registrazione della puntata “incriminata”:

L’intervento di Oliviero Toscani a Un giorno Da Pecora – dal minuto 40’49”

Abituarsi a distinguere, per capire

La frase di Oliviero Toscani, e la relativa reazione di indignazione popolare e mediatica, mi pare siano state come un osso lanciato a un branco di lupi affamati. Non è che ci si stia a chiedere perché è arrivato l’osso, chi ce lo abbia tirato, se ci sia qualcuno che ne abbia più bisogno di un altro. 

In altre parole: non c’è da distinguere, da contestualizzare. Lo si azzanna, punto. Perché non si aspetta altro che dare sfogo all’istinto primordiale della caccia alla preda. Se poi la preda, l’osso, è un provocatore, un tronfio e antipatico personaggio come quello in questione, è una manna dal cielo.

Ma proviamo a fare un passo indietro. Prima ancora di leggere le scuse e la spiegazione di Toscani, io credo fosse necessario farsi una domanda: è possibile che un uomo senziente di 77 anni possa aver detto una cosa così incomprensibile? E ascoltando tutto il suo intervento senza lasciarsi influenzare dalle emozioni, è possibile intravedere quasi subito il fraintendimento.

Io sono convinto che volesse dire altro. E ascoltando poi il punto di vista di Toscani torna tutto, razionalmente:

“Il conduttore continuava a chiedermi di Benetton e del Ponte, avremmo dovuto parlare della realtà di Fabrica: e anche se noi di Fabrica non abbiamo nulla a che fare col Ponte, lui continuava ad insistere. Volevo dire che il ponte in quel contesto non c’entrava nulla, si doveva parlare di comunicazione e di futuro”

(Oliviero Toscani)

Cosa possiamo imparare da quanto successo a Oliviero Toscani?

Non mi interessa prendere le difese dell’uomo, per quanto io sia convinto che lui abbia ragione, in questo caso. Voglio solo mettere a fuoco cosa ci portiamo a casa, da questa storia, e un primo elemento riguarda appunto la capacità di distinguere per comprendere.

Distinguere vuol dire separare, significa riconoscere e far riconoscere con la ragione la diversità tra due o più modi di considerare una certa situazione.
Se non ci abituiamo a distinguere, a separare, se ci lasciamo trascinare con l’istinto a mettere tutto nello stesso calderone, risulta davvero difficile decodificare quello che accade. È una tecnica tipica della propaganda politica: mettere insieme molte cose, senza necessariamente un collegamento reale, possibilmente iper-semplificando una tesi, e in modo da rendere difficile la comprensione o una lettura critica di quanto succede. 

Le opinioni sono relative, anche quando non ci piacciono

E qui arrivo al secondo ragionamento, che è ancora più spinoso del primo e che quindi faccio premettendo massimo rispetto per chi ha perso persone care nel crollo del ponte.

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Mi è dispiaciuto, per le 44 persone che ci hanno lasciato la vita, e anch’io, come tutti in Italia, sono rimasto scosso per giorni. Ma il crollo del ponte, per i miei ricordi personali, non rimarrà un fatto importante perché sono rimaste uccise 44 persone. Il crollo del ponte è e sarà indelebile perché avrei potuto esserci io con la mia famiglia, su quel ponte. Conta, perché passo quotidianamente su molti ponti e questo genera un certo grado di insicurezza, per me. Perché il crollo di un ponte è plateale, di impatto, più di quanto non lo sarebbe una frana su una strada provinciale — a parità di morti.

È importante per me, ma non lo è in assoluto.

Ci sono tragedie simili ogni giorno

Scrivo questo, lo ripeto, non per mancare di rispetto alle vittime ma per dire le cose come stanno: entro fine giornata saranno morte una decina di persone per incidenti stradali (3’000 all’anno) e più di tre persone per incidenti sul lavoro (1’000 all’anno), e molte di queste situazioni hanno dinamiche simili a quelle relative al crollo del ponte: per (ir)responsabilità di qualcuno (il guidatore ubriaco, la strada non asfaltata, l’impalcatura messa male, i sistemi di protezioni assenti, la manutenzione che non c’è stata, le omissioni), c’è chi ci lascia la vita.

Fa schifo, lo capisco, e va bene l’indignazione.
E però, per molti di voi  — di noi —  tutto questo non è importante. Non cambia la nostra giornata, non è nei nostri pensieri, non spinge tutti a mobilitarsi per giorni, non ne parliamo al bar quotidianamente.

Attenzione: questo ragionamento non ha nulla a che fare con la frase di Oliviero Toscani. Ha invece a che fare con la nostra indignazione e con le opinioni che pensiamo di avere. Davanti ad una frase così forte, al di là di cosa (l’ex) creativo di Benetton volesse intendere, siamo subito pronti a schierarci dalla parte idealmente giusta.

Come si fa a dire che non importa a nessuno? Grave! Certo che importa!

Sicuri?

Perché tolte le persone direttamente o indirettamente coinvolte dall’accaduto, io ho più dubbi che certezze. D’altra parte qui parliamo di opinioni, di sensibilità personale: e anche quando non ci piacciono, sarebbe bene abituarsi a rispettarle.

Toscani non intendeva dire “a chi importa che sia crollato un ponte”. Ma se anche lo avesse detto, non ci avrei trovato nulla di scandaloso. 

Forse, razionalmente, sebbene ci costerebbe molto ammetterlo di pancia, avremmo potuto anche essere d’accordo con lui.

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