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Non sono una signora: titoli professionali e competenze negate

Non sono una signora: titoli professionali e competenze negate

  • Una donna è quasi sempre chiamata "signora", anche quando è dottoressa o ingegnera
  • Le parole costruiscono la nostra realtà: non possiamo fare finta di niente
  • Non abbiate paura di usare il mantra: "È talmente ovvio, che te lo devo spiegare"

“Signora” batte “dottora” 10 a 0. Capita spesso, troppo spesso. Quando il mondo del lavoro si rivolge a noi donne, ci presenta o ci interpella, ci chiama “signore” non “dottoresse” o “dottore” (che è il femminile plurale, anche se nessun* lo usa).
È un modo per sminuirci, per rimetterci al nostro posto – un passo indietro – e per relegarci nell’angolo: niente titoli professionali, nessuna competenza.

Non conto più le volte che è successo. A un numero statisticamente significativo di incontri con dei nuovi clienti, chiamano me signora e il mio collega dottore. Poco importa se è l’esatto contrario, se quella laureata sono io. Forse pensano che chiamare una donna “signora” sia più rispettoso, in qualche modo più elegante. O forse vogliono proprio – seppur inconsciamente – marcare la differenza.

La competenza è maschia!

Anche in un recente convegno di cui ero l’unica relatrice, hanno scritto sull’attestato di partecipazione “dottori” ai due uomini in carica nell’associazione che mi ospitava e “signora” a me. Come mai? Non lo sapevano? Dubito, visto che era un corso accreditato e avevano il mio curriculum.

Quando me ne sono accorta e l’ho fatto notare – sì, perché ci si stufa di queste mancanze di attenzione! –, la segretaria che aveva compilato i documenti mi ha guardato stranita e un po’ imbarazzata, come a dire “Non ci ho pensato!”. O forse, meglio, “Che differenza fa?”.

Ed è proprio questo il problema: si procede in anestesia di pensiero. È ancora così radicata l’abitudine di riferirsi alle donne senza titoli professionali o accademici, che non ci si pensa, ma soprattutto non ci si rende conto di sortire l’effetto “nessun titolo, nessuna competenza”.

Che palle, però, ‘ste femministe frustrate!

Lo so che lo state pensando. E avete ragione: siamo frustate, perché non vorremmo nel 2020 dover ribadire l’ovvio. Non vorremmo essere qui a dover rivendicare diritti acquisiti da decenni. Non vorremmo dover mettere ancora i puntini sulle i. Dovrebbe invece essere normale trattare alla pari i professionisti e le professioniste, riconoscendo a entramb* competenze e titoli dovuti.

Voi uomini lo accettereste di farvi togliere i titoli professionali? Vi starebbe bene la modalità “nessun titolo, nessuna competenza”?

Dubito. E fareste bene. Non perché avere un titolo accresca la vostra dignità o il vostro valore come persone, ma perché identifica il percorso di studi che avete fatto, la vostra biografia formativa, la qualifica e la competenza professionale, appunto.

Vale lo stesso per noi donne

Se mi serve un’ingegnera o un’architetta o una medica – sì, questi termini si prossono declinare al femminile, lo diceva, già nel 1987, Alma Sabatini nel suo testo Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana che gli è stato commissionato dal Governo Italiano (reperibile online) –, la cerco con i suoi titoli, non cerco una signora.

Dettagli, direte, ma fanno la differenza.

Anche perché, non so se lo sapete, ma da qualche anno c’è un nuovo trend tutto rosa (per non farci mancare uno stereotipo di genere) nelle scuole e nelle università: le donne si diplomano e si laureano di più e meglio degli uomini  – nel 2018 il 54% del totale dei laureat* era donna –, salvo poi avere minori opportunità di carriera e, a parità di mansioni e livello, minori compensi.

Perfino gli scienziati…

Ha fatto abbastanza scalpore, due settimane fa, lo scontro tra Roberto Burioni, virologo, molto noto sui social per le sue campagne a favore delle vaccinazioni, e Maria Rita Gismondo, anch’essa virologa, oggi in prima linea essendo la responsabile del laboratorio dell’ospedale Sacco di Milano, in cui vengono analizzati da giorni i campioni di possibili casi di Coronavirus. Nel confronto/scontro, Burioni sostiene con forza fin da subito che si stia sottovalutando la situazione, mentre la virologa invita alla calma, sostenendo che non si tratta di pandemia.

Un appello alla pacatezza che Burioni – si legge su Repubblica – interpellato su Twitter, non accoglie affatto: anzi, nel corso di una discussione poi rimossa, definisce la collega “la signora del Sacco”, consigliandole di riposare perché stressata. E a chi gli fa notare l’indelicatezza con cui si rivolge a una collega impegnata in prima linea e che non l’ha mai criticato direttamente, risponde rincarando la dose: “Signora sostituisce un altro epiteto che mi stava frullando nelle dita”. 

Che dicevo? Nessun titolo, nessuna competenza. Quindi nessuna autorevolezza.

“Basta!”, direbbe Lilli Gruber

Nel suo ultimo libro, Gruber lo scrive chiaramente:

“Il tempo dei proverbi è finito ed è arrivato il tempo il tempo del cambiamento. Che è nelle mani delle donne. Non per una questione di femminismo, ma per una questione di civiltà. Quella che rischiamo di giocarci, insieme alla democrazia, alla pace sociale e all’abitabilità del pianeta Terra, a meno di una decisa inversione di rotta”.

È tempo che ognun* faccia la sua parte, donne e uomini. Senza inutili contrapposizioni, giacché siamo complementari e abbiamo reciprocamente bisogno gli uni degli altri. Abbiamo innanzitutto bisogno di rispettarci e valorizzarci, in un circolo virtuoso che fa bene a tutt*. Senza retorica.

Anche questa è comunicazione

Il linguaggio, lo sappiamo, costruisce la realtà. Le parole che usiamo costruiscono mondi, oppure li distruggono. Inoltre, ciò che non viene nominato non lo vediamo. Semplicemente… non esiste.

Per questo è vitale usare il genere femminile, anche quando si usano i titoli professionali.

“L’uso del genere femminile non è opinabile, altrimenti cade la comunicazione“, ci ricorda Cecilia Robustelli, linguista e docente dell’Accademia della Crusca. “Non è una scelta di chi parla, è la lingua ad essere così”.

Se continuiamo a riferirci alle professioniste con l’appellativo “signora”, significa che ignoriamo volutamente (o nascondiamo) il loro valore professionale, la loro competenza tecnica. Dobbiamo opporci a questa consuetudine di togliere i titoli per togliere competenza.

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Le donne devono essere riconosciute attraverso l’uso dei titoli e del genere femminile: le parole sono importanti, perché il linguaggio è un potente motore di cambiamento.

Fai sentire la tua voce

Ci sono molti piccoli gesti quotidiani che tutte possiamo fare per sostenerci a vicenda, nella vita e nel lavoro. Dobbiamo creare cultura, ogni giorno. Qualunque cambiamento sarà, prima di tutto, culturale.

Vai oltre il timore di essere considerata noiosa, petulante, recriminante o qualunque altra cosa ti dicano e contribuisci in ogni modo possibile a diffondere una cultura delle pari opportunità. Sostanziali, non solo formali. Se accetti di stare un passo indietro, sei complice di questa società maschilista, patriarcale e misogina. E sono certa che non vuoi esserlo. Con garbo e fermezza, ribadisci l’ovvio, che come tale spesso si nasconde. Per farci forza, possiamo usare questo mantra: “È talmente ovvio, che te lo devo spiegare”.

1. Usa il genere femminile ogni volta che puoi

Quando parli e quando scrivi. Non dire vado dal medico, se è donna. Puoi dire vado dalla mia medica. O dalla mia avvocata. O dall’ingegnera. E se ti riferisci a un gruppo di maschi e femmine, invece di usare sempre l’inclusivo di genere maschile, ad esempio “gli architetti”, che di inclusivo ha ben poco, puoi specificare “architetti e architette”, oppure usare l’asterisco finale, architett*.  C’è chi non apprezzerà, ma noi andiamo oltre.

2. Fai sentire la tua voce

Ogni volta che ti mancano di rispetto, magari con battute sessiste o apprezzamenti pesanti, rimetti le persone al loro posto. Sostieni chiaramente che non accetti questi comportamenti.  Denuncia, se necessario. Non soccombere.

3. Non essere complice

Puoi anche scegliere, in segno di protesta o come atto di civiltà, di non partecipare a convegni e conferenze in cui non ci sono relatrici, in linea con la campagna promossa dall’Unione Europea No Woman No Panel.

Le azioni ci sono. Serve solo agire.

E voi uomini?

Voi, uomini illuminati e perbene, che ci siete e siete anche numerosi, sosteneteci in questa partita, la cui vittoria appartiene alla società intera: non cedete alla tentazione “nessun titolo, nessuna competenza”. Anzi, fatevi vedere, fatevi sentire, riconoscete il valore che abbiamo e mettete a tacere chi non lo fa.

Prendete esempio dal giornalista Antonio Caprarica,  che nei giorni scorsi – guarda il video – ha risposto agli inappropriati, beceri e sessisti commenti di Adriano Panatta e Max Giusti sul ritiro di Maria Sharapova dal tennis, affermando “Sharapova è spettacolare. Io l’ho conosciuta nel 2005 a Wimbledon, era piccola ancora, ma era una cosa clamorosa! Adesso qui parla una tribù di maschi, depressi e repressi, e, questa donna, capace di incutere terrore per la sua forza fisica e per il suo appeal sessuale, la stanno demolendo. Invece no: viva la Sharapova! Che Dio la benedica!”.

Buona giornata internazionale della Donna!

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