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Essere stra-ordinario: la diversità nella vita e nel lavoro

Qualche giorno fa sono stato al nuovo evento dedicato all’inclusione che si è tenuto a FICO a Bologna: Global inclusion – Generazioni senza frontiere. Si è parlato molto della rilevanza che l’inclusione può avere sul lavoro, modificando l’impianto sociale, culturale ed economico dell’azienda, ma anche delle persone che la vivono e quindi indirettamente delle loro stesse vite.

L’evento parte nel segno dell’emozione con un video di immagini sulle parole di Pietro Calamandrei che spiega agli studenti milanesi del 1955 l’importanza della seconda parte dell’articolo 3 della Costituzione Italiana.

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica economica e sociale del Paese “

Parole che, lette dopo più di 60 anni, ci scuotono, che ci sbattono in faccia tutto il tempo che abbiamo perso a rincorrere i falsi miti aziendali e le perverse pratiche di leadership fino a oggi imperanti, e ciò che più ne ha risentito è il lavoro, quella pratica che ha il grande pregio di elevare la persona nello sviluppo e nell’effettiva partecipazione all’organizzazione politica economica e sociale dell’Italia. Parole che bruciano e fanno male come alcool sulla sbucciatura del ginocchio di un bambino.

Continua Calamandrei che questo è l’articolo più impegnativo “in parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere.” E ci dobbiamo chiedere, quanto abbiamo fatto? Quanto hanno contributo le nostre azioni, le nostre vite? Perché quella Repubblica di cui parla l’articolo 3 e che ha il compito di rimuovere questi ostacoli siamo noi, sono gli Italiani che lavorano, che mandano i figli a scuola, che viaggiano, che vivono. Quanto siamo inclusivi, non solo in azienda, ma con gli altri?

In due degli hub creativi previsti dal programma, gli organizzatori ci hanno fatto vedere in faccia la verità. Ci accorgiamo subito di quanto la nostra sensazione di “normalità” abbia reso pigra e chiusa la nostra visione del mondo senza permetterle di contaminarsi e di tenersi allenata nell’accettazione e nel coinvolgimento con l’altro.

Normalità e diversità, due brutte parole che classificano in due parti, dividono, o ancora peggio escludono e non trovano il punto di incontro nemmeno all’infinito come succede invece a due rette parallele. E ci accorgiamo che la geometria, così rigida, così precisa e priva d’incertezze è più avanti di noi facendoci meravigliare che una soluzione prima o poi arrivi mentre il nostro essere, per sua stessa natura creativo e adattabile, fa ancora fatica a manifestare le sue innate peculiarità.

I due hub infatti erano co-condotti da persone proprio considerate “diverse”, un professionista affetto da nanismo e una ragazza ipovedente con la passione della lettura. Entrambi facevano fare esperienza di cosa ha rappresentato o rappresenta ancora oggi per loro essere persone stra-ordinarie.

Nel primo caso un commovente racconto in prima persona delle difficoltà e delle situazioni particolari che l’uomo ha dovuto affrontare per potersi considerare tale. La sua narrazione prendeva spunto dalla grafica dell’uomo Vitruviano di Leonardo suddiviso nelle varie difficoltà incontrate anziché nelle misure perfette del corpo umano indicate dal genio di Vinci.

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$Nel secondo caso un reading al buio ci ha condotto attraverso la lettura appassionata, veloce e puntuale della ragazza, aiutata da un dispositivo tecnologico noto come barra braille. L’argomento narrato parlava della nuova legge sul fenomeno del cyber-bullismo, ulteriore comportamento derivato da una mancanza o da un’educazione sbagliata di inclusione sociale che tende a distruggere letteralmente una persona, esponendola in tutta la sua vulnerabilità al mondo del web.

L’inclusione, per diventare tale, deve farsi esperienza, perché quello che più è emerso dopo una giornata di testimonianze, formazione e confronti, è che tendiamo a escludere solo perché non conosciamo una determinata situazione “diversa”, differente per l’appunto a quella convenzione sociale che noi stessi ci siamo costruiti.

Ed è tanto difficile per noi superare queste convenzioni, quanto per le persone che si scoprono o diventano “diverse”. Ma occorre smettere parlare di diversità, perché se esiste qualcuno diverso da me significa che io sono più normale di altri, e anche questa visione farebbe emergere un’evidente differenza. E questa presunzione porta a rivalità, individualismo, competizione, rendendo sterile la società facendo del male a chi questo continuo confronto fa soffrire e a noi stessi che dobbiamo esaltare la diversità che ci appartiene, le caratteristiche che ci rendono unici e non omologati agli altri.

Tutti siamo diversi, unicamente diversi.
E se sappiamo riconoscere questo valore non possiamo che accettarci gli uni gli altri e riconoscersi straordinari.

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