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“Non ho una disabilità, eppure oggi all’università ho provato il significato di barriera”.

“Non ho una disabilità, eppure oggi all’università ho provato il significato di barriera”.

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Mi scrivono:

“Caro Iacopo…

Oggi per la prima volta anche io che non ho una disabilità ho provato sulla mia pelle il significato di barriera.

Ho affrontato un importante test d’ingresso in una nota università di Milano: la regola da non violare assolutamente, pena l’invalidazione della prova, era il non macchiare il foglio con le risposte. Peccato che io sia mancina e che ci abbiano obbligato a fare la prova con i pennarelli neri nuovi, quindi pieni di inchiostro.

Ti lascio immaginare la difficoltà di dover colorare i quadratini con il gomito alzato! A causa di questo ci ho messo dieci minuti in più a trascrivere le risposte e alla fine avevo la mano completamente nera…

Per la prima volta mi rendo conto di quanto sia brutto trovarsi di fronte ad una barriera, che si architettonica, fisica o mentale ed essere dall’altra parte, realizzando quanto sia ingiusto questo sistema. Può sembrare una cosa stupida forse, ma non mi ha fatto bene.

Grazie Iacopo per quello che fai per l’inclusione, Lucia.”

Cara collega (sì, anche io mancino, chi ha letto il mio libro “Faccio salti altissimi” si ricorderà di questo dettaglio in un capitolo che parla proprio delle mie mani come mezzo per entrare in comunicazione con l’ “altro”), la tua storia mi ha fatto sorridere perché di tutte le disabilità che mi sono affibbiato in questi anni in maniera seria o divertente, per far comprendere il concetto di disabilità, quella dello scrivere con la mano sinistra non mi è mai venuta in mente pur vivendo il tuo stesso disagio.

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Quanti fogli strappati da mia mamma (per giunta maestra) alle scuole elementari perché sbagliavo a scrivere qualche parola e, non potendo utilizzare le penne cancellabili perché avrei macchiato ovunque con quell’inchiostro troppo “sbavoso”, c’era da rifare tutta la pagina da capo!

La tua esperienza con il test universitario ci ricorda come, in fondo, ognuno di noi in un momento preciso della vita possa ritrovarsi in un’occasione di difficoltà dettata non solo da se stesso (nessuno, in fin dei conti, è un problema di per sé) ma da “regole” e “paletti” che la società o più nello specifico un determinato contesto gli impone. Certo, uno può tirare fuori il meglio possibile per provare ad utilizzare una sfida in una spinta per superare le aspettative, ma perché fare sforzi oltre il necessario quando, semplicemente, si potrebbero rendere le cose più facili e giuste?

Basterebbe, quando si va a progettare qualcosa (che si tratti di un nuovo edificio, di un servizio sociale o di un esame a scuola), pensare a quel progetto come “accessibile” e inclusivo per tutti, provando ad anticipare ogni tipo di difficoltà o impedimento che ne potrebbe nascere. Solo così, mettendoci nei panni dell’altro, riusciremo davvero ad adeguare qualcosa alle esigenze oggettive delle persone, senza ricorrere a “standardizzazioni” che, piuttosto che agevolare in nome magari della meritocrazia e dell’uguaglianza, complicano soltanto le cose.

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