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Personal branding e Consistenza

Dare un “volto” a noi stessi nel mondo digitale è solo un primissimo passo. Importante ma insufficiente.

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Quando si parla di personal branding, e della necessità del personal branding, si pensa sempre alla creazione di un’immagine convincente. Forte e orientata ad ingaggiare le persone e raggiungere un determinato obiettivo; solitamente si tratta di vendere qualcosa ma ultimamente se ne parla anche per trovare lavoro (punto sul quale avrei alcune riserve).

Ma dare un “volto” a noi stessi nel mondo digitale è solo un primissimo passo. Importante ma insufficiente.

Forse andava bene agli albori di tutto questo, quando avere un sito web era differenziante, quando visto su internet pareva avere la stessa forza del visto in tv. Forse andava bene prima, non oggi.

Oggi essere on line potrebbe essere discriminante in negativo. Ci sono così tante fake e così tanti messaggi/persone da cui guardarsi che il risultato è una generale allerta. Potremmo pensare che in fondo non sia così ma le barriere emotive continuano ad essere altissime quando la posta aumenta. Puoi anche essere un signor nessuno e racimolare milioni di like. Puoi perché si tratta di poco. Ma quando si tratta di avere attenzione, impegno, soldi (si tratta anche di questo), la situazione cambia drasticamente.

Il risultato è un circolo vizioso nel quale si alterna la frustrazione del “Perché non mi vedi?” a quella del “Perché non mi credi?”.

Le persone si fidano delle persone. Non della pubblicità ma nemmeno dei profili.

Siamo talmente immersi in tutto questo da dimenticare che una persona non è un profilo, che un profilo non fa una persona. È un passaggio fondamentale ed è esattamente ciò del quale c’è bisogno per comunicare on line in modo soddisfacente.

Dovessi scegliere una parola userei“consistenza”. “L’aver corpo, fondamento, concretezza, rispondenza alla realtà”.

Parola che spesso si usa negativamente con gli spiriti, che consistenza non ne hanno. Ed ecco, anche “spiriti” è una parola che ci può stare. Una volta saltati nel web siamo tutti spiriti fatti da pixel.

Perfettamente somiglianti a una persona ma non siamo ancora una persona.

La consistenza, la veridicità, “sapere di reale” è ciò che fa la differenza.

La nebbia del digitale

C’è una scena del “Tredicesimo guerriero” che spiega bene la situazione. Per chi se lo fosse perso (niente di cui rammaricarsi), narra le vicende di un villaggio assalito da misteriose creature, spiriti. Il figlio del re va dunque a chiedere aiuto ad un villaggio vicino. La scena che spiega bene ciò che intendo dire, si apre dunque con il ragazzo sulla prua della nave. Fermo, da giorni. Un forestiero che vede la scena dalla terra ferma non capisce cosa stia facendo e perché se ne stia lì fermo. La spiegazione è nel dialogo sottostante.

“C’è un ragazzo, sta in piedi fermo come una statua.” “Il ragazzo si lascia vedere da loro.” “Ma è in piena vista…” “Loro non sanno se quello che vedono è vero. È qualcosa che ha a che fare con la nebbia a quanto pare la nebbia mette loro paura porta con se pericoli e spiriti. Il ragazzo è stato educato…concede loro il tempo di decidere se è reale o meno.”

Immagine > Consistenza > Comunicazione

On line siamo tutti come quel ragazzo. Siamo perfettamente in vista, ci vedono ma non sanno se siamo reali.

La nebbia del digitale è fatta da spam, scam, virus, ritorsioni, fregature, tentata e spietata vendita, perdita di tempo, ecc. Quasi nessuno, quasi mai le persone che per noi contano, sono disposte a parlare, davvero, con chi potrebbe essere uno spirito e portatore di sventure.

Il nostro compito, “l’educazione”, è quella di stare lì, mostrarci sino a quando sia chiaro il nostro essere reali, la nostra consistenza. Fuor di metafora si tratta di:

  • Non tanto ciò che diciamo ma ciò che facciamo
  • Non tanto ciò che diciamo ma ciò che altri dicono di noi
  • La coerenza di ciò che il web dice di noi
  • Da quanto tempo siamo lì a “farci vedere” (familiarità)
  • L’umanizzazione delle nostre figure (non mi fido mai di un professionista che non ha traccia di una vita privata)
  • Quanto della vita “reale”, del mondo “analogico” sappiamo portare in quello digitale

Sembra un secolo ma siamo solo all’inizio

Siamo così presi dai nostri smartphone, così dipendenti dalla tecnologia da pensare sia sempre stato così. In realtà siamo tutti nuovi di questo mondo e per capirlo, viverlo e interpretarlo abbiamo sempre bisogno di portare idee, concetti, cose, della vita “analogica”.

Le metafore come “piazza” o “vetrina” o “tribù” funzionano perché offrono questo genere di appigli.

Per lo stesso motivo, persone provenienti dal mondo dello sport, della televisione, le grandi firme nazionali, riescono in tempi brevissimi a creare un pubblico nel mondo on line. Spesso sono più incapaci dell’uomo “medio” da un punto di vista digitale. Ma non importa.

Hanno un peso diverso, hanno tanti appigli con ciò che le persone conoscono. Hanno, a volte penso anche immeritatamente, consistenza.

Consistenza. Tra tanti termini inglesi è spesso questo a fare la differenza.

Scrittore semplice | Co-Founder Purple&People | Papà di Nicolò, Giorgia, Quattro (Schnauzer) e Pixel in crisi (libro) Aiuto le persone a trovare-raccontare-vivere il proprio scopo. Qualcuno parlerebbe di Personal Branding ma preferisco dire “Posizionamento personale”. (Perché non riguarda affatto solo il tuo lavoro e perché l’obiettivo è vivere pienamente e non essere scelti da uno scaffale.)

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L’arte di risolvere i problemi in maniera elementare (e che si può apprendere)

Amiamo la complessità. Le amiamo noi e le amano le aziende, che fanno del problem solving la regina delle competenze. E se invece l’approccio più funzionale fosse quello di osservare ciò che non c’è?

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Risolvere i problemi in modo elementare

Il buon Sherlock Holmes dice “Il mondo è pieno di cose ovvie, che nessuno si prende mai la briga di osservare”.
E dice bene, dal momento che più spesso la soluzione ad un dilemma è disarmante-mente “elementare”, in quanto somma degli elementi osservabili sulla scena del dilemma. Te ne rendi conto quando ti ricordi di osservarli e li metti uno dopo l’altro.

Un po’ come nelle avventure di Montalbano – o di Colombo, per quelli di un’altra generazione: la soluzione è semplice, quando guardi tutti gli elementi messi in fila, uno dopo l’altro. Il fatto che non sia subito semplice vedere le cose in modo elementare non dovrebbe autorizzarci a pensare che la soluzione sia per forza complessa. È semplicemente ancora celata.

È faticoso

E perché facciamo così fatica ad essere “elementari” quando ci troviamo davanti ai problemi? Cosa ci spinge ad amare così tanto la via della “complessità” rispetto a quella della “semplicità”?

Una cosa è certa: questo amore per la complessità ci ha ormai plasmati. Amiamo l’idea di essere esseri superiori in quanto complessi. A volte sembra che rendere i problemi complessi, ci piaccia persino più di risolverli.

Essere complessi porta a dare importanza a dettagli che complicano, nell’idea che “complesso” sia la strada. E se quei dettagli non fossero importanti? Le persone complesse finirebbero per essere le persone che portano tutti fuori strada, perché danno peso a ciò che complica e non semplifica. Sarebbero coloro che “sviano”. Come Watson (il “dottore” e al tempo stesso il “paziente” amico)! Se lo segui ti perdi.

Come chi cerca la soluzione dentro il problema

Applichiamo questa riflessione ad un tema che ci sta tanto caro: le piante.

Prendiamo una pianta in vaso che “soffre”, perché nessuno la innaffia.
La soluzione al problema sembra elementare: innaffiarla. Il problema è che per rendersene conto si dovrebbe osservare in modo elementare: qualcuno non innaffia la pianta. Ma quando una persona osserva una pianta, non vede quel qualcuno che non innaffia, perché quel qualcuno non c’è!

Se guardi una pianta

che soffre perché nessuno la innaffia,

lo vedi quel nessuno che non innaffia?

Eh no che non lo vedi, perché se tu lo vedessi, il problema sarebbe risolto.

Troverà solo il problema

Ed ecco il limite di essere persone complesse: preferiamo guardare in modo complesso ciò che c’è, piuttosto che in modo elementare ciò che non c’è.

Una persona complessa fa fatica a dare importanza a ciò che non c’è. Anzi si considera coraggiosa proprio in quanto non teme la complessità che scaturisce dal dare importanza al dettaglio insignificante.

Così se io prendo una pianta in vaso ed evito di innaffiarla, questa prima o poi soffre e il fatto che io non la innaffi non si vede.
Quello che invece risulta ad una analisi attenta ai dettagli (complessa!) è la scarsa qualità del terriccio e dei microrganismi in esso. Una pianta sana ha un terriccio diverso da quello di una pianta che soffre. Il punto però è: cosa rende i due terricci così diversi?

La soluzione parte dal problema…

La persona complessa cerca nel terriccio la causa, la persona elementare parte dal terriccio e cerca intorno ad esso la soluzione.

Il problema più incomprensibile mette in difficoltà in quanto non lusinga l’istinto umano alla complessità. Esso non presenta aspetti insoliti o particolari e quindi non da la possibilità di trarre delle deduzioni complesse.
Ed è proprio in queste situazioni in cui la realtà sembra prendersi gioco del nostro smisurato “ego”. Mentre noi ci struggiamo di buone intenzioni, arrivano Holmes o Montalbano o Colombo, magari travestiti da amici, parenti, colleghi, e ci stupiscono.

Li vediamo cominciare ad osservare quello che c’è (e questo già ci sorprende), per finire, come cani segugi, a scovare ciò che è oltre la scena del delitto e lo risolve (e questo prima ci fa arrabbiare con loro e poi sorridere di noi).

…ma è fuori dal problema

Elementare!

 

 

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Se vuoi essere felice, non lo sarai mai

Siamo abituati a pensare che la felicità sia un punto di arrivo e la ricerchiamo per tutta la vita, senza pensare che è un’emozione come tante e che tutte hanno una loro utilità.

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All’epoca vivevo e lavoravo a Pisa. era un pomeriggio di ottobre, ma era ancora piuttosto caldo. Quel giorno specifico non ero in ufficio, quindi mi decisi di trascorrerlo al parco, a leggere un libro.
Mentre mi trovavo seduto su una panchina, con gli occhi calati sulle pagine, mi si avvicinarono due Mormoni. Senza darmi il tempo di accorgermi della loro presenza, mi chiesero con fare quasi brusco “tu vorresti essere felice?”
Ricordo che rimasi quasi spaventato da quell’approccio così diretto, e colto in contropiede risposi in assoluta schiettezza che, in effetti, lo ero già.

Quello che parlava, allora, rincarò la dose. Mi chiese se ero davvero felice, o non avrei preferito esserlo di più.
A quel punto, ci pensai un attimo. Sapevo di non essere interessato a quello che quei due signori desideravano vendermi, ma ero sinceramente intrigato dal loro approccio. E quindi, formulai con cura la mia risposta: “In effetti, sono già felice abbastanza, non desidero esserlo di più”.

A quel punto ero sinceramente curioso di cosa il mio interlocutore avrebbe risposto, ma si limitò a bofonchiare qualcosa sulla felicità anche nella prossima vita, dopodiché i due mi lasciarono un volantino e scapparono via. Confesso di aver vissuto la loro ritirata con un discreto disappunto, anche se in questo modo potei tornare al mio libro.

Non credo di essere mai stato una persona eccezionalmente felice, anche se non ho un metro di paragone. Ho vissuto molti anni di emozioni lente e faticose, a causa di una storia famigliare spinosa, ma anche grandi momenti di gioia pura, in periodi più recenti. Però non sono mai stato ossessionato dalla felicità fine a se stessa.

Eppure, come occidentali, la felicità è forse uno dei prodotti di maggior lusso, insieme al tempo. Se qualcuno trovasse il modo di imbottigliare tempo e felicità per venderli, probabilmente diventerebbe l’uomo più ricco del mondo nel giro di pochi giorni.

Ne faccio una questione culturale. Noi occidentali siamo abituati a pensare che la felicità sia un punto di arrivo. Se possediamo un nuovo telefono ci sentiremo felici. Se avremo un’auto e una casa più grande. Se faremo quel viaggio. E se ci comporteremo bene abbastanza alla fine andremo in Paradiso, dove felici lo saremo per sempre.

C’è un film di qualche anno fa, con Will Smith, intitolato La Ricerca della Felicità. La storia è quella di un uomo che riesce ad essere felice solo nel momento in cui ottiene un buon successo economico. Credo che, se non altro, rappresenti in modo incredibilmente crudo una larga fetta della società contemporanea.

Ma ci caschiamo anche noi. Attraverso i nostri Social Network mostriamo un’immagine di noi come di persone di successo, arrivate. Felici.
Quando ce lo chiedono, diciamo che va tutto bene.

Ma non è vero.

La felicità è un’emozione effimera, e la verità è che più ci sforziamo di esserlo, e meno ci riusciamo. Viviamo nell’epoca della felicità a buon mercato. Dei corsi di mindfulness, del successo spiccio, delle ricette per diventare ricchi e felici.
Ma io te lo voglio chiedere. Sì, proprio a te, che mi stai leggendo. Non se sei felice, come il mormone di turno chiese a me.

Tu vuoi essere felice?

Se la risposta è sì, mi dispiace, probabilmente la tua ricerca ti renderà sempre insoddisfatto, e in definitiva infelice.
Se la risposta, viceversa, è no, allora complimenti, probabilmente, come me, sei già felice abbastanza.

Da occidentali siamo abituati a dividere il mondo in cose belle e brutte. Buone e cattive. Agognamo le emozioni positive, perché sono buone per noi, e rifuggiamo quelle negative, considerandole parte di quel male di cui si parlava poco fa.

Quando in effetti, tutto il nostro spettro emotivo svolge una sua funzione, e una sua utilità. Dovremmo, insomma, desiderare la felicità non più di quanto desideriamo la tristezza, o la paura. Ma siamo così abituati a dividere le emozioni in intrinsecamente positive e negative, da perdere di vista ciò che ha davvero significato.

Perché, quindi, limitarsi a esplorare la felicità? Cerchiamo nella nostra vita anche l’infelicità, la paura, il disagio, l’imbarazzo. Ma anche la rabbia, il disprezzo, l’amore. Vedi mai che alla fine del cammino non ci capiti di arrivare, quasi per caso, al Nirvana.

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