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Le parole per dirlo: i bagni per disabili Le parole per dirlo: i bagni per disabili

Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… I bagni dei disabili non sono proprio per tutti i disabili.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Qualche settimana fa Simona mi ha inviato questa foto direttamente da Torino, per la precisione dalla stazione di Porta Susa:

La fotografia in questione immortala la porta di un bagno per disabili, riconoscibile dall’apposito cartello affisso che ritrae una carrozzina bianca su sfondo blu, con attaccato sotto un foglio di carta stropicciato e una scritta fatta a mano blu, in tono con l’insegna:

“Per l’apertura del wc
disabile recarsi
all’addetto del bagno
al settore C
lato
Italo”

Ho scelto di utilizzare questa segnalazione per ricordare quanto, alle volte, anche una cosa che potrebbe essere semplice viene complicata inutilmente, rendendo ancor più avventurosa la quotidianità di chi ostacoli ne incontra già abbastanza. Facciamo dunque una rapida analisi a questa situazione, ma prima occorre fare una premessa.
Il bagno riservato alle persone con disabilità dovrebbe essere ad uso esclusivo loro. Ci sono tipi di disabilità, come ad esempio le persone paraplegiche che hanno dei cateteri, che non possono permettersi di attendere nemmeno trenta secondi in caso di bisogno (ma pensiamo anche alle donne con le mestruazioni che hanno la necessità di cambiarsi un assorbente): immaginatevi cosa succederebbe se anche i così detti “normodotati” andassero in quei bagni, creando un’inutile fila e quindi facendo attendere chi ha una vera urgenza!
È proprio per evitare questo, essendo i bagni per disabili notoriamente più puliti di quelli pubblici (dato il minor numero di utenti) che vengono tenuti chiusi a chiave: perché se lasciati aperti verrebbero ridotti ad uno schifo nel giro di qualche ora e la persona con disabilità non li potrebbe utilizzare (non certo perché schizzinosa ma, anche, per prevenire contagi e infezioni). Se il bagno viene chiuso, e quindi realmente riservato, qualche speranza di trovarlo pulito resterebbe. Ma ora torniamo al cartello…
La prima cosa che salta all’occhio e che viene da chiedersi è: “WC disabile” oppure “disabile recarsi”? Da come è scritto il testo, privo di punteggiatura, non si può capire con certezza assoluta. Una cosa però è certa: in entrambi i casi le espressioni sono sbagliate e irrispettose nei confronti dell’utente! Nel primo caso, si dovrebbe infatti dire “WC per persone con disabilità”, nel secondo invece sarebbe opportuno “la persona con disabilità dovrebbe recarsi”… Insomma, ricordiamo che il termine “persona” dovrebbe venire prima di tutto, dato che nessuno è di per sé “un disabile”: evitiamo di usare le categorizzazioni.
Seconda cosa, è chiaro dal messaggio che ci sia un “addetto del bagno”: perché dunque non lo si trova sul posto, nei pressi del bagno stesso? Perché, in caso di necessità, una persona con disabilità dovrebbe cercare il personale perdendo tempo e facendo strada in più (in questo caso percorrendo più di 150 metri) che per qualcuno può rappresentare una difficoltà ulteriore, specie se non ha un accompagnatore con sé? Un aiuto concreto sarebbe quello di avere un addetto a disposizione ma nei paraggi.
Terzo e ultimo punto, apparentemente pretenzioso ma, in realtà, stiamo parlando della base dell’accessibilità: anziché attaccare alla porta un foglio di carta (rimovibile) sarebbe stato più giusto mettere, se necessario, un cartello fisso, stampato in modo leggibile, magari con la scritta anche in Braille. Non so, forse chiedo troppo…
Detto questo, per chi non lo sapesse, ricordo anche l’esistenza dell’Eurokey, una chiave universale che permettere di accedere a tutti i bagni riservati alle persone con disabilità. A quando, per una vera autonomia, sarà disponibile anche in Italia? O, ancora meglio, se proprio vogliamo far le cose perbene: perché non facciamo in modo che tutti i bagni siano accessibili, sia quelli da uomo che quelli da donna, senza distinzione e senza chiusure, eliminando del tutto il bagno “per disabili”? Solo così, stracciando le etichette, potremo raggiungere una piena inclusione.

Ah, dimenticavo, quanto scritto adesso non è propriamente una “polemica pretenziosa”. In questi casi si potrebbe fare ricorso per violazione della Legge n.67 del 2006, che sancisce il “principio di parità di trattamento e delle pari opportunità nei confronti delle persone con disabilità”. Insomma, prevenire è sempre meglio che curare!

Scrivimi una lettera, uno spunto o una tua riflessione:
segnalazioni@iacopomelio.it

Ho 27 anni, vivo in provincia di Firenze e provo a raccontare le storie degli altri. Studio scienze politiche, lavoro come giornalista freelance (Fanpage.it) e ogni tanto scrivo libri (Mondadori). Attivista e presidente della Onlus #Vorreiprendereiltreno. Parlo di Diritti, Libertà e Uguaglianza. Sorrido alla vita e mi innamoro tutti i giorni.

Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Non capisco se le ‘bambole disabili’ siano un bene o un male.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Non so se hai avuto modo di leggere la notizia che la Barbie si è ‘rifatta il look’ e che quindi il prossimo giugno esordirà sul mercato con la protesi alla gamba, ma anche in una versione sulla sedia a rotelle (dovrebbe far parte se ho capito bene della linea 2019 ‘Barbie Fashionista’).

Sai, l’ho fatta vedere alla mia bimba Alice di nove anni dicendole ‘Guarda, ti piace questa bambola?’. E lei mi ha risposto con estrema naturalezza: ‘Certo, come tutte quante le Barbie!’.
Ed io che mi aspettavo delle domande da parte sua, delle richieste di informazioni riguardo quella evidente (concedimelo) ‘diversità’, e invece…

Vorrei sapere tu cosa ne pensi di questo tipo di giocattoli. Possono essere utili davvero per fini educativi e di sensibilizzazione? Credi possano in qualche modo insegnare che la bellezza la troviamo oltre l’aspetto esteriore nonostante la Barbie sia ritenuta la bambola ‘bella’ da sempre? Oppure può esser visto da qualcuno come un giocattolo pietistico, compassionevole, quasi politically correct dato che si tratta di una bambola ‘ad hoc’ per delle categorie ‘protette’? Grazie per la tua risposta, Laura!”

Cara Laura, quella che tu mi poni è una domanda che (devo dire suscitando un certo stupore da parte mia) ricorre spesso in chi mi segue. È interessante come una mossa di puro marketing, soltanto perché associata alla disabilità, possa quasi “destare sospetti” e lasciare intendere chissà quale dietrologia, quando in realtà dovrebbe essere presa come tale: una scelta di mercato più inclusiva, così come un’azienda produttrice di telefoni sceglie di sfornare più modelli in modo da coprire tutte le fasce di prezzo e soddisfare qualsiasi tipo di cliente (leggi a questo proposito l’articolo di Giulia Viti sul marketing inclusivo). Di per sé, già in questo, non ci trovo nulla di male. Ma facciamo prima una doverosa introduzione!

La linea Barbie Fashionistas non è qualcosa di nuovissimo ma nasce qualche anno fa con l’intento di creare delle bambole “più reali”, e quindi più “per tutti”: Barbie con la pelle diversa dal classico colore rosa, oppure con forme fisiche e strutture corporee di vario tipo. Adesso, la stessa Mattel (l’azienda americana produttrice) ha dichiarato con una nota ufficiale:

“Come brand, possiamo elevare la conversazione intorno alle disabilità fisiche includendole nella nostra linea di bambole, per portare avanti una visione ancora più multidimensionale della bellezza e della moda.”

La nuova Barbie non sarà poi così diversa da tutte le precedenti, ma avrà semplicemente un corpo più snodabile che le permetterà così di sedersi su una carrozzina, oltre ad essere dotata di una rampa come fosse un qualsiasi altro “gadget”, sottolineando in questo modo anche l’importanza di abbattere le barriere architettoniche (d’altra parte, la casa delle Barbie dev’essere una casa per tutti, no?).

Questo tipo di bambole, come dicevo, non sono una novità: sempre più frequente, infatti, è l’inserimento anche nelle scuole di bambolotti “diversi”: oltre a quelli di colore, adesso, ci sono quelli con sindrome di Down, quelli con qualche arto in meno, con impianti cocleari in testa o, magari, con deambulatori vari contenuti nella scatola. Salvo casi eccezionali, giochi di questo tipo stanno ottenendo un buon riscontro soprattutto tra i più grandi che, in qualche modo, sperano di poter rendere i loro figli più consapevoli e aperti alla diversità.

In base a quanto detto fino ad ora, non posso che essere favorevole alla realizzazione di giocattoli con qualche disabilità, purché questa loro “caratteristica” non venga enfatizzata eccessivamente. Non sarebbe bello, anche in questo caso, stracciare “le etichette”? Quanto sarebbe figo se la neo-Barbie si chiamasse “Barbie” e basta, come tutte le altre sue sorelle? Allora sì che avremmo davvero incluso la disabilità nella società, accogliendola al punto da non notarla più!

In questo, tua figlia Alice ci fa sbattare dritto in mezzo agli occhi la realtà più bella: il fatto che alla fine i bambini sono i primi a dimenticarsi, dopo due secondi, di ciò che è distante da loro, trovando connessioni magiche. Senza dubbio, la lezione più educativa di qualsiasi marketing sociale (sempre e comunque apprezzabile).

E chissà, magari, per lo stesso motivo, molto presto vedremo reclamizzati alla televisione, sui giornali oppure online, questi (ma soprattutto altri) giocattoli, proprio da un bambino in carrozzina o con sindrome di Down. E sempre magari, in quel preciso istante, la prima cosa che ci verrà in mente sarà: “Guarda che bel gioco, questo Natale lo regalo a mia figlia!”.

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Caro Iacopo...

“Caro Iacopo… Sono una mamma ‘adottiva’ e vorrei spiegare perché le parole sono importanti.”

L’attivista per i diritti umani Iacopo Melio risponde alle domande e alla segnalazioni ricevute dalle lettrici e dai lettori.

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Secondo il vocabolario Treccani il termine “adozione” significa “Istituto giuridico che sorge non per vincolo di sangue, ma per un rapporto giuridico costituito mediante il consenso di un adottante e di un adottato” (l’adozione di un bambino orfano, diventare figlio adottivo o padre per adozione). “Adozione”, però, sempre per il Treccani, indicherebbe anche “il mantenimento di un minore nel suo paese d’origine, grazie al versamento di somme di denaro attraverso organizzazioni internazionali”.

Il punto è che “adozione a distanza” viene spesso usato anche da alcune ONG del settore. In questo caso, però, è bene specificare che il termine corretto è “sostegno a distanza”: scambiare “adozione” con “sostegno”, infatti, significa confondere due mondi completamente diversi. Emozioni, storie, fatiche ed esperienze vicine ma anche lontane.

A specificarlo più volte sono state proprio le “famiglie adottive” quando mi è capitato di parlare di mia “figlia” (metto le virgolette, non me ne vogliano i genitori biologici e quelli adottivi) Ya Awa, una scricciola di cinque anni che vive in Gambia e che da sei mesi sostengo a distanza. Vi dico solo che una settimana fa mi è arrivato a casa il suo primo disegno e l’emozione provata è stata indescrivibile!

Ho deciso dunque, in questa nuova puntata di “Caro Iacopo…”, di dare voce ad una di queste mamme, in modo da far comprendere meglio cosa ci sia dietro certe realtà. Ma, soprattutto, quanto sia importante usare, anche in questo caso, le parole giuste affinché nessuno si possa sentire sminuito o offeso dal proprio ruolo. Ché alla fine essere genitori è sempre il lavoro più duro del mondo, così come importante è il sostegno economico che si può dare a distanza, non senza sacrifici.

Mi scrivono:

“Caro Iacopo…
Sono una mamma adottiva e volevo raccontarti quanto, anche nel nostro mondo, le parole siano importanti.
L’adozione di un bimbo comporta la sua entrata a far parte di una famiglia, e lo stesso diventa, a tutti gli effetti, figlio della coppia che se ne assume legalmente la responsabilità di genitori, acquisendone la patria potestà.

Il ‘sostegno a distanza’ è una cosa bellissima e io sono la prima persona che lo promuove, ma mai e in nessun caso quel bimbo diventerà figlio a tutti gli effetti di chi lo aiuta. Ci si può affezionare tantissimo come ad un figlio, certo, ed io che sono una mamma di cuore lo so perfettamente: ma quel bambino, nella maggior parte dei casi, dei genitori li ha ed è nel loro rispetto che non bisogna parlare di ‘adozioni’.

E poi, anche nel rispetto delle famiglie adottive così come di quelle che sostengono economicamente a distanza è più che giusto, direi doveroso, dare un senso alle parole, le quali devono essere espresse in modo corretto.
Faccio un esempio semplice: se avete dei figli e, poniamo, siete separati dall’altro genitore, ed ognuno di voi genitori avete un compagno ed i vostri figli chiamassero ‘mamma’ e ‘papà’ i vostri rispettivi compagni, voi da genitori come vi sentireste? Non pensate che potreste essere sminuiti? Certo, ‘mamma’ e ‘papà’ sono chi ci cresce e non chi ci mette al mondo… Ma se voi continuate a fare i genitori e a farlo bene, vi farebbe comunque piacere?

Noi famiglie adottive sappiamo la fatica che facciamo tutti i santi giorni per proteggere i nostri figli dalla poca sensibilità della gente e quanto sia difficile creare delle ‘radici’ affinché i nostri figli ci si riconoscano a pieno titolo. E solo noi genitori adottivi sappiamo quanta fatica abbiamo fatto per poter essere ‘genitori’, quanto abbiamo scavato dentro di noi per poter essere idonei all’adozione. Se oggi facciamo tante battaglie è perché ci sono dei motivi di sofferenza, non vogliamo fare polemica a tutti i costi.
Anche per questo credo sia giusto, quando si parla di ‘sostegno a distanza’, specificare che il termine corretto è appunto questo e non ‘adozioni a distanza’, proprio perché si tratta di due concetti diversi: entrambi importanti e bellissimi, ma diversi.
Un caro abbraccio.

PS: vorrei ricordare che noi genitori adottivi non adottiamo per fare beneficenza o per fare un’opera di bene (questo lo fa chi sostiene), noi adottiamo perché vogliamo un figlio: anzi ti diro che se c’è una cosa che fa imbestialire i genitori adottivi è proprio quando ci dicono quanto siamo stati bravi, oppure quale gran bel gesto abbiamo fatto, e sai perché? Perché i nostri figli devono sapere che sono stati sognati, desiderati e voluti (cosa tra l’altro che i figli adottivi chiedono costantemente, proprio perché i genitori biologici a volte li hanno abbandonati) e non il frutto di un atto di generosità (anche se può sembrarlo). E poi perché, come tutti i genitori del mondo, ci fa piacere che i nostri figli capiscano ciò che facciamo per loro, ma mai in nessun modo il genitore adottivo vuole riconoscenza perché ha adottato.”

Concludo questo articolo ringraziato chi mi ha “forzatamente spinto” a scriverlo (e lo dico con un simpatico sorriso stampato sulle labbra). Era giusto, era doveroso farlo. Io, che lotto ogni giorno per l’importanza delle parole, che ho scelto di “sostenere a distanza” una bimba per essere di aiuto a qualcuno e sperare di seminare qualcosa di buono, dovevo ricordare, magari a chi sta scegliendo proprio adesso di “adottare” o di “sostenere a distanza”, che un domani potrebbe “genitore” o “sostenitore”. O l’uno o l’altro. Comunque sia, importante. Grazie!

Scrivimi una lettera, uno spunto o una tua riflessione:
segnalazioni@iacopomelio.it

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